“Il protagonista è iconico, formidabile, geniale, controverso, paradossale, ed è il primo personaggio realmente esistito che rappresento a teatro”. Daniele Pecci è in scena fino al 18 gennaio al Teatro Menotti di Milano con “Divagazioni e Delizie” di John Gay, spettacolo di cui cura anche la regia e la traduzione, regalando una formidabile prova attoriale ricca di poesia, ironia, intensità e malinconia.
Un testo che racconta Oscar Wilde nel 1899, l’ultimo anno della sua vita quando, uscito dal carcere ed esule in Francia, stanco, grasso, malato e completamente in bancarotta, per cercare di tirare avanti, affitta piccole sale teatrali per dar spettacolo di sé, presentandosi al pubblico parigino come il ‘mostro’, ‘lo scandalo vivente’.
Una sorta di conferenza autobiografica, a tratti interrotta da piccoli colpi di scena, happenings e contrasti con i due inservienti/macchinisti del teatro. Seppur velata da una costante malinconia e da un sarcasmo feroce, la prima parte del testo scivola via fra vecchi ricordi, aneddoti, e racconti spesso molto divertenti. La seconda parte invece, attinge a piene mani da quel doloroso e terribile atto d’accusa che è il De Profundis: il fatale amore per Lord Alfred Douglas, il processo, il carcere, gli ultimi anni esule tra la Francia e Napoli, la malattia e il presagio della morte ormai imminente.

Daniele, è interprete di “Divagazioni e delizie”, del quale ha curato anche la regia e la traduzione, com’è nata l’idea di portare in scena questo spettacolo?
“E’ un’idea che affonda le sue origini quasi all’inizio della mia carriera, perché sono venuto a conoscenza di questo testo quando avevo più o meno 20-22 anni. Seppur nella mia giovane esperienza, avevo avuto la forza di riconoscere che era un testo estremamente potente da tutti i punti di vista. Innanzitutto perché il protagonista è iconico, formidabile, geniale, controverso, paradossale, e poi perché l’autore è riuscito ad utilizzare tutte le parole di Wilde senza doverne inventare di nuove, mettendole insieme in una sorta di monologo, di conferenza, di flusso di pensiero che le legasse una all’altra in una condizione inventata, ma fino a un certo punto, in quanto Wilde prima ancora di essere famoso come autore è stato un conferenziere mondiale, un personaggio assolutamente eccentrico che faceva delle conferenze sull’etica dell’arte negli Stati Uniti nel 1880. Ho trovato geniale l’intuizione di Gay e quindi ho sempre tenuto in un angolo della mente il desiderio di portare in scena questo spettacolo, aspettando l’età giusta per interpretarlo. Prima dello scoppio della pandemia avevo preso i diritti di “Divagazioni e delizie”, poi con il covid è stato molto difficile trovare qualcuno che volesse produrlo, nonostante riesca a creare un profitto invece che un deficit, perché è costato molto poco e può girare in modo agile per tanto tempo. Alla fine il Teatro Stabile d’Abruzzo e il Teatro Maria Caniglia di Sulmona hanno prodotto il progetto, insieme alla società Shakespeare & Co., e con pochi euro lo abbiamo allestito”.
Come ha lavorato invece alla traduzione del testo?
“Traduco tutti i testi inglesi che porto a teatro in quanto sono laureato in questa materia e credo che una messa in scena teatrale non possa prescindere da un linguaggio pensato per quello spettacolo. Al mio fianco c’è stato sempre Raffaele Latagliata che è un regista molto bravo di cui mi fido, oltre ad essere un amico, che mi ha fatto da specchio e mi ha indicato cosa funzionasse e cosa fosse da sistemare, quindi abbiamo lavorato in totale armonia”.
E’ uno spettacolo che si divide in due parti, la prima è più spensierata, la seconda è legata al De Profundis, al processo, è quindi più riflessiva, più tragica …
“Lo spettacolo comincia con Wilde un po’ malconcio, arrabbiato, contrariato e quindi tende ad essere scherzoso, giocoso, sempre tagliente, mai buffonesco, però più leggero, infatti il pubblico si diverte molto. Poi naturalmente quando affronta alcuni argomenti, unitamente al fatto che io lo faccio bere e fumare senza sosta, scende negli inferi del dolore, della situazione che sta vivendo, per cui quell’ironia si trasforma prima in sarcasmo, poi in denuncia e in alcuni vaneggiamenti sui ricordi, e sembra parlare in prima persona con Lord Douglas, ha degli scatti d’ira, si autodistrugge. Nel corso dello spettacolo c’è una grande evoluzione o dissoluzione”.
Il testo è composto interamente dagli scritti estratti dalle opere di Wilde e alcuni versi secondo me rispecchiano molto anche la situazione attuale. Ad esempio Wilde dice “arriveremo al punto che la censura impedirà la divulgazione di opere di fantasia in nome di una non corretta moralità” …
“E’ la capacità chiaroveggente di una mente superiore. Gli autori che oggi consideriamo classici hanno un valore, una forza, una potenza grandissimi in quanto capaci di poter leggere il futuro, di anticiparlo. Quella che hai citato è una frase di una verità talmente lampante e sorprendente, che mentre la pronuncio mi sembra di avvertire il pubblico che si sconcerta, tanto che molte persone pensano addirittura che l’abbia scritta io per adeguarla ai tempi. Invece sono parole di Oscar Wilde. Viviamo un momento di recrudescenza di questa sorta di moralità che tenta di imporsi a livello politico e sociale, stiamo ritornando, come la storia ciclicamente fa, ad un periodo moralmente chiuso, bigotto da un certo punto di vista. Quelle che sembrano essere delle innovazioni che dovrebbero salvaguardare il diritto ad essere differenti, al pensiero critico, all’autodeterminazione, in realtà si stanno manifestando come una sorta di costrizione contraria, come accadeva in epoca vittoriana”.

Un’altra frase molto veritiera è “l’arte è bellezza e non c’è niente di sano, sensato o assennato nella bellezza” …
“Siamo sempre così propensi a credere che la bellezza e l’arte siano, come dire, in qualche modo apportatrici di un bene morale. La grandezza di Wilde sta nel liberarla da questa condizione positiva. L’arte è al di là della positività. I libri sono ben scritti o mal scritti e basta, non c’è nella bellezza per forza una sanità che in qualche modo ci riscatti dal dolore, dalla violenza. Anche la bellezza può essere estremamente violenta, dolorosa, perché in senso assoluto è al di sopra di questi giudizi. Sono poche parole per far capire un concetto grande, complesso, su cui andrebbe aperta una riflessione”.
Wilde afferma anche in un passaggio dello spettacolo “non è straordinario quanto poco ci si metta a diventare famosi?”. Se pensiamo ad oggi, dove ormai basta veramente pochissimo con i social per ottenere la fama, anche questa affermazione è molto attuale…
“Wilde pronuncia quelle parole relativamente al fatto che la sua fama negativa l’abbia portato in Francia, dove anche per strada lo riconoscono e lo insultano e quindi ne fa un gioco al contrario. Però il concetto non è lontanissimo da quello che accade oggi. L’essere famosi è una tentazione che riguarda moltissimi esseri umani. Questi social e questo modo di esporsi personalmente per far capire chi si è, cosa si fa, come si vive, come la si pensa è diventato centrale in un travisamento fondamentale di quella che potrebbe essere invece la fama. Bisognerebbe essere famosi, se vogliamo usare questa parola che non amo molto, per qualcosa che si fa, per un valore aggiunto che si porta, per la propria arte, per le proprie azioni, per un impegno. Invece non facciamo altro che accendere la televisione e ascoltare gente che dice io vorrei far sapere al mondo chi è la vera me, chi è il vero me stesso. Non sono mai riuscito a capire il motivo di questo bisogno. Diventare famosi poi è un’arma a doppio taglio. Nel momento in cui tu raggiungi questa fama poi sei sottoposto ad una valanga di critiche, di violenza che è un po’ quella che in qualche modo incontra anche Wilde a Parigi. A un certo punto vieni messo su un piedistallo e appena c’è lo spiraglio per poterti scagliare addosso il livore, la cattiveria della gente vieni massacrato. Quando le persone riconoscono Wilde in divisa da detenuto sono eccitate all’inverosimile dalla voglia di umiliarlo e insultarlo. E’ quello che accade oggi sui social. Basta che qualcuno dei personaggi cosiddetti famosi metta un piede in fallo anche per motivi non relativi a ciò che fanno come artisti, come scrittori, come pensatori, come uomini politici, e il ludibrio diventa il perno su cui si muove lo sfogo”.
Cos’ha aggiunto al suo percorso artistico e anche umano portare in scena questo spettacolo e interpretare Oscar Wilde?
“Ha aggiunto molto per diversi motivi. Innanzitutto è il primo personaggio realmente esistito che rappresento a teatro. Finora non mi era capitato perché ho un percorso di tipo classico in cui interpreto solitamente i grandi personaggi mitologici della scena teatrale internazionale e soprattutto storica, dai drammi delle tragedie greche a quelli shakespeariani. Pertanto la responsabilità, l’empatia nei confronti di un’esistenza vissuta, il rispetto e la compartecipazione a quel dolore che provo nei confronti di Oscar Wilde tende a farmi capire molte più cose sull’essere umano, sulla vita, sul senso della vita e quindi è stata una crescita. Attorialmente è stata una prova decisiva perché andare da solo in scena per un’ora e mezza in cui si chiacchiera è molto pauroso. Ci sono centinaia di persone sedute in platea che pendono dalle tue labbra e tu puoi distruggerle con la noia, con la tua non bravura, con il tuo non essere centrato in quello che fai. Sento una tensione da parte del pubblico molto forte che mi aiuta a fare lo spettacolo. Quindi è stata una conquista, una maturazione”.

Ha interpretato tanti personaggi diversi, sia al cinema che nelle serie tv che a teatro, quali sono i tre che hanno segnato un punto di svolta nella sua carriera?
“Sceglierei senz’altro Edipo Re, Amleto e Oscar Wilde. In attesa di interpretare, se avrò la forza e il coraggio per metterli in scena, il Don Giovanni e Don Chisciotte. Credo che queste siano le tappe che anche da giovane, con un’intuizione ancora non lucidissima, mi ero prefissato per la mia carriera. Avevo intuito che erano proprio i fondamenti della letteratura teatrale mondiale e in essi c’erano gli elementi costitutivi di quello che è l’essere umano, anche nel 2026. Per cui portare in scena questi personaggi, come interprete, ha rappresentato un punto d’arrivo, un traguardo, un confronto”.
In quali progetti la vedremo prossimamente?
“Nella prossima stagione riprenderò la tournée del Macbeth, un altro dei tasselli importanti della mia carriera, un grandissimo progetto con tredici attori e sette tecnici. E’ un personaggio veramente assoluto, difficilissimo, per cui non vedo l’ora di riportarlo in scena. Per quanto riguarda il cinema quello che vorrei fare io, almeno per adesso, sembra essere precluso. Mai dire mai, però è molto difficile. Il 28 gennaio invece arriva su Canale 5 la serie televisiva “Una nuova vita” in cui recito insieme ad Anna Valle”.
Può anticiparci qualcosa sul suo personaggio, Marco Premoli?
“E’ uno di quei personaggi cosiddetti funzionali, cioè che non arrivano sulla scena portando il loro background, il loro passato, ma hanno una funzione ben precisa. Marco è un avvocato di grande successo, ha adottato una figlia, Asia (Anna Godina), che è alla ricerca delle proprie origini e nel momento in cui lui prova a riportarla a casa, a quietarla, entra in contatto con una donna, Vittoria (Anna Valle), che ha un problema analogo al suo, dietro il quale si nasconde un grande mistero, degli omicidi avvenuti nel passato tra le montagne. E’ una sorta di giallo, di crime”.
La vedremo anche nella quarta e ultima stagione de Le indagini di Lolita Lobosco?
“La partecipazione alla serie è stata una sorta di fulmine a ciel sereno, nel senso che sono stato chiamato all’ultimo e sembrava che dopo la terza stagione non ce ne sarebbero state altre. Al momento nessuno mi ha contattato, quindi credo che il percorso del mio personaggio si sia concluso”.
di Francesca Monti
credit foto Tommaso Le Pera
Si ringrazia Linda Ansalone
