TRA VILLE E GIARDINI 2026: a Canda trionfa l’umorismo colto e surreale di Alessandro Ciacci

Una serata d’estate immersa nel verde, accompagnata dal frinire incessante delle cicale e da una platea gremita. È questo lo scenario che ha accolto Alessandro Ciacci a Le Campagnole di Canda, dove Tra Ville e Giardini ha proposto Fricassea, uno degli spettacoli più originali della stagione.

Ad aprire la serata sono stati i saluti istituzionali. Il sindaco Simone Ghirelli ha ricordato con orgoglio come «Canda sia il più piccolo Comune che partecipa a Tra Ville e Giardini», sottolineando il grande lavoro di squadra che rende possibile ogni anno l’appuntamento: «Quello che potrete gustare stasera è il risultato dell’impegno degli uffici comunali, dei collaboratori, dei tanti volontari e della Pro Loco». Un ringraziamento particolare è stato rivolto anche al proprietario della residenza, Giuseppe Cademartiri, che ospita lo spettacolo. «Siete tantissimi stasera, è un piacere ritrovarvi ogni anno. Viva Canda», ha concluso il primo cittadino.

La consigliera provinciale alla Cultura Lucia Ghiotti ha ringraziato la Regione del Veneto e la Fondazione Cariparo, sostenitori della manifestazione: «Senza di loro non potremmo portare arte e cultura in giro per il Polesine, anche nei paesi più piccoli come stasera. Seguiteci». Il direttore artistico Claudio Ronda ha invece ricordato i prossimi appuntamenti della settimana centrale della rassegna e la presenza di Emergency Rovigo, partner solidale della manifestazione.

Poi il palco è diventato interamente di Alessandro Ciacci.

Lo spettacolo si apre con una voce fuori campo che snocciola improbabili slogan pubblicitari, dai «Pomodori Ponzio pelati» a «Venceslao fa cacao», lasciando subito intuire che ogni logica verrà ribaltata. Da quel momento il ritmo non conosce soste. Più che chiedere al pubblico di assistere allo spettacolo, Ciacci lo invita ad entrarci dentro. Scende ripetutamente dal palco, attraversa la platea, coinvolge gli spettatori nelle sue invenzioni e li rende parte integrante della narrazione. La regia accompagna questo continuo dialogo accendendo più volte le luci sulla platea, quasi ad annullare il confine tra scena e pubblico.

Tra i momenti più divertenti, il coinvolgimento inconsapevole dello stesso sindaco Simone Ghirelli, chiamato in causa nel corso di una gag e poi raggiunto da Ciacci con una surreale richiesta di scuse, culminata in un esagerato inchino fino a terra. Anche il pezzo dedicato a Socrate prende vita in mezzo agli spettatori, mentre le voci fuori campo continuano ad arrivare dal palco, trasformando l’intero spazio scenico in un unico ambiente teatrale.

Il suo è un umorismo costruito su virtuosismi linguistici, riferimenti letterari e osservazioni sul quotidiano. Racconta il proprio fisico esile, «una cannuccia», scherza sul destino di chi è «non famoso, ma familiare» e viene continuamente scambiato per qualcun altro. Ironizza sulla sua Rimini, «dove il massimo del progresso culturale è stato un film di Jerry Calà degli anni Ottanta»; si accanisce contro il tiramisù destrutturato minacciando improbabili vendette armate di mazza chiodata e benzina agricola; immagina un futuro in cui i messaggi vocali vengono conservati come reperti archeologici e classifica gli audio WhatsApp in categorie improbabili, dal narrativo al metafisico fino a quello corale, quando chi registra ignora di avere attorno «la Tetralogia wagneriana» o «il coro dello Zecchino d’oro posseduto da satana».

Non mancano i treni regionali, gli annunci di lavoro, il bosco delle peripatetiche di Rimini e continue deviazioni che sembrano perdere il filo del discorso, salvo ritrovarlo puntualmente grazie a una scrittura raffinata e a un controllo assoluto del ritmo. Il pubblico segue con un sorriso costante, lasciandosi sorprendere, nei momenti più imprevedibili, da autentici scoppi di risate.

Dopo il vortice di parole arriva anche una riflessione inattesa. Nel finale la favola della cicala e della formica viene capovolta: la cicala canta perché sa di avere poco tempo, mentre la formica prende la vita troppo sul serio. Tra filosofia e paradosso, la conclusione invita a cercare un equilibrio impossibile «tra la maieutica e la rapina a mano armata», ricordando che, forse, la felicità consiste semplicemente nel fare ciò che ci rende davvero vivi..

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