Murgo sposa ancora una volta l’arte con ”Volevo essere una città di suoni”

L’occhio fotografico di quattro artisti per celebrare i 50 anni dell’Associazione Musicale Etnea (AME). Il vernissage dello scorso 3 ottobre, tenutosi nell’incantevole e storico Palazzo Scammacca del Murgo di Catania, ha permesso di introdurci nel mondo dell’arte fotografica di quattro artisti, ossia Monika Bulaj (purtroppo assente alla mostra), Daniele Vita, Marco Schillaci e Aldo Palazzolo, esaltando un ente che, fondato nel 1973, ha raggiunto la sua cinquantesima stagione concertistica consecutiva.
Un anniversario che ricorda come l’associazione abbia mandato in scena1600 spettacoli, dando spazio alla musica antica, ai linguaggi musicali dell’epoca contemporanea, senza disdegnare la musica etnica, la world music, la computer music e la danza contemporanea. Significativa la disponibilità verso repertori differenti dai consueti e la collaborazione con le nuove generazioni ,grazie a stagioni ed eventi di formazione che hanno coinvolto, dalla nascita dell’associazione, enti che vanno dalla scuola dell’obbligo all’Università.

Nell’ottocentesco Palazzo Scammacca del Murgo, di proprietà dell’omonima famiglia – rinomata anche per la sua produzione di vino etneo e sempre attenta, nei locali della sue strutture, a dare voce alla musica, alle arti figurative e ad altre forme artistiche – Biagio Guerrera, presidente dell’AME, ha spiegato la genesi di questa mostra, affermando che: «con questa mostra vogliamo celebrare la cinquantesima stagione concertistica dell’associazione e quindi dedicare uno spazio alla nostra storia. Per questo la prima sala della mostra è stata allestita con le locandine dei concerti di artisti del calibro di Stockhausen, affiancate da quelle delle esibizioni della nuova Compagnia di Canto Popolare, muovendoci tra tanti grandi musicisti e noti danzatori. I quattro artisti, che hanno in esposizione le proprie opere nelle altre sale e nel cortile del Palazzo, – ha continuato Guerrera – sono stati selezionati perché sono dei grandi fotografi con cui noi collaboriamo per delle produzioni in cui si miscelano fotografia e musica che è il vero filo conduttore».

Daniele Vita, di origine viterbese ma catanese d’adozione da otto anni. ha illustrato la sua filosofia artistica asserendo che, per anni ha fotografato i quartieri popolari e la vita quotidiana della città di Catania. «Oggi – ha dichiarato l’artista, che si ispira al grande fotografo ceco Josef Koudelka- sto seguendo altri progetti, anche al di fuori di Catania, principalmente in Sicilia. Il mio stile fotografico parte dalla fotografia classica che include e unisce fotografia e fotogiornalismo classico. L’uso del bianco e nero viene dal mio essere autodidatta. Ho iniziato la mia attività trenta anni fa, quando il modo più economico per fra foto era usando la camera oscura, che favoriva l’uso di questi due colori che non ho più abbandonato. Lo scorso anno ho fatto il mio primo e, fino adesso, unico lavoro a colori sui cambiamenti climatici in Sicilia. Il mio legame con l’AME nasce da un lavoro che ha unito tre mie opere, presenti a questa collettiva, ad alcuni momenti musicali, anche di violoncelli, fatti da Vittorio Auteri, che si occupa di musica post elettronica.»

Un catanese…internazionale è Marco Schillaci, andato via giovanissimo dalla sua città natale, per vivere tra Roma, Milano e Los Angeles. «La mostra che parte stasera, nell’anniversario dell’AME, è anche una preview di una rappresentazione live, che sarà fatta, il 20 gennaio 2026, presso Zō Centro Culture Contemporanee. L’idea di quell’evento è che, essendo io anche regista e avendo un nutrito archivio di foto fatte in Sicilia, si potessero animare gli scatti, usando varie tecniche, anche con l’intelligenza artificiale, per dare vita ad un film di circa un’ora, con un sottofondo musicale dal vivo, assicurato da Biagio Guerrera. In questa mostra sono presenti alcuni miei scatti e un’anticipazione di circa 5 minuti del progetto di cui ho accennato. In questo modo posso unire le mie due anime, quella del fotografo, a cui è legato il mio inizio carriera, e quella del regista. Ho incominciato, infatti, come fotografo commerciale, lavorando anche a Los Angeles e ho trovato grandi soddisfazioni come director e fotografo artistico, anche attraverso alcune sperimentazioni.»

Sensibile alle novità e alle sperimentazioni è sicuramente il fotografo siracusano di lungo corso Aldo Palazzolo. «Ho sempre nutrito interesse verso differenti e vari linguaggi fotografici. Il lavoro che ho portato in queta collettiva – ha sostenuto Palazzolo- è in “liquid light “ed è composto da pezzi unici lavorati a mano. Ad un certo punto della mia ricerca, non mi bastava più il ritratto così com’era. Allora mi sono messo a sperimentare e mi è venuta l’idea per cui, anziché. come fa ogni fotografo, immergere l’immagine nel rivelatore, ho cominciato a lavorare con le mani mettendo il rivelatore sull’immagine. In questo modo ho ottenuto un frammento del frammento che è la fotografia. È una specie di scavo all’interno della carta fotografica. Ho utilizzato anche dei prodotti già scaduti, vecchi, che mi hanno permesso di ottenere all’interno dell’immagine una serie di vibrazioni, anche colorate, rispetto alle classiche foto totalmente in bianco e nero. In questa mostra, per quanto riguarda i miei lavori, centrale è il libro del poeta di Scordia Salvo Basso. Con lui facemmo amicizia durante un incontro poetico che si era svolto a casa di un amico comune. Da quel momento venne a casa mia e, osservando alcune mie foto, prese appunti dei frammenti poetici che quelle foto avevano generato in lui. Quindi è nato un lavoro in cui dalle foto sono nate, nel modo che ho spiegato, alcune poesie. Tutto, in un rapporto di grande armonia.»

di Gianmaria Tesei

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