Un album che fotografa le nostre fragilità attraverso la lente dell’ironia e della poesia. Paolo Jannacci è tornato sulla scena discografica con “Scimmie ovunque”, prodotto da Bubba Music, un progetto denso, intimo e coraggioso che unisce la canzone d’autore alla critica sociale, senza mai perdere quella leggerezza profonda ereditata dal padre Enzo.
In occasione del concerto nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con l’artista. Tra riflessioni sul politicamente corretto, l’amore shakespeariano, la sua Milano in trasformazione e l’immancabile fede calcistica, Paolo Jannacci ci ha aperto le porte del suo mondo, invitandoci a guardare in faccia le nostre paure, per imparare a riderne e a superarle insieme.

Paolo, il 3 novembre sarà live all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma con “Jannacci arrenditi! La città ascolta”, in cui canterà anche i brani del suo nuovo disco “Scimmie ovunque”. Cosa può anticiparci?
“È uno spettacolo che riflette noi stessi sui muri delle città, ossia le città diventano il riflesso delle nostre personalità, delle storie che vengono raccontate, che io racconto con la complicità dei miei musicisti (Stefano Bagnoli, batteria e percussioni, Marco Ricci, basso elettrico, e Daniele Moretto, tromba, flicorno e cori), in questo posto così magico, una sorta di città teatrale”.
Nel disco “Scimmie ovunque” unisce l’ironia necessaria per ridere anche dei guai che ognuno di noi attraversa, e le riflessioni sulle debolezze umane, sulle paure. Qual è “la scimmia” più difficile con cui ha dovuto convivere?
“La scimmia più cattiva, quella che tende a non studiare più, a non interessarsi più a niente, a farsi prendere solo dall’egoismo e dall’ignoranza e a sfogare l’aggressività, la propria rabbia, l’incomunicabilità. Questa scimmia racchiude tutto quello che una donna o un uomo possono pensare di negativo nei confronti di loro stessi o degli altri fino ad arrivare ad aggredire il prossimo. È la scimmia dell’egoismo, dell’ignoranza e della mancanza di anelare all’arte, a qualcosa di alto, ed è quella che mi preoccupa di più”.
“Politically Topless”, con il featuring di Elio, è una canzone che parla del politicamente corretto. Quanto è difficile oggi nella musica essere politicamente corretti nel trattare determinate tematiche sociali?
“Non è assolutamente facile, anche perché dal momento in cui tu immagini una frase, una quartina, una storia in musica, qualcosa da raccontare, una critica all’interno di una canzone che può essere satirica, seria, uno sberleffo, fai un’autocensura preventiva e sei comunque limitato. Dover sempre pesare le parole per me è molto fastidioso e difficoltoso dal punto di vista creativo”.
Ne “La faccenda dell’ammazzo” parla del femminicidio, dei migranti, in generale della violenza che oggi viene quasi normalizzata…
“È uno dei primi brani che ho scritto insieme ai miei autori, il maestro Maurizio Bassi, che ha curato anche la produzione, Paolo Re ed Emiliano Bassi. Avevo intenzione di guardarmi intorno e di raccontare quello che non mi andava, perché mi ero stancato di ascoltare questo bollettino di guerra perentorio, giornaliero, assordante. È compito anche dell’artista far pensare e mettere in guardia le persone, anche solo facendo trapelare determinate informazioni. Io ho usato l’arma dell’ironia per poter raccontare delle tragedie che avvengono tutti i giorni. Non possiamo sempre voltarci da un’altra parte perché non tocca a noi. Capisco che per un istinto di protezione si tenda a guardare ciò che accade come qualcosa di lontano, ma ad un certo punto bisogna anche capire come poter reagire, come potersi aiutare l’un l’altro”.
Ascoltando il disco mi ha colpito molto “La Rosa e il Fiorista” in cui canta “l’amore è solo un’altra domanda, solo il vento sa perché”. Com’è nata la storia di questa intensa canzone?
“Questa è una storia per me bellissima, è una delle canzoni del disco che mi piacciono di più e una delle ultime che ho scritto con Paolo Re. Volevamo andare alla ricerca di qualcosa di alto dal punto di vista della scrittura, così abbiamo deciso di prendere come modello Shakespeare, un maestro importantissimo, irraggiungibile, e di provare ad avvicinarci a lui dal punto di vista dell’eleganza. Abbiamo cercato di scrivere un testo che andasse al di là delle consuete storie d’amore, che fosse quasi un film in musica”.

Nel brano che chiude il disco, “Allora venne il momento” canta “allora venne il momento di perdonare quella mandria di nomi e persone che ti hanno umiliato, offeso e mai considerato in nessuna condizione”. È una frase che rispecchia molto la realtà. A lei è mai successo di sentirsi in quel modo?
“È capitato anche a me di vivere quella condizione, magari nella presentazione dei brani, quando li vorresti far ascoltare e non ti viene data retta. Allora io dico sempre che ci sono artisti migliori di me. E poi ci sono i sentimenti, le cose private che tieni dentro di te e che ho tirato fuori in questo brano che è tra i più jannacciani, tra quelli che avrebbe fatto mio padre. “Allora venne il momento” è molto forte sia dal punto di vista del racconto di momenti della mia vita personale, anche dell’esperienza cantautorale con papà, sia dal punto di vista musicale perché c’è un suono splendido creato da Michele Monestiroli che mi ha regalato queste note che fortunatamente rimarranno per sempre”.
A proposito di suo papà, c’è un doppio omaggio in questo disco con la cover di “Due Gelati” e con un brano molto toccante, “Enzo, l’incrocio e tutto il resto”…
“Papà amava molto ‘Due gelati’ e l’aveva inserita in un suo album ma al contempo avrebbe voluto portarla magari sul palco di Sanremo o che fosse cantata da un altro artista per darle più successo, ma quell’idea era rimasta lì, ferma al 1987. Allora ho voluto rifare questo brano con un sound pop insieme ad Emiliano Bassi che lo ha prodotto. “Enzo, l’incrocio e tutto il resto” parla dell’incrocio situato nei pressi della casa in cui ho vissuto con i miei genitori e che mi vedeva tornare a casa da scuola, dalle serate, iniziare l’avventura musicale con papà, con gli amici, partire alla ricerca prima di una fidanzata e poi di mia moglie; ho voluto raccontare questa storia in una lettera-canzone come se a parlare fosse mio padre”.
Nel disco convivono la Milano della sua infanzia, con la nebbia, l’ippodromo, e quella moderna con i grattacieli e la tecnologia. Cosa è rimasto oggi della poesia della Milano di un tempo?
“Dipende sempre dalla persona, nel senso che non è la città a cambiare ma è il tuo modo di vedere, di guardare, di atteggiarti, di relazionarti. Le città sono i riflessi di noi, che le costruiamo, le distruggiamo, che le manteniamo bene o male, che diamo loro un respiro più internazionale, più buono o più cattivo. In questo momento Milano vive, secondo me, un momento di transizione demoscopica ma soprattutto di scoperta anche internazionale e affronta delle problematiche strutturali. Milano è una città relativamente a misura d’uomo e con questo flusso di turisti, di forza lavoro, di studenti, vive una grande confusione. Probabilmente tutti cercano di mettere delle regole o delle strutture che possano salvaguardare il cittadino e ognuno poi porta avanti una propria idea per poter migliorare la vita. A volte si riesce, altre no”.

Lei è un grande tifoso del Milan quindi sarà felice per la vittoria del derby con l’Inter…
“Sono felicissimo per la vittoria nel derby, anche se arrivavamo da una sconfitta per 4-2 con il Bologna… Io sono un tifoso un po’ sui generis, il mio tifo viene dal profondo e non si è mai fermato. Soprattutto nei momenti di difficoltà si può sempre contare su di me (sorride)”.
In “Scimmie ovunque” cita il calcio quando canta “scimmie spensierate giocano sempre al pallone, dai due palleggi falli anche tu”. Il mondo del calcio moderno secondo lei è un esempio di questa giungla un po’ distratta, senza santi né eroi, di cui parla nel disco?
“Era soprattutto un modo per dire che ci sono mille problemi ma le tue aspettative si basano a volte su futilità, quindi facciamo due palleggi con il pallone, anche se c’è gente che si sta ammazzando in un’altra parte della strada. In realtà da osservatore quello che vedo nel mondo del calcio è onorevole perché i giocatori sono inquadrati, educati, sempre al servizio della squadra, hanno un atteggiamento rispettoso, quindi danno un buon esempio e questo aspetto mi piace molto”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Giulia Orsi
credit foto Galbiati
