Intervista a Tommaso “Piotta” Zanello: l’arte di essere indipendente

Tommaso “Piotta” Zanello, a conclusione del Summer Tour 2025, condivide l’importanza dell’indipendenza creativa e il suo rapporto con Roma. Riflette sull’evoluzione del rap e il potere della musica nel costruire una coscienza collettiva contro le guerre. Un viaggio tra musica, scrittura e libertà espressiva. Lo abbiamo incontrato prima del live a Riccia.

Tommaso, si è concluso il Summer Tour 2025 a Roma, a Villa Lazzaroni, dopo una lunga estate di live. Come è andata?

“Benissimo, considerando che era un giovedì, giorno sempre un po’ più complicato perché è vero che come temperatura è ancora un poco estate ma le scuole sono riaperte, la gente va al lavoro”.

Non ti ho introdotto come Piotta ma come Tommaso perché ti considero un artista a 360 gradi che riesce ad esprimersi con diversi linguaggi espressivi, dalla musica alla scrittura, dal cinema alle colonne sonore e al teatro. Pensi che l’essere orgogliosamente indipendente ti abbia aiutato a fare esplodere queste forme di espressività?

“Non so se viene prima l’indipendenza discografica rispetto a quella mentale, indubbiamente creativa, che ho da quando sono piccolo come forma del mio spazio vitale che si è trasformato, chiaramente in un’età più grande, in qualcosa che non è fisico ma intangibile di libertà umana e creativa. Per cui la dimensione da etichetta multinazionale, pur non avendo niente contro, l’ho sempre vissuta come una forma di chiusura, un po’ claustrofobica, che non mi permette di essere quello che sono”.

Racconti questa tua espressività nel libro “Corso Trieste” quando sui banchi di scuola facevi il rap, gli altri ridevano, invece tu eri felice. Il rap nasce contro il sistema, per non omologarsi alla massa, ma a un certo punto pensi sia diventato invece un fenomeno troppo di massa tanto da snaturarlo?

“Sono d’accordo sulla prima parte, cioè che il rap è diventato un fenomeno di massa, però aggiungerei un “anche”, nel senso che l’hip hop ha quella magia, come anche il jazz e altri generi ormai “grandini” di età, che sono tutto e il loro contrario, sono la cosa più mainstream, a volte ripetitiva come suoni, ma poi hanno anche quell’elemento sano di auto-medicamento, per cui risorgono dalle proprie ceneri rinnovandosi nel suono, nei contenuti e nell’approccio. Quando l’ho scelto, il rap era un genere veramente alternativo che permetteva una grandissima libertà espressiva, cosa che oggi chiaramente c’è ma molto meno: dipende dalla tua anagrafica, dal tuo contesto, dalla tua discografica”.

Nella tua arte sullo sfondo c’è sempre Roma, passando da “Tu me piaci da quando sono nato, perché mi fai ridere, anche in una giornata sbagliata” come canti nella colonna sonora de “La scuola romana delle risate”, a “la parte oscura” che esiste da duemila anni ed è rimasta sempre uguale come canti in “Suburra”. Come fanno a convivere queste due anime in Roma?

“La magia, e il mistero di Roma, è proprio questa convivenza continua. Di notte forse c’è più mescolanza e di giorno c’è un aspetto un po’ più formale; una mescolanza tra queste due anime non solo pubblica ma anche privata, non solo collettiva ma anche personale e quindi interiore. Come racconto in “Sette Vizi Capitali” ci sono l’acquasantiera ma anche le mani infami, i sampietrini che sono neri ma anche il bianco dei marmi delle chiese, la Roma politica e la Roma antagonista. Sono tante le dualità di Roma e i contrasti che si tengono in un equilibrio precario che però funziona da migliaia di anni e ogni volta ogni cantore che c’è stato e ci sarà cerca di fare un ritratto di questo quadro che magari è caravaggesco, è molto nero, ma c’è quel punto luce che poi va a far emergere appunto il lato più splendente di Roma.

Nel 2024 esce l’album “ ’Na Notte Infame” dedicato a tuo fratello Fabio. Noi stiamo vivendo da tanto tempo delle notti infami in quanto di notte avvengono i bombardamenti nelle tante guerre che ci circondando. Tu sin dai primi mixtape hai preso posizioni contro le guerre. La musica forse non può fermare la guerra ma può ad esempio aiutare a costruire una coscienza collettiva?

“Fino a qualche mese fa ti avrei detto no. Se invece vedi le ultime manifestazioni, tipo quella della settimana scorsa in cui decine di migliaia di persone sono scese in piazza, penso si stia ricreando una coscienza collettiva che spinga verso un desiderio di pace e armonia tra le persone”.

Intervista a cura di Domenico Carriero

credit foto Alfredo Villa

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