di Francesca Monti
“Alain Daniélou. Il labirinto di una vita” è l’originale e interessante documentario del regista veneziano Riccardo Biadene, dedicato alla figura emblematica di Alain Daniélou e alla straordinaria vita di quest’uomo che ha portato l’India in Occidente.
Il documentario racconta l’avventuroso viaggio musicale, esistenziale e spirituale che Alain – bretone d’origine, figlio di un ministro socialista e con un fratello cardinale, amico di A. Gide e J. Cocteau – intraprende dal 1932, con il compagno fotografo svizzero Raymond Burnier, alla volta dell’India, lasciando un Occidente che non lo soddisfa. Il racconto parte dalla Bretagna e accompagna lo spettatore in India (Shantiniketan, Varanasi, Chennai, Pondicherry), a Berlino, Venezia, e Roma, seguendo la storia del francese Daniélou, indologo e musicologo che ha vissuto, soprattutto in India, tra gli anni ‘30 e ‘60 del ‘900. A Benares (ora Varanasi), Daniélou, insieme a Burnier, abita per 15 anni nel palazzo di Rewa, sulle rive del Gange, dove incontra fra gli altri, Eleanor Roosvelt o Roberto Rossellini.
Qui Daniélou si dedica allo studio del sanscrito, viene iniziato all’induismo, e studia la musica classica indiana e la Veena a livello professionale. È a quegli anni che si deve la stesura di diversi libri sulla filosofia indù, lo shivaismo e i testi vedici. Dal 1950 è curatore della prima collana di world music classica per l’UNESCO. Nel 1963, di ritorno in Europa, fonda e dirige l’Istituto Internazionale di Studi per la Musica Tradizionale (IITM) a Berlino, e in seguito crea a Venezia l’Istituto Internazionale per gli studi di musica comparata, affinché la musica orientale abbia importanza paritaria rispetto a quella occidentale, e dove tale studio è mantenuto vivo oggi dalla Fondazione Giorgio Cini. E, proprio per raccontare il periodo in cui visse in Laguna il regista Riccardo Biadene è tornato, nella sua città natale, per effettuare parte delle riprese del documentario, sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Gli ultimi anni di vita, Alain Daniélou, li trascorre tra Roma, Losanna, Berlino e Parigi, con una certa preferenza per la villa sulle colline di Zagarolo, un paesino vicino a Roma. Musica, danza, religione, tradizione e modernità, scultura e filosofia vengono esplorati in questo documentario attraverso le parole dello stesso Daniélou, tratte dall’autobiografia “La via del labirinto”.
Il materiale filmato è arricchito dalle preziose foto d’archivio in possesso alla Fondazione FIND, che consiste di circa 9000 scatti originali presi in india tra il 1935 e il 1955 da Alain Daniélou eRaymond Burnier. Viaggiando con una roulotte fatta arrivare apposta dalla California, Daniélou e Burnier sono stati tra i primi occidentali ad aver fotografato i templi indiani, quasi sconosciuti in Occidente all’epoca. Con queste fotografie venne organizzata un’importante esposizione che fece il giro del mondo (Parigi, 1948, Roma, 1949 e New York, Metropolitan Museum, 1949).
Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Riccardo Biadene. Ecco cosa ci ha raccontato.

Riccardo, com’è nata l’idea di realizzare il documentario “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita”?
“L’idea della realizzazione di questo film è nata grazie alla fondazione di Daniélou, India – Europa, e dal mio interesse per l’India dopo un viaggio fatto con la famiglia quando ero piccolo. La scelta di Daniélou come soggetto del documentario nasce dalla necessità di raccontare la parabola di un uomo che ha vissuto una vita straordinaria, con testimonianze di persone che narrano aneddoti su di lui. Così abbiamo fatto un percorso narrativo più articolato, che ha richiesto un forte impegno soprattutto per il montaggio. Volevamo raccontare la vita di un uomo che oltre ad essersi interessato e rivolto all’India come luogo in cui ha trovato una parte importante di se stesso, ha coperto anche uno spettro amplissimo di discipline differenti, tra musica e paesi attraversati. Riuscire in qualche modo a restituire tutto questo senza avere molti materiali video non è stato facile”.
In quanto tempo avete raccolto materiali e testimonianze per il documentario?
“Ci sono voluti tre anni di lavoro, abbiamo fatto un percorso di recupero in India, abbiamo attraversato diverse città per ricostruire determinate amicizie, luoghi, attività, siamo andati a Delhi, a Chennai, a Calcutta, a Varanasi, che in un certo senso costituisce il cuore visivo del racconto e poi al Sud, dove Daniélou ha vissuto, provando a ricostruire anche un percorso sonoro, che caratterizza la dinamica narrativa del percorso, con brani indiani, per arrivare alla Bretagna e a Zagarolo. Quello che più mi interessa è la poetica narrativa e il suono come elemento centrale”.

Che cosa la affascina maggiormente dell’India?
“In India sono tornato tante volte, il mio primo viaggio è stato in camper con la mia famiglia a cinque anni. Abbiamo vissuto attraverso l’India per un anno, è stata un’esperienza forte, mi ricordo ancora gli odori, i colori, ero in una fase in cui si cresce e si mettono gli occhiali per osservare il mondo. A 18 anni ci sono tornato, l’interesse è continuato nel tempo e si è sviluppato. Della cultura indiana mi affascina e stupisce ancor oggi la capacità di affiancare il macroscopico e il microscopico, l’individuale e l’universale, quella sensazione che non c’è una scissione tra soggetto e cosmo, ma anche la capacità di ascoltare in un certo senso il proprio destino con un piglio che sembra orientato a trarre il meglio dalle condizioni in cui si è”.
Il film è stato presentato al Biografilm Festival di Bologna riscuotendo un grande apprezzamento…
“Siamo rimasti piacevolmente sorpresi, le persone presenti in sala al Biografilm Festival di Bologna per la prima italian, non se ne sono andate ma sono rimaste fino alla fine del documentario e l’hanno accolto molto positivamente. E’ il risultato migliore che potessi ottenere”.

A quali progetti sta lavorando?
“Stiamo realizzando un altro documentario con la regia di Giovanni Pellegrini a Venezia e da settembre cercherò di seguire la distribuzione di questi due lavori e mettere in cantiere il terzo. Ho un progetto ambizioso nel cassetto rivolto alla cultura orientale e poi devo capire quanto e come sia possibile sviluppare il mio lavoro a Venezia”.
Il 30 giugno Riccardo Biadene sarà al River Film Festival, a Padova, per presentare il documentario, a partire dalle 20, nella serata conclusiva della manifestazione, cui seguirà lo spettacolo di danza classica indiana “Nataraja, omaggio al Dio danzante” con Marianna Biadene e Atmananda. Il 1° luglio sarà al cinema Rossini di Venezia, dove “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita” sarà presentato al pubblico a partire dalle 20. Infine, con la sua casa di produzione, Kama Productions, Biadene porterà il 2 luglio, alle 20, al Teatro La Fenice, un trio di musicisti: il Maestro dello stile classico dhrupad Bahauddin Dagar (rudra veena), assieme a Pelva Naik (voce) e Sudarshan Chana (jori).
