“Taramblù”. È questo il termine che lo stesso artista ha coniato per condensare le influenze musicali che hanno animato la sua musica: tarantella, blues e rumba. Un mito assoluto, che ha proiettato la musica partenopea e italiana nel futuro, grazie ad un talento unico. Pino Daniele è tutto questo e tanto altro e con “Je so’ pazzo”, pellicola presentata lo scorso 10 ottobre, alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma, è stato compiuto un percorso alla scoperta delle radici di un mito e di quello che l’ha spinto ad andare oltre i confini della musica contemporanea.
Il biopic musicale è un ritratto di ciò che è stato il suo viaggio unico fino al famoso concerto del 19 settembre 1981, tenutosi a Napoli in una Piazza del Plebiscito gremita (oltre 200.00 spettatori), entusiasta e, al contempo, sofferente per i postumi del terremoto che aveva flagellato la Campania l’anno precedente.

Lo sviluppo della storia, divenuta film grazie al regista Nicola Prosatore (al secondo lungometraggio dopo “Piano piano”, del 2022 che gli è valso tre candidature ai Nastri d’Argento), avviene attraverso una sorta di romanzo di formazione trasposto sul grande schermo per far cogliere le sfumature della personalità dell’artista campano. Il tutto prende corpo ripercorrendo frammenti degli anni complessi vissuti dall’artista: dall’infanzia contraddistinta dall’abbandono, attraversando amori, problemi familiari, fino ai primi successi di una carriera memorabile.


La pellicola – prodotta da Tartare Film e Camfilm in cooperazione con Rai Cinema, con la produzione esecutiva e produzione condotta da Camilla Nesbitt e la distribuzione di 01 Distribution – racconta, come affermato dallo stesso director, «Pino, quando ancora non era Pino». E lo fa attraverso dinamiche familiari non semplici che il protagonista, interpretato da Massimiliano Caiazzo, vive in maniera travagliata con il padre Gennaro (Giovanni Ludeno), dipendente dal gioco d’azzardo e che scarica le sue frustrazioni sulla moglie e i sei figli, e con le due zie, Lia (Monica Nappo) e Bianca (Antonia Truppo). L’occhio del regista si sofferma anche sulla relazione con la moglie, divenuta madre dei suoi primi due figli, ossia Dorina Giangrande (Mariasole Pollio), facendo una ricomposizione di un mondo intimo e prodromico del Pino che assurgerà a protagonista assoluto della musica italiana e anche internazionale. È questo il periodo in cui nascono successi come Napule è o Terra Mia.



Il regista napoletano, nato nello stesso quartiere in cui aveva avuto i suoi natali ed era cresciuto Giuseppe “Pino” Daniele, ossia Santa Chiara, ha ritrovato, nel contesto ambientale della storia personale di Daniele, un riflesso delle atmosfere che anch’egli aveva percepito le sue infanzia e adolescenza, avvertendo motivazioni simili nel percorso di crescita e di emancipazione dalla famiglia vissute dal cantautore campano. Questo aspetto, per Prosatore, che aveva ambientato anche il suo primo lungometraggio nella sua città d’origine, è stato di grande aiuto nel plasmare la pellicola sul Pino Daniele giovane, affidando il ruolo di protagonista a Massimiliano Caiazzo. Venuto alla ribalta per l’interpretazione di Carmine di Salvo nella serie RAI “Mare Fuori” e già presente nella prima prova cinematografica del regista, l’attore di Castellammare di Stabia ha fatto sua la voce dell’artista, rendendo abbastanza bene anche l’energia di Pino, dopo una preparazione sul personaggio molto impegnativa. La strutturazione del suo ruolo, così come di tutta la storia, la cui sceneggiatura porta la firma del regista, di Edoardo Puma e Carlo Salsa, ha trovato una rilevante e libera ispirazione nel libro del figlio del cantautore Alessandro Daniele, intitolato “Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce”, illuminando i rapporti familiari e i frammenti sostanziosi di verità della storia umana e professionale dell’artista, vissuta esprimendo un grande talento, un carattere, a volte anche spigoloso, genuine contraddizioni e una propensione artistica irrefrenabile.



Senza scadere nella retorica o nell’apologia del cantante e riuscendo a rendere con buona efficacia il rapporto di Daniele con la sua città, la pellicola riesce a cogliere alcuni tratti immediati e profondi di un Pino Daniele che avverte la necessità dell’essere sé stesso nella sua arte, senza indugiare in protagonismi, ma assecondando quella vocazione che lo ha reso e lo rende indimenticabile per tante generazioni di amanti dell’arte musicale.
di Gianmaria Tesei
