Ci sono storie di persone speciali che restano nascoste finché qualcuno non regala loro la luce che meritano. E’ il caso del Dottor Alessandro Frigiola, che ha dedicato la propria vita alla cardiochirurgia pediatrica, protagonista di “La vita tra le mani”, scritto, diretto e prodotto da Anna Carlucci, in onda su Rai 3 il 28 settembre alle 15.45 circa, in occasione della Giornata Mondiale del Cuore, e disponibile su RaiPlay.
Un docufilm intenso ed emozionante, ricco di riflessioni e testimonianze preziose, curato nei minimi dettagli dall’autrice e regista, che ripercorre la storia umana e professionale del cardiochirurgo raccontando anche gli aspetti più drammatici ma senza cedere al pietismo. Al centro rimangono infatti la speranza, la possibilità concreta di cambiare il destino di un bambino e la forza positiva di un impegno che, negli anni, ha restituito una prospettiva di vita a migliaia di piccoli pazienti.
Il Dottor Frigiola, grazie al suo carisma ed alla sua umiltà, ha saputo catalizzare intorno a sé un gruppo di persone che, da oltre trent’anni, lo supporta e lo aiuta a portare avanti un vastissimo progetto umanitario di cooperazione internazionale a favore di paesi disagiati: quattro grandi ospedali costruiti, ristrutturazione e costruzione di terapie intensive, borse di studio ai giovani, oltre quattrocento missioni e più di ventimila vite salvate.
Attualmente è al timone di un innovativo progetto Esculapio legato alla formazione dei giovani cardiochirurghi italiani e dei paesi emergenti. In suo onore è stata creata la Fondazione Alessandro Frigiola – Per il cuore.

Anna, come e quando è nata l’idea di raccontare la storia del Dottor Frigiola in un documentario?
“Ho conosciuto il Dottor Frigiola alla fine degli anni ’90. In quell’occasione lo intervistai e mi raccontò che quando aveva iniziato la sua carriera di cardiochirurgo pediatrico negli anni ’70 non esistevano nemmeno i ferri chirurgici pediatrici e lui che aveva una grande manualità e aveva un amico fabbro li costruiva da solo e li modificava. Questo episodio mi ha dato subito la dimensione dell’uomo, una persona che davanti ai problemi, alle situazioni difficili non si arrende ma cerca soluzioni ed è stato il filo rosso di tutto il suo percorso, medico e filantropico. Poi siamo diventati amici e ho avuto modo di seguire il suo operato. Insieme ad un team di medici, con l’Associazione Bambini Cardiopatici nel Mondo da lui, fondata si recava in quei paesi del mondo flagellati dalle guerre e dalla povertà a fare missioni operatorie. In trent’anni ha salvato oltre ventimila persone. Il Dottor Frigiola in primis si è sempre posto il problema di come salvare più bambini possibili, perché a volte è fondamentale anche la tempestività con cui si opera. Se un bambino anzichè essere operato alla nascita vive con quella patologia fino ai 4-5 anni l’operazione diventa molto più severa. Attraverso queste missioni operatorie il Dottor Frigiola ha cominciato quindi ad evolvere la sua azione umanitaria, anche attraverso la formazione dei medici locali, la ristrutturazione o la costruzione di unità operative. Qualche anno fa ci ha poi raccontato che, essendo arrivato alla fine della sua carriera, voleva passare ai giovani tutto il bagaglio di conoscenze che aveva acquisito. Nel passato infatti, il primario, quando eseguiva un’operazione, portava con sé il tirocinante in sala operatoria e dopo essersi occupato della parte principale lasciava al suo assistente il bisturi e i ferri per le fasi secondarie, oggi questo non è più possibile perché si è diffusa sempre di più la medicina di difesa, dato che vengono intentate delle cause per un nonnulla e quindi nessun primario si prende questo rischio. Inoltre un tempo anche gli interventi minori erano gestiti dal cardiochirurgo, come ad esempio l’applicazione di uno stent, oggi invece li esegue direttamente il cardiologo. Quindi al cardiochirurgo rimangono le operazioni più problematiche, sostanzialmente i trapianti e gli interventi sui bambini”.
Oggi in effetti in Italia e non solo si registra anche una carenza di medici e chirurghi …
“Oggi un cardiochirurgo diventa veramente autonomo e in grado di fare un intervento da solo a cinquant’anni, praticamente quando è quasi alla soglia della pensione. Pertanto in Italia ma anche nei paesi non sviluppati c’è un grosso problema di mancanza di medici, di chirurghi, in tutte le branche della medicina. Per questo il Dottor Frigiola voleva trovare un modo per formare i giovani senza farli stare in sala operatoria. Aveva iniziato a studiare il progetto di realizzazione di cuori stampati in 3D, per ricostruire internamente l’organo con tutta la struttura ma anche con la patologia XY. In questo modo un giovane cardiochirurgo, esercitandosi con quei cuori, poteva arrivare in sala operatoria conoscendo la tecnica per poi applicarla. Questo era il suo sogno e lo ha realizzato. Da tre anni infatti tiene dei corsi a cui i medici che vengono anche dall’Africa del Nord, dal Medio Oriente, possono partecipare usufruendo delle borse di studio”.

Quando ha iniziato a raccogliere le testimonianze e il materiale d’archivio e che tipo di lavoro è stato necessario per realizzare poi il documentario?
“Quando il Dottor Frigiola ha iniziato il primo corso, ricordo che era settembre, sono andata a girare dei video per raccontare e far conoscere quello che faceva. A novembre poi ho avuto un bruttissimo incidente domestico, in cui ho riportato una frattura scomposta al piatto tibiale e per alcuni mesi sono rimasta segregata in casa e mi sono dedicata al montaggio di questo piccolo contenuto che avevo realizzato. Un giorno è venuta a trovarmi mia sorella Gabriella e mi ha consigliato di allargare il focus e raccontare tutta la storia del Dottor Frigiola, così ne ho parlato con lui e con i suoi collaboratori, che mi hanno fornito i documenti di trenta anni di missioni contenuto nell’Archivio Associazione Bambini Cardiopatici nel Mondo. Per prima cosa ho messo ordine al materiale per capire cosa avessi a disposizione, poi ho cominciato a scrivere la trama di questo racconto e mi sono resa conto che per completarlo servivano delle interviste. Quando, al posto del deambulatore, ho potuto usare le stampelle, ho raggiunto in treno le persone che dovevo intervistare e ho raccolto le loro testimonianze. Mi sono veramente immersa in maniera profondissima in questo progetto, ponendo grande attenzione alla cura del dettaglio, anche perché è una storia molto parlata e in cui il materiale video non è di altissima qualità. Ricordo però che anni fa nelle Teche Rai ho trovato una dichiarazione inedita di Eduardo De Filippo, il video era totalmente sgranato, però lui diceva una cosa così importante che il valore del materiale è andato a sopperire alla mancanza di qualità. E anche nel caso del documentario vale lo stesso concetto”.
Tra le testimonianze ce n’è una molto emozionante, l’intervista alla ragazza dalle unghie blu, che è stata operata dal dottor Frigiola …
“Nel documentario parliamo di dolore, di sofferenza, ma il fil rouge è il senso della speranza, delle soluzioni che vengono trovate e questo rende emozionale e meno pesante il racconto”.

Il senso della speranza e del fare ognuno la propria parte emerge dalla “favola del colibrì” raccontata da Enzo De Caro, ed è un messaggio ancora più importante se pensiamo alla società odierna in cui sembrano mancare a volte valori quali la solidarietà, l’empatia …
“E’ uno dei messaggi centrali del documentario e mi piacerebbe che le persone lo portassero dentro di sé e lo coltivassero. Credo che sia importante aiutare gli altri, magari anche con un minimo di strategia, cioè se hai fame non ti dono solo il pane ma ti porto la farina per prepararlo o ti insegno anche come coltivare il grano”.
Raccontando la storia del dottor Frigiola quali sono gli aspetti che l’hanno maggiormente colpita?
“E’ una storia necessaria, che andava raccontata non solo per l’eccellenza del personaggio e di tutto quello che ha fatto, ma anche perché trasmette un grande insegnamento di umiltà. Al termine delle varie proiezioni del documentario ho notato che tante persone non conoscevano il Dottor Frigiola semplicemente perchè in tutti questi anni si è focalizzato soprattutto sul suo lavoro e non a far conoscere ciò che stava facendo. Per questo motivo non è salito alla ribalta finché non abbiamo realzizato “La vita tra le mani”. Il secondo insegnamento è avere il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo, di provarci sempre, perché ci sono più soluzioni che problemi e se ci si applica si può trovare un modo per risolverli. Il terzo insegnamento, come dicevamo prima, è fare la propria parte”.
Nel documentario il dottor Frigiola dice “più vite salvo, più valore ha la mia vita”, penso che questa frase riassuma al meglio la sua storia e lo spessore umano di questo uomo straordinario …
“Il Dottor Frigiola racconta che quando ha iniziato a svolgere questa professione la mortalità era del 70%, quindi su dieci persone che venivano sottoposte a un’operazione sette purtroppo morivano, tanto che ad un certo punto ha pensato anche di mollare tutto. Quello che lo ha spinto a continuare è stato capire che forse nel suo piccolo poteva fare la differenza. Le persone all’epoca morivano perchè non si conosceva bene il cuore, non c’erano gli strumenti diagnostici, a parte l’RX, quindi il chirurgo iniziava l’operazione ma spesso era costretto a richiudere il corpo del paziente in quanto si accorgeva che non era possibile proseguire. L’impegno del Dottor Frigiola è passato prima di tutto dallo studio anatomico del cuore e da lì sono nate tecniche chirurgiche, anche a suo nome, ha fatto tantissime pubblicazioni, è stato un allievo di Barnard e di altri grandissimi cardiochirurghi. Io spesso mi domando quale emozione si possa provare nel salvare una vita. Penso sia qualcosa di inimmaginabile. Spesso il dottor Frigiola afferma che lui è uno strumento nelle mani di Dio in quanto è inspiegabile come una persona possa salvare così tante vite”.

Qual è stata la reazione del Dottor Frigiola quanto ha visto per la prima volta “La vita tra le mani”?
“E’ una persona molto riservata, inoltre questa professione lo ha abituato a tenere a freno le emozioni, quindi non è solito manifestare i suoi sentimenti. Quando abbiamo fatto la prima presentazione del documentario a Roma si è commosso guardando scorrere in cinquanta minuti il film della sua vita e probabilmente non si era neanche reso conto di tutto quello che ha fatto. E’ stato un tuffo al cuore perchè nessuno, neanche i suoi famigliari, lo avevano mai visto piangere. Prima della proiezione ufficiale, pensando che si sarebbe emozionato, gli ho proposto di vedere insieme il documentario in anteprima nell’ospedale in cui lavora. Al termine mi ha dato un buffetto sulla guancia, e ho capito che per lui quel gesto aveva un significato molto più profondo, è stato come un abbraccio. Sono felice di avergli regalato questa emozione, è veramente una persona speciale e di una semplicità disarmante”.
Attraverso “La vita tra le mani”, in onda il 28 settembre su Rai 3 e disponibile su Rai Play, la storia del dottor Frigiola potrà essere conosciuta finalmente anche dal grande pubblico …
“Il Dottor Frigiola non ha mai usufruito di fondi pubblici ma ha portato avanti il suo operato grazie a donazioni o raccolte fondi. Per volontà di coloro che gli sono vicino è nata la Fondazione Alessandro Frigiola – Per il cuore che ha come obiettivo la formazione di giovani chirurghi per portare cure dove non ci sono e costruire un futuro in cui ogni vita abbia la stessa possibilità di essere salvata. L’augurio quindi è che, avendo la possibilità attraverso la tv e la piattaforma digitale di far conoscere la sua storia ad una platea molto vasta, tante persone decidano di sostenere la Fondazione dal punto di vista economico per proseguire anche in futuro il suo progetto”.
Sta già lavorando ad un nuovo documentario?
“Essendo una persona creativa ho tante idee, però mi rendo conto che le cose accadono quando è il momento giusto. La suocera di mia sorella diceva che tutto arriva per chi sa attendere, nel senso che bisogna capire quale sia il contesto più adatto per un progetto e a quali persone proporlo. Ci vuole tempo e pazienza”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Anna Di Risio
credit foto ufficio stampa
