Il CCEE e il SECAM si confrontano sugli effetti della globalizzazione sulla Chiesa e sulle culture in Europa e Africa

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – Saluto del Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo Metropolita di Genova,Presidente del CCEE

La missione della Chiesa in Europa è riflesso dell’amore di Cristo per il mondo. Nasce dalla convinzione che Dio non è geloso dell’uomo, del suo desiderio di vita e di amore, di libertà e di gioia. Al contrario, Dio è il fondamento e la migliore garanzia di tutto questo: il Vangelo, infatti, ha generato nei secoli cultura, bellezza, arte e civiltà.

In nome di questo sincero amore, auguriamo all’Europa un tempo salutare di “crisi”: la crisi, infatti, non è un momento negativo ma un passaggio benefico. E’ il tempo della riflessione su sé stessa, sul suo cammino, sulla sua origine e sul destino, è preludio di revisione onesta e carica di fiducia. Il contrario della crisi è l’arroganza e la disgregazione: quando non si è più capace di autocritica allora ci si allontana dalla realtà e si va verso l’autodistruzione.

In questa prospettiva, sembra crescente l’oblio della propria storia: questa si poggia su tre monti, il Sinai, l’areopago di Atene, e il Golgota di Gerusalemme. Senza questi tre riferimenti, l’Europa si appiattisce e rischia di trasformarsi in un’altra “cosa”, così come i sostenitori dell’illuminismo francese pensano di fare: costruire una cultura come se Dio non ci fosse, e un continente che non sia disturbato dalla nostalgia dell’assoluto, della gioia piena e definitiva desiderata dal cuore umano. Per oscurare il senso della Trascendenza, il secolarismo, che ha raggiunto in misura diversa tutti i paesi del continente, propaganda ed esalta l’economia e la politica. Ma né l’uno né l’altra possono colmare il vuoto del cuore, anche se hanno il potere di distrarlo e di illuderlo. Ma non per sempre! Inoltre, i due idoli –  che pur hanno un loro intrinseco valore – neppure sono in grado da soli di costruire il bene comune, il quale richiede innanzitutto la conoscenza della Verità e del Bene. La volontà e la ragione umane hanno bisogno di contenuti: infatti, la volontà, se non si unisce al bene, e la ragione, se non si unisce alla verità, restano morte.

Una cultura che uniforma

Affrontare il discorso sulla verità e sul bene significa toccare una dimensione che non è né politica né economica, ma diversa, di ordine spirituale e religiosa. Questa dimensione, squisitamente umana, è la condizione per affrontare, giudicare e vivere ogni altro aspetto dell’esistenza e della realtà: non è una dimensione estranea, ma diversa. Su questo terreno, però, la cultura secolarista non vuole entrare dichiarando che riguarda solo la sfera spirituale. Con questa prospettiva, il vivere sociale diventa qualcosa di burocratico e organizzativo, senza anima, senza appartenenza, senza popolo: è una società tecnocratica, dove l’obiettivo è l’economia della produzione come unico vincolo ammesso e “valore” comune.

La Chiesa non può stare a guardare l’involuzione dell’umano né in Europa né altrove nel mondo. La sua missione è annunciare che Gesù è il Signore del Cosmo e della storia; che è “Via, Verità e Vita”, il Redentore, Colui che salva dal peccato, il male originario di tutti i mali della terra. In Gesù risplende il vero volto di Dio e il vero volto dell’uomo: in questa relazione tra il divino e l’umano, tra il cielo e la terra, vi è la fonte e il criterio dell’umanità vera, della civiltà all’altezza della dignità dell’uomo.

La Chiesa, mentre annuncia e testimonia il Signore risorto, restituisce l’uomo all’uomo, lo libera dallo smarrimento che gli deriva dall’essere in balia della propria assoluta libertà, norma ultima dell’agire senza riferimenti oggettivi e affidabili. L’uomo europeo sta facendo – nel suo complesso – l’esperienza illusoria di essere libero e senza legami, solo con se stesso. L’uomo europeo – così come pensano i poteri che vogliono un mondo uniforme – deve sentirsi solo perché senza vincoli, ma anche spaesato perché senza patria, senza cultura e storia: sradicato. Il senso di solitudine deve diventare isolamento per poter essere – l’uomo smarrito – oggetto di facili manipolazioni. Per questo scopo, l’individuo deve sentirsi liberato anche dalla cultura che è fatta di storia, di tradizioni, di luoghi e di religioni. L’uomo, dunque, deve essere svincolato dalle relazioni e sradicato dalle tradizioni.

Culto e cultura

In questa prospettiva, ritorna la “magna quaestio” di Sant’Agostino: da dove vengo e dove vado? E’ la questione del Principio e della Fine. Nessuno scopo umano – pur nobile – è sufficiente per rispondere al bisogno di assoluto infinito impresso nella carne e nel sangue.

Emerge qui l’importanza decisiva del culto: il culto a Dio si attua nella relazione dell’uomo con il Principio e la Fine della storia e dell’universo intero. E’ grazie al culto che l’uomo trova il senso ultimo del proprio cammino terreno, cammino  che diventa, così, un pellegrinaggio verso la Fine: questa non è dissoluzione ma Compimento e Pienezza. Nel culto, l’uomo trova – insieme al senso – anche la direzione morale, la strada del vivere nel Bene e quindi del vivere bene, della vita buona. Senza l’aggancio al trascendente, l’uomo – e la cultura che ne consegue – resta prigioniero del tempo, dell’immanenza visibile: la cultura è esposta a ciò che è relativo, soggetta a cambiamenti continui. E’ il regno della permanente insicurezza. Senza l’orizzonte ultimo,l’uomo diventa misero e tutto diventa miseria.

Possiamo dire che a Dio l’uomo deve il culto, all’uomo la cultura. Il culto infatti riconosce nella fede e nell’amore la trascendenza che in Gesù ha preso volto, la cultura– che è il modo di vivere – si ispira alla trascendenza usando una ragione amorosa. La conoscenza del Principio e della Fine non riguarda solamente “Verso dove” l’uomo cammina, ma anche il “Come” camminare: nasce qui la verità dell’uomo come persona e questa verità è il nucleo della cultura. E’ questo il motivo per cui, quando viene a mancare il culto, l’uomo perde la memoria di se stesso, la cultura decade, e l’etica diventa sempre più individualista.

Annunciare e testimoniare il mistero di Cristo, con le sue implicazioni esistenziali, significa difendere l’Europa. E rimettere Dio al primo posto vuole dire salvare l’umanità dell’uomo: la vita in ogni sua fase, la famiglia naturale, l’unione dei popoli, l’accoglienza, la giustizia e la pace.

Non è essenziale – per testimoniare e annunciare il Vangelo – che le comunità cristiane siano molto numerose: è importante che siano abitate dal desiderio sincero di essere fedeli a Gesù nonostante incoerenze e peccati.

E’ una sfida di grande responsabilità, ma è la vera modernità.

La novità che avanza

In alcune parti della nostra splendida Europa, sembra che il cristianesimo sia moribondo, sempre più languido e irrilevante. Il secolarismo genera una mentalità che giudica l’uomo, la vita, il mondo, secondo criteri lontani dal pensiero di Cristo. Anche quando c’è ancora la fede, spesso il modo di pensare la vita è estraneo, e la fede è sentita come qualcosa di superata, di vecchio, qualcosa o che si aggiorna oppure scomparirà.

Ma è proprio così? Davvero il cristianesimo è destinato a scomparire dai popoli di antica tradizione? L’inquietante domanda di Cristo è presa sul serio “quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede?”.  La questione principale è dunque la fede: se la fede langue, la chiesa perde se stessa, si riduce ad altro. E’ questa la ragione per cui la Chiesa oggi è sfidata sulla fede e – tra i molti campi della pastorale – quello della fede è il più decisivo. La Fede ha al centro Gesù Cristo: se la Chiesa per assurdo si allontanasse da Cristo, gli uomini si allontanerebbero da Lei. Ecco il primo messaggio che la domanda di Gesù contiene.

Il secolarismo si presenta come il nuovo mondo, una specie di epoca dell’oro, una terra promessa finalmente raggiunta, che promuove un’umanità moderna, libera, soddisfatta. Per contro, nel mondo occidentale la fede sembra arretrare dalle coscienze, e la sua capacità di ispirare la società appare sempre più debole.

Questo stato di cose fa ritenere la fede superata e insignificante rispetto ad altre epoche, e il cristianesimo un “mondo vecchio”. Ma è questa la realtà? Invero, quanto più il “nuovo” modo di pensare avanza e rivela il suo vero volto, tanto più prende corpo la domanda di Henri de Lubac: “Che cosa sarebbe l’umanità se si togliesse Cristo?” Noi oggi vediamo che cosa sta diventando l’umanità se si allontana da Dio e da Gesù. Quanto più emergono i tratti disumani del “nuovo mondo”, tanto più “il vecchio mondo” – il Vangelo – appare la novità più vera, quella che il cuore dell’uomo spera e attende. La novità è dunque la fede, è la comunità cristiana che vive di Dio, di benevolenza, dove la vita, i legami di amicizia, la famiglia, la fedeltà, il sacrificio, l’onore e l’onestà… sono riflessi del volto di Gesù: piccole comunità dove i principi più sacri e universali non sono oggetto di sondaggi d’opinione, ma sono fondati su un’istanza superiore e trascendente che è l’unica garanzia per vivere all’altezza della dignità umana, sia a livello personale, che di popoli, nazioni, continenti.  Per questo non possiamo mai perdere la fiducia!

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