Intervista con The Leading Guy: il nuovo disco “Twelve Letters”, il tour con Elisa e il sogno di scrivere una colonna sonora

“Twelve Letters” è il titolo del nuovo album di The Leading Guy, uscito il 3 maggio per Sony Music Italy. Dodici lettere scritte a cuore aperto, in cui, a seconda del destinatario, cambia il registro stilistico e varia l’umore, pur mantenendo la costante del pop-folk, con incursioni nel rock, che rende l’artista internazionale nel sound e nelle intenzioni musicali. In una società sempre piu’ votata alla tecnologia The Leading Guy vuole ritrovare quel contatto personale, intimo e tangibile con i suoi ascoltatori, rivolgendosi loro come singoli destinatari delle proprie lettere e auspicando di instaurare una reale corrispondenza epistolare.

The Leading Guy fa parte anche di “Faber Nostrum”, il disco tributo a Fabrizio De André, con alcuni dei nomi più influenti della nuova scena musicale italiana. In questa compilation l’artista partecipa con il suo primo brano in assoluto cantato in italiano, “Se ti tagliassero a pezzetti”.

Per tutto il mese di maggio il raffinato cantautore sarà impegnato nelle aperture del tour teatrale di Elisa, mentre in autunno partirà la sua tournèe.

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Simone, è uscito il tuo nuovo disco “Twelve Letters”, com’è nata l’idea di scrivere queste dodici lettere sotto forma di canzoni?

“L’idea delle lettere non è stata partorita prima di scrivere le canzoni. Quando ho chiuso il disco e cercavo un filo conduttore mi sono accorto che rispetto al primo album Memorandum tutte queste tracce erano rivolte verso l’esterno, verso una ricerca sia di comunicazione che di dibattito. Memorandum era molto autarchico e parlavo di cose già accadute, questo progetto invece è rivolto al futuro. A parte un paio di brani dedicati a singole persone, le altre tracce parlano di situazioni, come ad esempio Black, legata ad una problematica ambientale o Can you hear me now, l’estremo tentativo di instaurare un dialogo con le persone”.

In un’epoca sempre piu’ social è tecnologica è una scelta in controtendenza quella della corrispondenza epistolare…

“Nel genere che faccio io e con la mia attitudine musicale c’è bisogno di ascoltare bene e di scrivere con calma e quindi la lettera è un’ottima metafora, perchè quando scrivevi una lettera dovevi pesare bene le parole e chi la riceveva doveva leggerla, magari anche diverse volte, per capire il significato. Quindi è un disco che vuole rallentare molto i tempi. Sono a favore dei social ma non credo siano l’unica via per comunicare con gli altri”.

Cosa ci racconti riguardo il singolo “Oh brother”?

“Oh brother è nata da una storia triste, una mia cara amica ha perso il fratello e mi sono chiesto cosa potessi fare per lei, perchè quello che stava vivendo era un dolore che non puoi comprendere se non lo provi sulla tua pelle e che ognuno vive in modo diverso. Quindi ho cercato di mantenere alto il rispetto ed è stata la canzone piu’ difficile da scrivere per me. E’ dedicata a questa mia amica ed è un modo per dirle siamo con te”.

 

C’è una canzone tra quelle del disco a cui sei piu’ legato?

“Forse Can you hear me now, dopo tante date e tanta gavetta significa “riuscite a sentirmi?” e a livello simbolico è quella a cui sono piu’ legato”.

Sei opening act del tour teatrale di Elisa. Com’è nata questa collaborazione?

“E’ nata spontaneamente, ho conosciuto suo marito, Andrea Rigonat, ad un concorso di giovani cantanti di cui entrambi eravamo giudici. A lui sono piaciute le mie canzoni e siccome Elisa è molto in linea con quello che vorrei fare e la apprezzo come artista ho provato a chiedere ad Andrea se potesse farle sentire qualche mio brano. Così è stato, e da lì mi ha voluto come opening act per il suo tour teatrale”.

Photo The Leading Guy_credit Carlo Pacorini

In autunno invece partirà la tua tournée… 

“Il mio tour sarà per la prima volta full band perchè questo disco ha bisogno di essere suonato con piu’ intensità”.

Cosa ci racconti riguardo la tua partecipazione al progetto “Faber Nostrum”?

“Mi è stato chiesto di partecipare e all’inizio volevo rifiutare, ero terrorizzato dal cantare per la prima volta in italiano e per di piu’ un brano di De Andrè. Poi con il passare dei giorni ho pensato che fosse sbagliato rimanere fermi sulle proprie posizioni e che fosse giusto osare un po’, con tutti i rischi del caso. E sono felice di aver accettato”.

In futuro pensi di scrivere qualche brano anche in italiano?

“Non canto mai nulla anche in inglese se non sono convinto al 100% di quello che sto cantando. Se capiterà di scrivere in italiano la migliore canzone che possa fare allora canterò anche nella mia lingua”.

Come ti sei avvicinato alla musica folk?

“Io parto da ascolti italiani, Guccini, De Andrè, De Gregori, e quindi sentire una narrazione mi è sempre piaciuto fin da bambino. Poi ho vissuto in Irlanda e lì ho scoperto Dylan e la tradizione folk irlandese e questa voglia di narrare è nata in quel periodo. Così ho iniziato a scrivere in inglese perchè era piu’ semplice, era forse anche una maschera all’epoca e piano piano ho trovato un mio modo di raccontare”.

Uno dei tuoi brani, “Behind The Yellow Field”, è stato scelto per la colonna sonora della serie tv “Tutto può succedere”. Ti piacerebbe scrivere la colonna sonora per un film?

“E’ uno dei miei sogni, scrivo tantissimo e molte cose vengono buttate perchè magari non sono adatte per un determinato progetto. La colonna sonora ti dà invece maggiore libertà, sarebbe una grande sfida per me e spero che qualcuno in futuro me lo chieda”.

di Francesca Monti

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