“Ogni momento in cui scegliamo la curiosità invece del giudizio, il dialogo invece dell’umiliazione o la compassione invece della vendetta è una forma di resistenza”. Cantante, compositrice e interprete di straordinaria sensibilità, nonché una figura di riferimento nel panorama internazionale per il suo impegno a favore del dialogo, della coesistenza tra i popoli e della pace, Noa arriva a Milano con il tour The Giver and The See sabato 25 luglio, al Castello Sforzesco, nell’ambito della rassegna Estate al Castello.
Con oltre trent’anni di carriera, l’artista che ha prestato la voce alla colonna sonora del film “La vita è bella”, porterà sul palco il suo nuovo progetto musicale accompagnata dal pianista Ruslan Sirota, dal batterista Daniel Dor e dal sassofonista Omri Abramov.
“The Giver and the See”, prodotto da Ruslan Sirota e distribuito dall’etichetta Helicon, è un disco che nasce da un’idea simbolica potente: attraverso un gioco di parole, viene ribaltata la controversa espressione “From the river to the sea”. Il “fiume” (river) diventa “giver” (colui che dona), mentre il “mare” (sea) si trasforma in “see”, cioè luogo di protezione e sicurezza. L’acqua e il suo fluire diventano il filo conduttore dell’intero lavoro, dando vita a un viaggio emotivo e spirituale che attraversa temi universali come dolore, perdita e rinascita, aprendosi alla speranza e celebrando la resilienza umana, la capacità di amare e la ricerca della gioia.
In questa intervista Noa ci ha parlato del nuovo disco, del suo profondo legame con l’Italia, di “Re-Imagine Peace” che si è tenuto a Firenze ma anche dei ricordi legati a Papa Francesco.

credit foto Zohar Ron
Noa, sarà live a Milano sabato 25 luglio con il suo tour “The Giver and The See”, al Castello Sforzesco, nell’ambito del festival culturale “Estate al Castello”. Cosa può anticiparci a riguardo?
“Sono davvero entusiasta di tornare a Milano e, in particolare, di esibirmi nella magnifica cornice del Castello Sforzesco. Il concerto presenterà brani tratti dal mio nuovo album, “The Giver and The See”, insieme a canzoni che ripercorrono le diverse tappe della mia carriera.
E’ un disco intimo, poetico, spirituale e anche ritmicamente potente. È nato in un periodo estremamente difficile, ma non è un album di disperazione, al contrario cerca significato, bellezza, coraggio e persino gioia nel mezzo dell’oscurità.
Sul palco, la musica acquista un’altra dimensione. C’è libertà, improvvisazione, energia e uno scambio diretto con il pubblico. Sarò affiancata da musicisti straordinari, Ruslan Sirota, Daniel Dor e Omri Abramov, e naturalmente il concerto includerà anche alcuni dei brani che il pubblico italiano ha accolto con entusiasmo nel corso degli anni. Ogni esibizione dal vivo è un viaggio, e spero che gli spettatori tornino a casa commossi, stimolati, sollevati e con un abbondante nutrimento per il cuore e la mente”.

È uscito il suo nuovo album, The Giver and The See, del quale ha scritto i testi e composto le melodie in collaborazione con Ruslan Sirota. Come è nato questo progetto?
“L’album è stato scritto in gran parte all’indomani del 7 ottobre e durante la devastante guerra che ne è seguita. Come tante altre persone, mi sono ritrovata a fare i conti con il dolore, la paura, la rabbia, l’impotenza e profonde questioni morali. La musica è diventata lo spazio in cui ho potuto trasformare quelle emozioni, non per sfuggirle, ma per dar loro espressione nel linguaggio unico degli angeli, il linguaggio della poesia e della musica che parlo da tutta la vita. È anche attraverso il processo creativo che ho trovato le mie ali: libertà, speranza e gioia.
Il titolo, The Giver and The See, è un gioco di parole. Allude alla controversa frase «Dal fiume al mare», utilizzata dagli estremisti di entrambe le parti per rivendicare la proprietà esclusiva della «Terra»… Volevo trasformare questa animosità in generosità, creare un luogo dove tutti fossero al sicuro, protetti e accuditi…
Vi invito a guardare questo video in cui spiego il titolo e parlo dell’album in modo approfondito:
“The Giver and the See” è il mio primo album realizzato con qualcuno che non sia Gil Dor, il mio partner musicale da tantissimi anni. Gil rimane una parte essenziale della mia vita musicale e personale; infatti siamo co-direttori artistici di Re-Imagine Peace, la cui prima edizione si è appena tenuta a Firenze. Lavorare con Ruslan Sirota mi ha aperto nuove porte, mi ha messo alla prova e mi ha permesso di scoprire nuovi colori dentro di me. Avevo davvero bisogno di questo cambiamento, e Gil, che ha 17 anni più di me, necessitava di un po’ di riposo e di tempo da trascorrere con i suoi nipoti. Ruslan ha fatto un lavoro straordinario come produttore dell’album. E Gil rimane il nostro maestro!”.
Nella canzone “Restart” canta “Ricordati di rimanere umano”, un messaggio importante in un mondo sempre più disumano. Come possiamo riuscire a mantenere l’empatia, l’umanità e la gentilezza in tempi così bui?
“Nei tempi bui, le persone sono spinte a indurire il proprio cuore. Ci viene detto che l’empatia è debolezza, che la compassione per la sofferenza dell’«altro» è un tradimento della nostra stessa gente e che dobbiamo scegliere quale dolore conta. Io respingo tutto questo completamente.
Rimanere umani significa rifiutarsi di disumanizzare chiunque, anche quando abbiamo paura, anche quando siamo in lutto e quando siamo furiosi. Non significa ignorare i crimini o abbandonare la giustizia. Al contrario: la vera giustizia inizia con il riconoscimento che ogni vita umana ha valore. Dobbiamo ascoltare, soprattutto quando è scomodo. Dobbiamo proteggere la nostra capacità di sentire la sofferenza delle persone al di là della nostra famiglia, tribù, religione o nazione.
La gentilezza può sembrare piccola rispetto all’enorme violenza che ci circonda, ma non lo è. Ogni atto di gentilezza sfida la logica della crudeltà. Ogni momento in cui scegliamo la curiosità invece del giudizio, il dialogo invece dell’umiliazione o la compassione invece della vendetta è una forma di resistenza.
«Restart» esprime la mia convinzione che l’umanità abbia sempre la possibilità di ricominciare da capo. Ma un nuovo inizio non avviene cancellando il passato. Avviene imparando da esso, accettando le proprie responsabilità e scegliendo una strada diversa”.
Ascoltando l’album, ho notato un’immagine molto toccante che ricorre sia in “There’s a Song” che in “Water”: quella di una madre che, nella prima canzone, canta per sua figlia, mentre nella seconda piange per lei…
“L’immagine della madre è centrale nell’album. Una madre rappresenta l’inizio della vita, la protezione, la tenerezza e l’amore incondizionato. Ma rappresenta anche la vulnerabilità, perché amare un figlio significa vivere con la consapevolezza che la parte più preziosa di te sta attraversando il mondo al di fuori del tuo controllo. Allo stesso tempo, una madre farà di tutto per proteggere i propri figli e, quando deve, diventa la guerriera, l’amazzone!
Questa combinazione di tenerezza, potere, vulnerabilità, forza, saggezza e amore è per me la definizione stessa di “madre”.
In “There’s a Song”, la madre canta alla figlia quasi come un atto di fede. Sta tramandando qualcosa: una melodia, un ricordo, forse una fonte di forza. La canzone diventa un filo che collega le generazioni. Ci dice: anche quando il mondo fa paura, c’è qualcosa dentro di te che non può essere distrutto.
In “Water”, quella stessa madre archetipica è immersa nel dolore. Le sue lacrime si uniscono all’acqua del mondo. L’acqua può purificarci e sostenerci, ma può anche travolgerci. È portatrice di memoria. Attraversa ogni confine e non appartiene a nessuna nazione.
Essendo io stessa madre, queste immagini mi toccano profondamente. Ma ho pensato anche a tutte le madri che hanno perso i propri figli in questo terribile conflitto: madri israeliane, madri palestinesi, madri di ogni parte del mondo. Il loro dolore non dovrebbe mai essere usato come arma politica. Il pianto di una madre è un linguaggio universale.
Forse le due canzoni rappresentano quello che una madre dona al proprio figlio: una canzone con cui entrare nel mondo, lacrime quando il mondo provoca un dolore insopportabile, la forza di superare le difficoltà e la speranza, come modo di vivere”.

credit foto Zohar Ron
Firenze ha ospitato “Re-Imagine Peace”, un evento musicale e culturale multidisciplinare sotto la direzione artistica sua, di Mira Awad e di Gil Dor. In che modo la musica oggi può contribuire a offrire una visione diversa del mondo, unire le culture e ridare speranza?
“Re-Imagine Peace è stata una delle esperienze più intense, impegnative e significative della mia vita. Per tre giorni, Firenze è diventata un luogo di incontro per artisti, musicisti, registi, scrittori, attivisti, leader religiosi e operatori di pace: israeliani, palestinesi, italiani, iraniani e persone provenienti da contesti molto diversi.
Ci sono stati concerti, film, conversazioni, preghiere, incontri e momenti di straordinaria emozione. Non è stato sempre facile. La pace non è un’idea sentimentale, specialmente in tempo di guerra. Ci impone di addentrarci in spazi dolorosi, di ascoltare verità che forse non vorremmo sentire e di resistere alle forze che traggono vantaggio dalla paura e dalla separazione.
La musica non può firmare un accordo politico né fermare una bomba, dobbiamo essere onesti al riguardo, ma può creare le condizioni emotive senza le quali nessun accordo potrà mai sopravvivere. Può ricordarci che la persona che ci sta di fronte ha un cuore, una storia, una madre, un figlio, un sogno.
La musica non cancella le nostre differenze; crea uno spazio in cui la differenza non genera automaticamente odio. La speranza non è ingenuità. La speranza è impegno. È la scelta di immaginare un futuro che ancora non esiste e poi cominciare a costruirlo. È quello che abbiamo cercato di fare a Firenze: non limitarci a parlare di pace, ma offrire alle persone una breve esperienza di come potrebbe essere una realtà diversa”.
Qual è la sua opinione riguardo al boicottaggio della musica israeliana e alla rimozione dei brani di alcuni artisti internazionali dalle piattaforme di streaming in Israele?
“Comprendo la rabbia e l’orrore che spingono molte persone ad agire. Anch’io ho trascorso anni a oppormi all’occupazione e alle politiche distruttive del governo israeliano. Ho sempre invocato giustizia, uguaglianza, libertà e autodeterminazione per i palestinesi, nonché la fine di questa terribile violenza.
Tuttavia, non credo che boicottare collettivamente gli artisti in base alla loro nazionalità sia una strada costruttiva. Gli artisti non sono i governi. La società israeliana è diversificata, divisa e piena di persone che lottano coraggiosamente contro l’estremismo, l’occupazione, il razzismo e la guerra. Metterli a tacere può indebolire proprio quelle voci che dovrebbero essere ascoltate.
Mi oppongo inoltre ai tentativi di impedire che gli artisti internazionali possano farsi ascoltare dal pubblico israeliano. La musica non dovrebbe diventare un altro muro. Rimuovere le canzoni dalle piattaforme di streaming raramente danneggia i leader politici; priva soprattutto la gente comune, comprese le persone che lottano per il cambiamento, del contatto con l’arte e con il resto del mondo.
Naturalmente, ogni artista ha il diritto di decidere dove e in quali circostanze esibirsi. Gli artisti dovrebbero seguire la propria coscienza. Ma spero che tali decisioni siano ponderate, specifiche e rivolte verso istituzioni o politiche piuttosto che indiscriminatamente contro esseri umani a causa del passaporto che possiedono o, peggio ancora, della loro razza o religione. Credo nell’impegno, nel dialogo, nella resistenza non violenta e nella pressione diretta sui responsabili delle ingiustizie. La cultura deve essere coraggiosa e critica, ma deve continuare a fungere da ponte. Una volta distrutti tutti i ponti, non dovremmo sorprenderci se le persone non riusciranno più a comunicare tra loro”.
Si è esibita diverse volte davanti a Papa Francesco: quali ricordi conserva di quei momenti?
“I miei incontri con Papa Francesco sono tra i ricordi più profondi della mia vita. Ho percepito in lui una rara combinazione di umiltà, coraggio morale, calore, umorismo e profondità spirituale.
L’incontro più indimenticabile con il Santo Padre è avvenuto in Polonia, quando mi era stata organizzata un’udienza privata con Sua Santità: è stato un momento così caloroso, divertente e originale; lui è stato così cordiale e ha sostenuto con grande entusiasmo la mia iniziativa per la pace (vedete? Lavoro sempre per la pace, in un modo o nell’altro! sorride, ndr). Alla fine del nostro incontro mi ha dato il suo indirizzo e-mail personale e un grande abbraccio! Da allora, ogni volta che ci siamo incontrati, ci siamo abbracciati come padre e figlia…
Credo che una delle ultime apparizioni pubbliche di Papa Francesco sia stata in video, durante il Festival di Sanremo, quando ha registrato un messaggio speciale per Mira Awad e per me.
Il Santo Padre aveva capito che la pace non è solo una questione politica. È spirituale e umana. Inizia dal modo in cui ci guardiamo l’un l’altro. Parlava costantemente di compassione, fraternità, dignità dei poveri, dei rifugiati, degli abbandonati e dei dimenticati.
La sua scomparsa ha lasciato un vuoto enorme. Ma credo che il suo messaggio rimanga vivo: costruire ponti, non muri; andare verso gli emarginati; rifiutare l’indifferenza; e non permettere mai che la religione diventi una giustificazione per l’odio”.

credit foto Zohar Ron
Quali sono i prossimi progetti della Fondazione Noa’s Ark?
“La Fondazione Noa’s Ark è stata creata per dare una sede e una struttura concreta al lavoro sociale, umanitario e per la pace che ho svolto nel corso della mia carriera. Il suo scopo è utilizzare l’arte e la cultura come strumenti di cambiamento sociale.
Dopo «Re-Imagine Peace» a Firenze, uno dei nostri obiettivi principali è continuare a sviluppare il festival e la rete che si è creata attorno ad esso. Non vogliamo che rimanga un evento bello ma isolato. Speriamo di creare ulteriori incontri, collaborazioni, iniziative educative, progetti artistici e future edizioni in cui israeliani, palestinesi e partner internazionali possano continuare a lavorare insieme”.
Oltre a Milano, porterà il suo tour a La Spezia, Nocera Inferiore, Roma e Sasso Morelli. Cosa l’affascina di più della cultura italiana?
“L’Italia fa parte della mia vita artistica ed emotiva da più di trent’anni. Per me è difficile descriverla semplicemente come un paese in cui mi esibisco. La sento come una seconda casa.
Ciò che mi affascina di più è la concezione italiana secondo cui la bellezza non è un lusso ma fa parte della vita quotidiana: nella musica, nell’architettura, nel cibo, nella lingua, nel paesaggio, nei rapporti umani e persino nel modo in cui le persone discutono! L’Italia porta la propria storia in modo visibile. Puoi camminare per una strada e sentire i secoli che dialogano tra loro.
Mi commuove profondamente anche il rapporto degli italiani con la melodia. Il pubblico ascolta con intelligenza ed emozione. Non ha paura della tenerezza, del dramma, della poesia o del silenzio. Capisce che la musica può essere sofisticata senza perdere il suo cuore.
E poi c’è la straordinaria diversità dell’Italia. Milano, La Spezia, Nocera Inferiore, Roma e Sasso Morelli non sono intercambiabili. Ogni regione ha il proprio carattere, il proprio ritmo, la propria cucina, la propria storia, il proprio umorismo e la propria musicalità. Fare tournée in Italia è come viaggiare attraverso tanti paesi uniti da una comune passione per la vita. Gli italiani non sono un popolo cinico, ma sono, come me, persone che credono, sono sensibili e gentili. Ecco perché sento che il mio impegno per la pace abbia ricevuto una visibilità straordinaria nella mia amata seconda casa, l’Italia.
Gli italiani mi hanno dimostrato un affetto straordinario nel corso di tutta la mia carriera. Hanno accolto con calore la mia musica, il mio legame con Nicola Piovani e La vita è bella, le mie collaborazioni, il mio attivismo e persino le mie imperfezioni. È una lunga storia d’amore – e come ogni vera storia d’amore italiana, contiene musica, risate, lacrime, cibo, litigi e tanti meravigliosi. Non riesco a immaginare la mia vita senza l’Italia. Grazie!”.
INTERVIEW WITH NOA (ENGLISH VERSION)

credit foto Zohar Ron
Noa will be in Milan on Saturday, July 25, as part of her The Giver and The See tour, at the Castello Sforzesco, as part of the Estate al Castello cultural festival. What can you tell us about the live show?
“I am very excited to return to Milan, and particularly to perform in the magnificent setting of the Castello Sforzesco. The concert will present songs from my new album, The Giver and The See, alongside music from the many different chapters of my career.
The new album is intimate, poetic, spiritual, and also rhythmically powerful. It was born during an extremely difficult period, but it is not an album of despair. It is an album that searches for meaning, beauty, courage, and even joy in the midst of darkness.
Onstage, the music acquires another dimension. There is freedom, improvisation, energy, and a direct exchange with the audience. I will be joined by extraordinary musicians, Ruslan Sirota, Daniel Dor and Omri Abramov, and of course the concert will also include some of the songs that Italian audiences have embraced over the years. Every live performance is a journey, and I hope the audience will leave feeling moved, challenged, uplifted—and with plenty of food for heart and mind”.
Your new album, The Giver and The See, has been released; you wrote the lyrics and composed the melodies in collaboration with Ruslan Sirota. How did this project come about?
“The album was written largely in the aftermath of October 7 and during the devastating war that followed. Like so many people, I found myself confronting grief, fear, anger, helplessness, and profound moral questions. Music became the place where I could transform those emotions—not escape them but give them expression in the unique language of the angels, the language of poetry and music i have been speaking all my life. It is also through the creative process that i found my wing: freedom, hope and joy.
The title, The Giver and The See, is a play on words. It alludes to the controversial sentence, “From he River to the Sea”, used by extremists on both sides to claim exclusive ownership of “the Land”..I wanted to transform this animosity into generosity, create a place where all are safe, protected and nurtured….
Please see this video where I explain the title and speak of the album in depth:
https://www.youtube.com/watch?v=W6vs_o9xJdc
“The Giver and the See” is my first album created with someone other than Gil Dor, my lifelong musical partner. Gil remains an essential part of my musical and personal life, in fact we are co-artistic directors of Re-Imagine Peace, the first edition of which just took place in Florence. Working with Ruslan Sirota opened new doors, it challenged me and allowed me to discover new colors within myself. I really needed the change, and Gil, 17 years my elder, needed some rest and time with his grandchildren. Ruslan did such an amazing job as producer of the album. And Gil remains our maestro!”.
In the song “Restart,” you sing “Remember to stay human,” an important message in an increasingly inhumane world. How can we manage to maintain empathy, humanity, and kindness in such dark times?
“In dark times, people are encouraged to harden their hearts. We are told that empathy is weakness, that compassion for the suffering of the “other” is a betrayal of our own people, and that we must choose whose pain matters. I reject that completely.
To stay human means refusing to dehumanize anyone—even when we are afraid, even when we are grieving, and even when we are furious. It does not mean ignoring crimes or abandoning justice. On the contrary: genuine justice begins with the recognition that every human life has value.
Empathy is also a discipline. We must practise it. We must expose ourselves to stories that complicate our certainties. We must listen, especially when listening is uncomfortable. We must protect our ability to feel the suffering of people beyond our immediate family, tribe, religion, or nation.
Kindness may appear small in comparison with the enormous violence around us, but it is not small. Every act of kindness challenges the logic of cruelty. Every moment in which we choose curiosity over judgment, dialogue over humiliation, or compassion over revenge is a form of resistance.
“Restart” expresses my belief that humanity always has the possibility of beginning again. But a restart does not happen by erasing the past. It happens by learning from it, accepting responsibility, and choosing a different path”.

credit foto Zohar Ron
Listening to the album, I noticed a very touching image that recurs in both “There’s a Song” and “Water”: that of a mother who, in the first song, sings for her daughter, while in the second she cries for her…
“The image of the mother is central to the album. A mother represents the beginning of life, protection, tenderness, and unconditional love. But she also represents vulnerability, because to love a child is to live with the knowledge that the most precious part of you is walking through the world beyond your control. At the same time, a mother will do everything to protect her children, and when she must, she becomes the warrior, the amazon!
This combination of tenderness, power, vulnerability, strength, wisdom and love, is for me the definition of “mother”.
In “There’s a Song,” the mother sings to her daughter almost as an act of faith. She is passing something forward—a melody, a memory, perhaps a source of strength. The song becomes a thread connecting generations. It says: even when the world is frightening, there is something within you that cannot be destroyed.
In “Water,” that same archetypal mother is immersed in grief. Her tears join the water of the world. Water can cleanse and sustain us, but it can also overwhelm us. It carries memory. It crosses every border and belongs to no nation.
As a mother myself, these images are extremely personal. But I also thought of all the mothers who have lost children in this terrible conflict—Israeli mothers, Palestinian mothers, mothers everywhere. Their grief should never be used as political ammunition. A mother’s cry is a universal language.
Perhaps the two songs represent the two things a mother gives her child: a song with which to enter the world, tears when the world causes unbearable pain, strength to overcome, and hope, as a way of life”.
Florence hosted “Re-Imagine Peace,” a multidisciplinary musical and cultural event under the artistic direction of you, Mira Awad, and Gil Dor. How can music today help offer a different vision of the world, unite cultures, and restore hope?
“Re-Imagine Peace was one of the most intense, challenging, and meaningful experiences of my life. For three days, Florence became a meeting place for artists, musicians, filmmakers, writers, activists, religious leaders, and peacebuilders—Israelis, Palestinians, Italians, Iranians and people from many different backgrounds.
We had concerts, films, conversations, prayers, encounters, and moments of extraordinary emotion. It was not always easy. Peace is not a sentimental idea, especially in a time of war. It requires us to enter painful spaces, to listen to truths we may not wish to hear, and to resist the forces that benefit from fear and separation.
Music cannot sign a political agreement or stop a bomb. We must be honest about that. But music can create the emotional conditions without which no agreement will ever survive. It can remind us that the person standing opposite us has a heart, a story, a mother, a child, a dream.
Music does not erase our differences; it creates a space in which difference does not automatically produce hatred.
Hope is not naïveté. Hope is work. It is a decision to imagine a future that does not yet exist and then begin building it. That is what we attempted in Florence: not merely to speak about peace, but to give people a brief experience of what another reality might feel like”.
What is your opinion regarding the boycott of Israeli music and the removal of songs by certain international artists from streaming platforms in Israel?
“I understand the anger and horror that motivate many people to take action. I, too, have spent years opposing the occupation and the destructive policies of the Israeli government. I have called consistently for justice, equality, Palestinian freedom and self-determination, and an end to the terrible violence.
However, I do not believe that collectively boycotting artists according to nationality is a constructive path. Artists are not governments. Israeli society is diverse, divided, and full of people who are fighting courageously against extremism, occupation, racism, and war. Silencing them can weaken precisely those voices that should be heard.
I also oppose attempts to prevent international artists from being heard by Israeli listeners. Music should not become another wall. Removing songs from streaming platforms rarely harms political leaders; it primarily deprives ordinary people, including people struggling for change, of contact with art and with the wider world.
Naturally, every artist has the right to decide where and under what circumstances to perform. Artists should follow their conscience. But I hope such decisions are thoughtful, specific, and directed toward institutions or policies rather than indiscriminately against human beings because of the passport they carry, or worse, their race or religion.
I believe in engagement, dialogue, nonviolent resistance, and direct pressure on those responsible for injustice. Culture must be courageous and critical, but it should remain a bridge. Once we destroy every bridge, we should not be surprised when people can no longer reach one another”.
You’ve performed several times in front of Pope Francis: what memories do you have of those moments?
“My encounters with Pope Francis are among the most profound memories of my life. I felt in him a rare combination of humility, moral courage, warmth, humor, and spiritual depth.
My most unforgettable encounter with Pope Francis occurred in Poland, when a private audience had been arranged for me with his Holiness, it was such a warm, funny, quirky meeting, he was so friendly and so supportive of my initiative for Peace (you see? I am always working for Peace, one way or another:), at the end of our meeting he gave me his personal e mail, and a big hug! Ever since, every time we met, we hugged like father and daughter….
I think one of pope Francis’ last public appearances was on video, during the San Remo Festival, when a he recorded a special message for Mira Awad and myself.
Pope Francis understood that peace is not only a political matter. It is spiritual and human. It begins with the way we see one another. He spoke constantly about compassion, fraternity, the dignity of the poor, the refugee, the abandoned, and the forgotten.
His passing left an enormous emptiness. But I believe his message remains alive: build bridges, not walls; go to the margins; refuse indifference; and never allow religion to become a justification for hatred”.

credit foto Zohar Ron
What are the Noa’s Ark Foundation’s upcoming projects?
“Noa’s Ark Foundation was created to give a home and a practical structure to the social, humanitarian, and peace-related work I have been doing throughout my career. Its purpose is to use art and culture as instruments of social change.
Following Re-Imagine Peace in Florence, one of our central goals is to continue developing the festival and the network that grew around it. We do not want it to remain a beautiful but isolated event. We hope to create further encounters, collaborations, educational initiatives, artistic projects, and future editions in which Israelis, Palestinians, and international partners can continue working together”.
As part of your tour, in addition to Milan, you’ll be performing live in La Spezia, Nocera Inferiore, Rome, and Sasso Morelli. What fascinates you most about Italian culture?
“Italy has been part of my artistic and emotional life for more than thirty years. It is difficult for me to describe it simply as a country where I perform. It feels like another home.
What fascinates me most is the Italian understanding that beauty is not a luxury. Beauty is part of daily life: in music, architecture, food, language, landscape, human relationships, and even in the way people argue! Italy carries its history visibly. You can walk down a street and feel centuries speaking to one another.
I am also deeply moved by the Italian relationship with melody. Italian audiences listen with both intelligence and emotion. They are not afraid of tenderness, drama, poetry, or silence. They understand that music can be sophisticated without losing its heart.
Then there is the extraordinary diversity of Italy. Milan, La Spezia, Nocera Inferiore, Rome, and Sasso Morelli are not interchangeable. Each region has its own character, rhythm, food, history, humor, and musicality. Touring in Italy is like travelling through many countries connected by a common passion for life.
I love the fact that Italians care. They truly care. And in general, they are not a cynical nation, they are, like me, believers. They are sensitive and kind. That is why i feel my work for peace has received extraordinary visibility in my beloved second home, Italy.
Italians have given me extraordinary affection throughout my career. They embraced my music, my connection with Nicola Piovani and La vita è bella, my collaborations, my activism, and even my imperfections. It is a long love story—and like every true Italian love story, it contains music, laughter, tears, food, arguments, and many beautiful moments. I cannot imagine my life without Italy”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Marco Cutillo
credit foto copertina Zohar Ron
