MITO 2018: il Kronos Quartet al Piccolo Teatro Grassi, il 7 settembre alle ore 21

Capita – di rado – che artisti, musicisti, da soli o in gruppo, riscrivano con la loro genialità il modo di interpretare un brano o un genere, e che arrivino persino a ridefinire la storia del loro stesso strumento. Il Kronos Quartet è uno di questi. Il Quartetto di San Francisco, in 45 anni di vita ha profondamente ridisegnato il suono stesso di questa formazione, mutando, apripista di esperienze successive, la natura stessa di questa formazione.

Venerdì 7 settembre, al Piccolo Teatro Grassi, ore 21, il Kronos Quartet – David Harrington e John Sherba al violino, Hank Dutt alla viola e Sunny Yang al violoncello – offrirà in esclusiva italiana al pubblico di MITO Settembremusica l’esperienza unica di quella musicalità e di quella duttilità espressiva che li contraddistiguono, nate anni fa dall’uso delle nuove tecniche d’amplificazione per gli strumenti acustici, dall’interazione con i suoni preregistrati e dall’esplorazione di territori musicali inesplorati. Le loro inconfondibili caratteristiche segnano anche una continuità tra gli esordi, vissuti in stretta collaborazione con la prima generazione dei minimalisti americani, e l’attualità di quest’infaticabile gruppo, che affida a uno staff appositamente creato – la Kronos Performing Arts Association – la ricerca e l’arrangiamento del suo repertorio.

Tra i molti brani in programma quattro prime esecuzioni italiane. La prima, in apertura, è Zaghlala di Islam Chipsy (1985), figura di spicco della Electro Shaabi, o più propriamente Mahraganat, la parola araba per Festival, una musica che, in Egitto, è fenomeno sociale, colonna sonora dei movimenti che nel 2011 hanno rovesciato il presidente Hosni Mubarak, basata su un singolare mix fra la musica tradizionale egiziana (Shaabi), l’hip hop americano, il software per la manipolazione elettronica degli strumenti e della voce e l’uso di materiale scaricato dalla rete. La musica di Islam Chipsy (nome d’arte per Islam Said) si spinge, però, al di là dei confini dell’Electro Shaabi e dell’Egitto, segnata da molte collaborazioni con musicisti e istituzioni d’Europa e d’America. Fra queste anche quella con il Kronos Quartet, che nel 2017 gli ha commissionato Zaghlala af dando l’arrangiamento a Jacob Garchik.
Altra prima esecuzione italiana è Carrying the Past di Dan Becker (1960), uno degli autori più in vista della corrente post-minimalista. «Ho provato a scrivere per il Kronos Quartet un lavoro che rispecchiasse la relazione fra la mia sensibilità e quella musica spiritosa, innocente e dolce che avevo riscoperto attraverso le registrazioni di mio nonno [Eddie Sandsons, trombettista]», ha scritto Becker. «Purtroppo, mentre componevo Carrying the Past mio padre è morto. Credo che questo intreccio di riferimenti sia perfetto per un brano che, pur conservando l’ottimismo e l’esuberanza ispirata dalla musica di mio nonno, mi sembra ora guardare al passato con un grado maggiore di maturità e di comprensione».

Dall’Egitto al Mali, con Sunjata’s Time: 5. Bara kala ta del griots (poeti e musici giorovaghi) Fodé Lassana Diabaté (1971), sempre in prima esecuzione italiana. Coerente con le sue intenzioni, quelle di riproporre la musica e lo stile della tradizione del popolo Mandé, antica etnia diffusa nell’Africa Occidentale sub sahariana, Sunjata’s Time, è dedicata a Sunjata Keita, una delle gure leggendarie del passato africano, il principe guerriero che fondò l’Impero del Mali nell’anno 1235. Si articola in 5 parti, ognuna delle quali è dedicata a un momento di rilievo nella vita del principe.

Quarta prima esecuzione italiana sarà la versione di Summertime di George Gershwin (1898-1937) arrangiata da Jacob Garchik, compositore, polistrumentista, autore di musica per film, che dal 2006 collabora con il Kronos Quartet e ha adattato per loro più di cento brani.

In programma anche Flow Flow di Laurie Anderson (1947), il brano per violino ed elaborazione elettronica che chiude l’album Homeland (2010). Meditativo, malinconico e basato su sonorità volutamente opache, poco risonanti, nella versione di Garchik diventa più classico, con maggior risalto dato alla linea melodica e alla trasparenza delle armonie.

Clouded Yellow di Michael Gordon (1956), tra i fondatori del collettivo di compositori Bang on a Can, collaboratore di lunga data del Kronos Quartet, è del 2010. Arioso, brillante, volteggiante come la farfalla da cui prende il nome: la Colias crocea (Clouded Yellow). Nelle parole di Gordon stesso, è un’osservazione naturalistica, «un diario di viaggio intorno a un giardino».

Kule Kule del gruppo Konono No 1, fondato a Kinshasa nel 1966 e un punto riferimento nella sperimentazione di un nuovo rapporto tra la musica tradizionale e i mezzi moderni di trattamento elettronico del suono, in un mix speciale di tradizione, tecnologia alta e tecnologia artigianale. Kule Kule è il brano di apertura del loro primo disco, Congotronics (2004) L’arrangiamento di Jherek Bischoff per il Kronos Quartet si avvale di suoni preregistrati in un tentativo di ripensare la scrittura del quartetto d’archi attraverso l’immersione in un territorio sonoro totalmente altro.

Strange Fruit di Abel Meeropol (1903-1986) è una canzone di denuncia antirazzista che Billie Holiday ha cantato per la prima volta nel 1939. «Gli alberi del sud danno uno strano frutto», dice il testo, «sangue sulle foglie, sangue sulle radici, un corpo nero che dondola nel vento del sud, uno strano frutto appeso agli alberi di pioppo». L’autore del testo, Abel Meeropol, comunista, insegnante ebreo-russo che viveva nel Bronx, l’aveva scritta dopo aver visto una fotografia di due cittadini afro americani linciati nell’Indiana. La musica venne composta più tardi da Earl Robinson e divenne immediatamente una bandiera della lotta per i diritti civili.

Di Terry Riley (1935), One Earth, One People, One Love (da Sun Rings Sun Rings) è una composizione in 10 movimenti che Terry Riley ha scritto associando al quartetto d’archi suoni generati dai ricevitori con i quali si individuano e si misurano le interazioni fra particelle di onda nel plasma spaziale, fenomeni invisibili come il vento solare o le onde gravitazionali. Fra i materiali registrati c’è anche la voce della poetessa afro americana Alice Walker che, nei giorni che seguirono l’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, Riley ascoltò alla radio mentre ripeteva versi scritti per l’occasione, quasi un mantra fatto di tre sole espressioni: One earth. One people. One love. Non è esattamente, chiede Riley, il pensiero che facciamo quando guardiamo l’immagine della Terra vista dallo spazio? Non scopriamo che è una, la stessa per tutti, che l’umanità intera è un unico popolo e che l’amore è lo stesso a ogni latitudine?

Del cantante siriano Omar Souleyman (1966), punto di riferimento mondiale della dabka, una danza popolare diffusa in gran parte del Medio Oriente, ma aggiornata attraverso i suoni della musica pop e l’apporto molto consistente dell’elettronica, in programma La Sidounak Sayyada (I’ll Prevent the Hunters from Hunting You). Un brano che trasuda la sua energia, la sua comunicativa, la sua autenticità, oltre i confini culturali e di pubblico. I suoi cd vengono ascoltati nelle strade e nei mercati in Siria, in Giordania, in Palestina, ma sono anche molto amati in Occidente per la loro potente carica innovativa. La Sidounak Sayyada, brano che il Kronos Quartet esegue in un arrangiamento di Jacob Garchik, è una danza molto animata che Souleyman cantava già nei matrimoni, ai suoi esordi, e che ha inserito nel 2009 all’interno dell’album Dabka 2020.

In programma anche una trascrizione di un successo degli Who, tra i primi gruppi di musica rock a misurarsi con l’idea di uno spettacolo d’arte totale: Baba O’Riley, di Pete Townshend (1945), chitarrista e leader degli Who, oltre che autore di quasi tutte le loro canzoni. Baba O’Riley era destinata a un’opera rock, Lifehoue. Il progetto non venne portato a termine e venne inserita nell’album Who’s Next, nel 1971. Due le fonti di ispirazione: una filosofica e spirituale, che risale all’insegnamento del maestro indiano Meher Baba; l’altra musicale, che si rifà alla comparsa del Minimalismo americano nei primi anni Sessanta e alla scoperta della musica ripetitiva.

Infine di Steve Reich (1976) Different Trains. Per il primo movimento (America – Before the War) le voci registrate sono quelle della governante che l’accompagnava da bambino e dell’allora autista di pullman sulla linea New Yok – Los Angeles. Per il secondo movimento (Europe – During the War) la memoria dell’Olocausto e dei viaggi in treno verso i campi di concentramento è affidata alle voci di 3 sopravvissuti. Nel terzo movimento (After the War) tutte le voci si uniscono per raccontare la vita dell’immediato dopoguerra. I suoni dei treni vengono da registrazioni d’epoca.

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Gaia Varon.
Il testo si avvale del contributo musicologico di Stefano Catucci.

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