Da ormai diverse stagioni di Formula 1 la Ferrari fatica a tornare agli antichi fasti di scuderia vincente e imprendibile. A nulla sono valsi nel tempo i tentativi di rinnovare il gruppo di ingegneri e sviluppatori, il team principal e i piloti. Nemmeno l’arrivo di un sette volte campione del mondo come Lewis Hamilton, accolto come un segnale di rilancio e come l’elemento capace di riportare le Rosse ai vertici, ha portato ai risultati sperati. Il divario con Red Bull e McLaren è rimasto evidente, sia sul passo gara sia sulla gestione strategica delle corse, rendendo difficile competere stabilmente per la vittoria. Anche quest’anno le previsioni iniziali parlavano di stravolgimenti importanti nelle gerarchie, anche perché nelle prime gare anche il campione in carica Max Verstappen appariva svantaggiato rispetto ai piloti della McLaren, sia secondo gli esperti sia in base alle quote sulla F1. E la Ferrari era considerata una contendente capace di inserirsi nella lotta per i podi piloti e costruttori. Eppure la distanza dai team rivali è apparsa evidente sin dalle prime gare, smentendo le speranze di un ritorno immediato al vertice.
Le scelte tecniche e i progetti
Una delle principali criticità riguarda il progetto della monoposto. La vettura si è dimostrata veloce sul giro secco e in determinate condizioni della pista. Ma è sempre stata incapace di avere uno spunto vincente sia durante i giorni delle qualifiche che in gara a causa di problemi cronici di degrado gomme e di instabilità aerodinamica. Diversi analisti hanno sottolineato come la filosofia progettuale adottata a Maranello sia stata troppo conservativa, limitando la possibilità di introdurre soluzioni radicali. Nella SF-25 è stato scelto di stravolgere l’auto posizionando diversamente i pesi, scegliendo un concetto di sospensione pull-rod e modificando l’aerodinamica ma il potenziale del progetto non è mai stato sfruttato appieno. Inoltre la sospensione pull-rod posteriore, che nei test sembrava dare affidabilità, si è rivelata troppo estrema sbilanciando totalmente l’auto in corsa. Errori che hanno addirittura portato alla doppia squalifica delle Rosse in Cina, una cosa mai avvenuta nella storia della scuderia di Maranello.
Management e dirigenti
Le difficoltà non dipendono esclusivamente dalla macchina. Alcuni ex team principal hanno evidenziato problemi più profondi legati all’organizzazione interna e alla gestione del team. In questi anni di gestione Vasseur per esempio sono stati troppi i cambi nei vertici tecnici, così come non c’è mai stata una continuità nella strategia a livello dirigenziale. Errori, o disorientamenti, che hanno impedito di costruire un percorso di sviluppo coerente. Questa instabilità gestionale ha avuto ripercussioni anche sul lavoro dei tecnici attuali e sull’approccio degli ingegneri, spesso costretti a modificare programmi e priorità a stagione in corso.
Hamilton e Leclerc, talento ma senza una vera auto
L’arrivo di Lewis Hamilton avrebbe dovuto rappresentare una svolta per la Ferrari, garantendo esperienza, leadership e capacità di indirizzare lo sviluppo tecnico. Tuttavia, il campione britannico si è trovato di fronte agli stessi problemi che da anni penalizzano Charles Leclerc: una monoposto competitiva solo a tratti e incapace di garantire la costanza necessaria per puntare al titolo mondiale. Hamilton, inoltre, ha dovuto fare anche i conti con il trovare confidenza con una nuova auto, e sembrava averla trovata con la vittoria della Sprint Race sul circuito di Shanghai. Il potenziale dei due piloti resta elevato e non è in discussione, ma senza una base tecnica all’altezza, i loro sforzi rischiano di tradursi in piazzamenti di prestigio piuttosto che in vittorie.
Crisi oltre i risultati
È evidente che la situazione attuale della Ferrari mostra grossi problemi strutturali. La Rossa si trova di fronte alla necessità di un cambiamento radicale, che non può limitarsi all’evoluzione della vettura. Serve una visione a lungo termine, capace di integrare sviluppo tecnologico, continuità gestionale e valorizzazione del talento dei piloti. Senza un approccio sistemico, anche l’apporto di campioni del calibro di Hamilton rischia di non essere sufficiente per invertire la rotta.
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