Intervista con Atarde: “Il filo conduttore del disco Waterproof è il mare, ma visto da prospettive diverse”

“E’ un disco tutt’altro che impermeabile, perché il mare entra ovunque, in tutte le canzoni, ed emerge anche altro, quindi non lascia fuori fragilità o pensieri personali”. Si intitola “Waterproof” il nuovo progetto di Atarde, che prende forma dentro un immaginario liquido, dove tutto scorre, cambia, si trasforma.

Un racconto generazionale e insieme estremamente personale, che si muove tra relazioni, insicurezze, desideri e piccoli cortocircuiti quotidiani.

C’è la sensazione di non sentirsi mai abbastanza, il bisogno di essere visti, la tendenza a idealizzare l’altro fino a perdersi nel confronto. Ma tutto viene filtrato da uno sguardo lucido e disincantato, capace di alleggerire senza banalizzare, di raccontare senza appesantire.

All’interno del disco di Atarde, nome d’arte di Leonardo Celsi, trova spazio un unico featuring con faccianuvola, che si inserisce con naturalezza nel racconto, amplificandone l’atmosfera senza interromperne l’equilibrio.

Il titolo suggerisce una protezione, che però non è mai una chiusura, non è l’assenza di contatto, piuttosto la capacità di restare a galla anche quando si sta andando a fondo. Come in mare, dove ogni movimento ha un peso diverso e serve tempo per trovare il proprio ritmo, anche in questo disco le emozioni si dilatano, si stratificano, si fanno più leggere senza perdere profondità.

Leonardo, come nasce il disco Waterproof?

“Waterproof nasce circa tre anni fa da una frase contenuta in Bonaccia, «e mi tuffo tutto blu, mi rendo conto che l’umore non è Waterproof». E’ un brano che ho scritto con Francesco Pesaresi e ho pensato che Waterproof fosse il titolo perfetto per un disco, e poi si collegava al mio progetto Atarde, in quanto mi ricordava il blu dell’acqua, il mio colore preferito, e il mare, dato che provengo da Ancona, e abbiamo l’Adriatico a portata di mano. Da lì abbiamo scelto tutti i brani che avevo messo da parte, con il mare a fare da filo conduttore, ma visto da punti di vista diversi”.

All’interno delle canzoni c’è tanto di te, parli di sentimenti, di dolore, di amore, quindi questi brani non sono poi così impermeabili, perché i sentimenti traspaiono, vengono a galla …

“Anche mia madre mi ha fatto notare che il disco si chiama Waterproof ma è tutt’altro che impermeabile, perché il mare entra ovunque, in tutte le canzoni, ed emerge anche altro, quindi non lascia fuori fragilità, pensieri personali. Secondo me è auspicabile che in un album ci siano comunque della verità o delle cose sentite da chi le canta. Waterproof è fortemente mio, è molto personale”.

Tra le tracce del disco c’è I Pirati, dove canti “vorrei essere un pirata da grande” …

“I Pirati e Piccola Ostrica sono gli unici due brani del disco che non ho scritto io e in cui faccio l’interprete. Mi fa molto sorridere perché c’è una certa simmetria, in quanto Piccola Ostrica è stato composto dal ragazzo di mia sorella, che si chiama Riccardo, mentre I Pirati da Enrico, il fratello della mia ragazza. A novembre avevo fatto dei piccoli live in cui facevo ascoltare al pubblico alcuni brani del disco e accennavo al fatto che fosse waterproof, ed Enrico mi ha portato questa canzone che era stata pubblicata dieci anni fa. Mi è piaciuta molto e ho cercato di farla diventare mia. Ogni volta che la sento mi commuove tantissimo, soprattutto quando dice: “e magari andremo lontano ognuno per suo conto ma ognuno per sempre conscio che c’è un altro pirata al mondo”. E’ un brano che va a completare il quadro di questo disco che parla di mare”.

In “Quando nessuno resta” entra l’attualità, infatti citi Gaza, la guerra e parli anche della fortuna che abbiamo abitando in una parte di mondo che non vive queste tragedie, seppur tutti siamo interconnessi …

“Ho scritto questa canzone basandomi sull’estratto di un breve intervento a Le Iene di Rula Jebreal, una giornalista che si occupa da tantissimo tempo del tema Palestina e del genocidio. Mi ha colpito quando ha affermato che dovremmo interessarci della Palestina non solo per il fatto che c’è un genocidio in corso ma perchè lo dobbiamo a noi stessi. A Gaza infatti sono in gioco i diritti umani fondamentali dell’uomo e i poteri sono gli stessi che riguardano noi in Europa, per quanto siamo tutti al riparo. Oggi è Gaza, domani potrebbe toccare a noi, magari non con le stesse dinamiche. Tra l’altro in questo intervento sono presenti anche molte delle immagini che cito nella canzone come ad esempio gli ospedali crollati, i cari randagi tra macerie e cadaveri. La canzone parla di quello che io e tanti altri pensiamo guardando la Palestina. E’ uno sforzo che cerchiamo di fare, cioè interessarci di questo dramma mentre le nostre vite vanno avanti”.

Nel disco c’è anche un featuring con Faccianuvola in Oblò. Come nasce questa collaborazione?

“Faccianuvola è l’artista più forte che abbiamo in Italia in questo momento ed è il mio preferito. Questo featuring nasce prima che uscisse il suo ultimo disco “Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. All’epoca ho scritto ad Alessandro, mandandogli una demo della canzone, gli è piaciuta e ci siamo trovati nello studio di un mio caro amico, Marco Bergamini, che ha prodotto gran parte del disco, e abbiamo scritto insieme Oblò in tre giorni di sessione, terminandola poi poco tempo fa. Per me è un onore gigante aver collaborato con Faccianuvola, perché lo stimo come artista, come songwriter e come persona”.

Sulla cover sono raffigurate dieci persone girate di spalle, ciascuna con sul capo una calottina con una lettera del titolo del disco. Chi sono?

“Nel corso della comunicazione del disco abbiamo pubblicato un live girato vicino al mare, e tra i presenti c’erano molti miei amici, quindi l’idea di quella piccola comunità di Anconetani che venisse riflessa nella copertina c’è sempre stata. Però in marzo c’era una sessione di esami, e tutti i miei amici erano fuori sede, quindi abbiamo dovuto ovviare al problema inserendo altre persone. E’ stato molto divertente, nella cover ci sono mia madre, c’è Baltimora, c’è gente che nemmeno conoscevo. Si percepisce questa idea di comunità, anche se in modo diverso rispetto a come l’avevamo pensata inizialmente”.

Come renderai live questo disco?

“Dato che è un disco breve, fortemente cantautoriale e i testi sono centrali, si presta molto alla dimensione live acustica. Per questo stiamo facendo i primi concerti in trio, chitarra, pianoforte, ukelele e voci”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Carlo di Help Pr & Media Relations

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