Intervista con Maximilian Nisi, a teatro con “Quartett”: “Ho provato a rappresentare la mostruosità e a comprendere dove e quando si è persa l’umanità”

“Ho cercato di immergermi completamente in un materiale che è scottante, incandescente, tossico e che investiga in maniera interessante le relazioni umane e ciò che accade nella nostra vita, soprattutto nel rapporto tra uomo e donna”. Maximilian Nisi firma la regia ed è anche protagonista, insieme a Viola Graziosi, di “Quartett”, la celebre pièce di Heiner Müller, con la traduzione di Saverio Vertone, le musiche di Stefano De Meo, le scene e i costumi di Vincenzo La Mendola, prodotto dal Teatro della Città – Centro di Produzione Teatrale, in scena in prima assoluta il 20 e il 21 gennaio al Piccolo Teatro della Città di Catania, e a seguire dal 27 gennaio al 1° febbraio al Teatro Parenti di Milano.

Al centro della storia ci sono la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont, due figure emblematiche dell’aristocrazia del XVIII secolo, spogliate di ogni maschera sociale, chiuse in un bunker fuori dal tempo e dallo spazio. Ispirata al celebre romanzo Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, l’opera di Heiner Müller non racconta una storia, ma scava un abisso. In uno spazio claustrofobico, fatiscente, illuminato da luci fioche, il tempo è scandito dal ticchettio di un orologio. In questo luogo sospeso, isolato da un mondo esterno devastato, i due personaggi rievocano, attraverso un perverso gioco di ruolo, le loro conquiste, i tradimenti, i fantasmi.

Il cuore del dispositivo scenico è però lo scambio di ruoli: Valmont diventa Merteuil, Merteuil interpreta Valmont. Poi impersonano Madame de Tourvel e Cécile de Volanges, le vittime sedotte. Le identità si mescolano, si sovrappongono, si deformano. Il corpo dell’altro diventa maschera, specchio, campo di battaglia. In questa vertigine performativa, Müller interroga le dinamiche del potere, del desiderio, del genere e della sua rappresentazione.

Maximilian, è protagonista e regista di “Quartett”, ispirato al romanzo Le relazioni pericolose, com’è nata l’idea di portare in scena questo spettacolo?

“Negli anni Novanta, quando frequentavo il Piccolo Teatro di Milano ed ero un giovanissimo allievo e futuro attore di belle speranze, comprai il libro “Teatro” di Heiner Müller, edito dalla UbuLibri che ora è introvabile e non è più stato ristampato. Mi sono subito appassionato a queste riscritture che Müller aveva fatto dell’Amleto, della Medea, dei due personaggi di Le relazioni pericolose e mi ha affascinato questo suo cinismo, questa voglia di scarnificare ogni cosa.  Siamo abituati ad un teatro composto da personaggi, situazioni, azioni, didascalie realizzati in un determinato modo, mentre i testi di Müller sono estremamente pregni di citazioni, di silenzi, di voci, ma lo sviluppo dell’azione in realtà è limitato da questa parola che diventa quasi un macigno. Avevo parlato di “Quartett”, pubblicato nel 1981, con Viola Graziosi, che è una collega molto propositiva e con cui è stimolante lavorare, e quando l’ho ripreso, a distanza di trenta anni dalla prima lettura, mi sono reso conto che era sempre molto bello ma un po’ passato in quanto alcune cose erano già avvenute. Peraltro la Germania, rispetto al resto dell’Occidente, prima della caduta del muro di Berlino aveva un regresso, nel senso che era un pochino più lenta nella progressione, ad esempio riguardo il tema della parità dei sessi, per cui ho trovato una chiave di lettura che mi è molto piaciuta pensando al momento storico attuale”.

Come ha lavorato a livello registico?

“Fare il regista di me stesso non è una cosa semplice, soprattutto per uno spettacolo e un testo di questo genere. Ho cercato di immergermi completamente in un materiale che comunque è scottante, incandescente, tossico e che investiga in maniera interessante le relazioni umane e ciò che accade nella nostra vita, soprattutto nel rapporto tra uomo e donna, ma anche i concetti del dominio, della manipolazione, della fluidità di genere, della sopraffazione. Ho sentito non tanto l’urgenza ma il piacere di trattare questi temi perché ho avuto la possibilità di capire anche delle dinamiche che mi riguardano personalmente in questo momento”.

Quali domande si è posto?

“Mi sono posto domande come: cos’è il desiderio oggi? Perché l’uomo e la donna non si incontrano più? Perché non c’è una verità? Perchè tendiamo ad utilizzare delle maschere? Stanno accadendo tantissime cose che sono frutto della solitudine, di una crudeltà quasi gratuita. Siamo ormai abituati a oggettivizzare il prossimo attraverso lo schermo e quindi affrontare un testo del genere sicuramente è un modo per riportare anche il teatro alla dimensione che a me interessa maggiormente, ossia leggerezza ma mai superficialità, svago ma con un peso emotivo e intellettuale. Nella scrittura di Müller ci sono mille citazioni, che non servono per dare delle risposte, ma per far sì che possano sorgere delle domande nelle persone che assistono alla messa in scena dei suoi testi”.

In “Quartett” infatti le identità dei personaggi si mescolano, si sovrappongono …

“Nel testo originale ci sono la Marchesa di Merteuil e il Visconte Valmont, poi la Marchesa interpreta Valmont e lui Madame de Tourvel, ad un certo punto Madame de Tourvel impersona Cécile de Volanges e Valmont riprende i suoi panni e alla fine muore. Per renderlo più attuale, ho scelto invece di invertire i ruoli fin dall’inizio, perchè mi interessava far capire la realtà odierna in cui le donne, come si suol dire, “indossano” i pantaloni mentre gli uomini hanno perso la masconilità, e quindi avviene una sorta di gioco di specchi tra di loro, come se l’uomo volesse mostrare alla donna che cosa è diventata e viceversa, in una profonda disperazione e solitudine. Poi c’è un rewind e si ripercorre la storia del rapporto tra un uomo e una donna, dagli albori fino alla degenerazione che stiamo vivendo oggi. Quante volte diciamo “se l’umanità è questa, forse dovrebbe estinguersi”, è quello che mi ha permesso di dare una mia lettura del testo, poiché quando una persona cura una regia decide quali occhiali indossare e come vedere le cose. È molto stimolante dal punto di vista attoriale mettersi nei panni altrui per poter comprendere una nefandezza che può essere stata elargita anche in maniera molto superficiale. All’inizio Valmont è praticamente un seduttore stanco, annoiato dalla propria capacità di sedurre, è un uomo che cerca nel sesso la sua esistenza, ma in realtà non fa altro che seminare morte. Invece la Marchesa di Merteuil è la manipolatrice, la mente fredda, lucida, tossica, cinica, è un personaggio molto particolare. Il fatto di impersonare inizialmente la Marchesa e di far interpretare Valmont a Viola Graziosi mi dà la possibilità di approfondire tutta una serie di altri scambi di ruolo per capire il punto di partenza, che è quello che dovrà, in un modo o nell’altro, arrivare in maniera decisiva al pubblico”.

E’ uno spettacolo che affronta tematiche che possiamo ritrovare nella società odierna, come la decadenza morale e la difficoltà nel comunicare con gli altri …

“Müller diceva “fissa il mostro negli occhi per vedere quanto di quel mostro è rimasto in noi”, questa era la finalità del suo teatro, non è un esercizio di stile. Mi piacerebbe che questo spettacolo possa colpire coloro che lo vedranno, che il pubblico possa riconoscersi nell’abisso in cui purtroppo oggi siamo scivolati tutti. La difficoltà più grande per me è stata uscire da queste parole che rischiano di mangiare l’azione, ma soprattutto l’interpretazione, pertanto ho pensato di inserirle all’interno di un contesto, creare delle situazioni, parlare delle condizioni dei personaggi e di mancanze di relazione per raccontare qualcosa in più, proprio perché il teatro deve far sorgere delle domande e non dare delle risposte”.

Quanto è rimasto nello spettacolo del libro “Le relazioni pericolose”?

“E’ rimasto poco, c’è il cinismo di Müller, forse l’ossatura della trama, non c’è invece quella seduzione galante, ma soltanto un meccanismo di autodistruzione, dove il sesso non è un piacere ma diventa praticamente un’arma. Pertanto ho cercato di fare in modo che lo spettacolo non fosse un esercizio intellettuale, ma ho lavorato in una direzione diversa, provando a rappresentare la mostruosità e a comprendere dove e quando si è persa quell’umanità. Oggi non siamo più abituati ad ascoltare e avere un testo così pieno di parole è un grosso rischio, inoltre non è comune vederci rappresentati in maniera così esplicita e profonda e questo può turbare lo spettatore. Il teatro secondo me ha una funzione catartica, di approfondimento e di conoscenza”.

Tra i grandi maestri con cui si è formato ci sono Giorgio Strehler e Luca Ronconi, qual è l’insegnamento che le hanno trasmesso e che le è stato più utile nel suo lavoro di regista, attore e direttore artistico?

“Per quanto riguarda Strehler ho messo a frutto i suoi insegnamenti nel trattare questa materia. Ho voluto un ambiente molto poetico e fatiscente per la scenografia che è curata da Vincenzo La Mendola, mettendo in risalto la bellezza che si è persa e che appartiene ad un passato lontano, l’armonia, la poesia, le musiche barocche ma con accenni distopici di Stefano De Meo. Anche i momenti di silenzio sono musica, come diceva Mozart. Per quanto riguarda Ronconi, mi piace l’idea di scandagliare il testo, che in questo caso contiene sottotesti, supposizioni. Luca in questo era veramente molto capace. Strehler rappresenta il teatro della bellezza, della poesia, Ronconi invece è il teatro di ciò che è stato, se pensiamo anche alla differenza di climax, di colori, di strutture, di situazioni, che hanno saputo creare. Io ho voluto contaminare questi due mondi”.

Sul suo profilo Instagram in home c’è scritto «L’agire segue l’essere», cosa rappresenta per lei questa frase di Tommaso D’Aquino?

“Mi piaceva come frase perchè la vita è preziosa e bisogna trovare il modo di vivere secondo la propria natura, secondo il proprio pensiero, per realizzare quello che siamo. Questa è la libertà più grande. Müller dice a un certo punto “lo strumento del nostro corpo non ci è forse stato prestato per essere suonato fino a che il silenzio non faccia saltare le corde?”, nel senso che se non utilizziamo il nostro corpo, le nostre potenzialità, che senso ha vivere? Questa è una frase che Valmont dice a Madame de Tourvel per portarla a letto. Purtroppo l’uomo non ha il romanticismo o la delicatezza di una donna, che pertanto può essersi sentita abusata. Nella guerra dei sessi un grosso danno è stato, secondo il mio parere, il fatto che la donna abbia cercato di prendersi un rispetto, uno spazio che l’uomo in realtà le ha negato a priori. Adesso la donna ha quello spazio ma l’uomo non sa più che cosa deve fare, spesso diventa violento e anche la donna non è felice. Quindi forse c’era qualcosa che andava fatto in modo diverso ma c’è ancora la possibilità di rivedere questa mancanza di equilibrio”.

Tra i personaggi con cui ha avuto modo di lavorare c’è Virna Lisi, grandissima attrice, forse non ricordata come meriterebbe. Che ricordo conserva di lei?

“Ho avuto modo di lavorare con Virna Lisi nelle serie tv (Il bello delle donne e Caterina e le sue figlie 2, ndr) e conservo un bellissimo ricordo di lei. Era una professionista molto preparata, una vera signora, una donna con una grande anima, era solo all’apparenza fredda perchè penso che in qualche modo dovesse difendere la sua bellezza. Aveva un forte rigore spirituale, era una persona empatica e generosa, qualità molto rare al giorno d’oggi. Ha recitato in film bellissimi, ha avuto una strepitosa carriera ma forse negli ultimi anni è stata un po’ sottovalutata. Questo dipende dall’industria del cinema che non ha, secondo me, prodotti di rilievo. In Italia abbiamo degli attori bravissimi ma spesso non ci sono ruoli interessanti”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnato?

“Sarò in scena al Teatro Menotti di Milano con Maddalena Crippa in “Un sogno a Istanbul” di Alberto Bassetti, tratto dal libro di Paolo Rumiz, con la regia di Alessio Pizzech, poi riprenderò il mio tributo a William Shakespeare, quindi farò uno spettacolo con Manuela Kustermann scritto da Dacia Maraini, “Il gioco dell’universo”, e per il quinto anno consecutivo torneremo in scena con “A spasso con Daisy”. Infine in qualità di direttore artistico, devo occuparmi della sessantesima edizione del prestigioso Festival Teatrale di Borgio Verezzi. Probabilmente farò anche la regia di un testo che sto selezionando in questo momento perché ho voglia di lavorare con giovani interpreti. Mi piace molto l’idea di fare il regista e credo che possa un modo per ricordare i grandi maestri che ho avuto modo di incontrare, quali Strehler, Ronconi, Sandro Sequi, Terzopoulos, Vassilev nell’Edipo Re, che sono stati preziosi per la mia formazione. Il teatro ha bisogno di essere sollevato, la nostra cultura è troppo importante per essere messa da parte”.

di Francesca Monti

credit foto Azzurra Primavera

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