VENEZIA 76: Intervista con Federico Olivetti, regista de “Il prigioniero”, che sarà presentato tra gli eventi speciali alle Giornate degli Autori 2019

Il cortometraggio del regista padovano Federico Olivetti, “Il prigioniero”, prodotto dalla casa di produzione veneziana Kama Productions e girato a Padova, sarà uno degli eventi speciali alle Giornate degli Autori 2019 alla 76esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Protagonisti del corto sono Paolo Musio e Sabrina Impacciatore in quella che si potrebbe definire una breve storia di prigionia paradossale. Paolo e Maria sono due “sposini ordinari” che vivono alle porte del paese. Una mattina Paolo esce di casa per comprare del pesce e non torna più. Giù in paese, in piazza, una donna è stata derubata di una preziosa collanina da un malandrino sedicenne che riesce a scappare dopo il misfatto, e Paolo, incrociandosi con la donna e la gente del paese, viene additato dalla vittima e accusato del furto. Allora scappa ma alla fine viene acciuffato da un poliziotto e portato in una cantina. Lì il poliziotto gli ordina di stare immobile ad aspettare il suo ritorno. Nel frattempo la moglie, lo cerca in lungo e in largo.

Nato a Padova e cresciuto ad Alessandria D’Egitto, Federico Olivetti, il regista, si è laureato in Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Padova e si è formato artisticamente grazie a Ipotesi Cinema, la scuola diretta da Ermanno Olmi, e alla New York University (Tisch School of the Arts). Insieme a Musio e Impacciatore nel cast figurano Franco Ravera, Mario Pirrello, Laura Serena, Emma Bertoli, Carlo Piron, Eleonora Panizzo, Giulia Briata, Nicola Andretta, Luisa Conti, Cesare Lanna, Francesco Scarpati, Mattia Pilon, Herbert Runggaldier. Nella colonna sonora spicca il brano “Fà qualcosa” interpretato dalla grande Mina e scritto dagli autori Malgoni/Testa.

teolo con Paolo_IL PRIGIONIERO

Federico, il suo nuovo corto “Il prigioniero” verrà presentato alla Mostra del Cinema di Venezia alle Giornate degli Autori 2019. Può raccontarci com’è nata l’idea di questo film?

“Al centro del film sta la domanda sull’obbedienza. La psicologia sociale ha suggerito un metodo analitico interessante. L’obbedienza è una norma sociale valida in ogni cultura. Dalla prima infanzia obbediamo a figure genitoriali autoritarie che percepiamo come legittime. Durante lo sviluppo queste figure vengono interiorizzate. Il che ci porta a obbedire – spesso acriticamente – alle leggi anche quando l’autorità non è presente. L’obbedienza può portare a conseguenze gravi, tragiche, quando la legge chiede l’esercizio della violenza. Dove finisce l’obbedienza, dove inizia la responsabilità? Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 uno psicologo di Yale, Milgram fece un esperimento. I soggetti furono ufficialmente chiamati a svolgere una ricerca sulla memoria e l’apprendimento. Venne dato loro il ruolo di docenti. Dovevano fornire ad altri partecipanti, gli allievi, un elenco di coppie di parole. La difficoltà dei compiti aumentava, progressivamente. Se gli allievi non ricordavano, i docenti dovevano somministrare loro una scossa elettrica. Con l’aumentare della difficoltà, aumentava la gravità della scossa.
La domanda di Milgram era: quante persone avrebbero obbedito allo sperimentatore? Quante si sarebbero spinte oltre il limite della ragionevolezza? La maggior parte dei soggetti cedette alla pressione esercitata dallo sperimentatore, arrivando a somministrare una scossa di 360 volt. Ovviamente gli allievi erano d’accordo con lo sperimentatore, ovviamente le scosse erano finte.
Come spiegare questo comportamento? L’obbedienza – secondo la psicologia sociale – è
una forma di conformismo. Ci si confronta con il con il modo di fare degli altri, ci si conforma al volere di chi comanda, per essere graditi, accettati. Spesso, nelle dinamiche
di gruppo, le persone devianti, le persone che non si adeguano, vengono respinte, umiliate, punite. La psicologia sociale chiama questo fenomeno influenza sociale  normativa. Un altro fenomeno che interessa l’obbedienza all’autorità è la dissonanza cognitiva: la differenza che in noi si viene a creare tra un’inclinazione morale e l’ordine che riceviamo da un’autorità esterna. La dissonanza, il disagio viene spontaneamente ridotto, attraverso forme di auto-compiacimento, attraverso l’invenzione di giustificazioni e attraverso la disumanizzazione della vittima. Chi obbedisce a una legge ingiusta spesso non si assume la responsabilità delle proprie azioni. La responsabilità viene attribuita a chi detiene il potere. L’obbediente si interpreta come un mero agente: l’esecutore di una volontà che non lo interessa personalmente”.

“Il prigioniero” racconta una prigionia paradossale e fa anche riflettere sul tema della giustizia…

“La domanda sulla giustizia implica una domanda sulla legge. Non credo che Dio sia morto, credo che la rappresentazione di Dio, del sacro sia diventata muta, impotente, credo che oggi il volto di Dio sia irraggiungibile dai deboli occhi dell’uomo. La cecità ha
portato ad attribuire il sacro alla legge. Il XX secolo è stato il secolo della “teologia politica”. Concepita nel segreto, inaccessibile, inappellabile, la legge ha l’arroganza di organizzare l’azione umana secondo un particolare ordine, ha la pretesa di definire la
colpa, di stabilire la pena. Un codice scientifico che vede, prevede e provvede: il trionfo del razionalismo positivista che, sistemando il mondo, nega il libero arbitrio. Ma nel segreto della legge vive la miseria. La giustizia nasce da una sola volontà: il potere per il potere. E chi la esercita lo fa in modo arbitrario, feroce e profondamente indifferente.
Credo che la giustizia stia nella libertà orientata verso valori oggi disprezzati: valori che, se perseguiti, danno dignità all’uomo e alla sua esistenza”.

Come ha scelto il cast?

“All’interno del cast ci sono tre categorie di attori: Gli attori principali, diversi attori veneti, gli amici. I tre attori principali sono Paolo Musio, Sabrina Impacciatore e Franco Ravera.
Con Paolo ho fatto diversi spettacoli teatrali. Penso cinque. Lo conoscevo bene… Lo stimo
moltissimo ed è un amico. Un attore, autore, una persona intensa, libera, molto colta, molto raffinata. E’ l’interprete per eccellenza e, per me, un modello umano. Sabrina Impacciatore l’ho vista a teatro in uno spettacolo di Valerio Binasco: “E’ stato così”. Uno
spettacolo tratto da un testo di Natalia Ginzburg, tradotto in un monologo. L’ho visto, l’ho
conosciuta: l’ho trovata estremamente coraggiosa, generosa: le prime qualità che un
attore deve possedere, che pochi, soprattutto in Italia, possiedono. L’ho rivista a San Remo. Era incredibilmente auto-ironica. Per me non esiste intelligenza senza ironia.
L’auto-ironia è segno di profondità. E’ un’attrice dotata di una sensibilità immensa, di una straordinaria capacità intuitiva. Incontrarla mi ha dato speranza. Franco Ravera l’ho
conosciuto in un allestimento di Peter Stein: i Demoni, dove io figuravo come drammaturgo e assistente. Franco è eccezionale perché trova il punto che tu gli indichi,
percorrendo strade sempre imprevedibili. Non riesce a piegarsi alla logica (cosa di cui io
sono vittima…), ha una sua logica, una sua lingua: la poesia. Recita componendo rapporti
di immagini, associazioni imprevedibili che aprono orizzonti inaspettati. E’ capace di colori tragici e colori comici. Anzi: in lui gli opposti trovano una sintesi perfetta. Gli attori veneti sono tutti miei ex-allievi. Io detesto fare provini. Non ne capisco il senso. Quando un attore si presenta a un provino, racconta solo le proprie capacità di gestire la pressione emotiva. In un provino vincono i più forti. Ma in teatro i più forti sopravvivono, i più fragili vincono: i poeti.

Il cortometraggio è stato interamente girato fra Padova e provincia, un modo per far conoscere al mondo le bellezze della città…

“E’ una città elegante, sospesa, che alterna grovigli di vicoli a successioni di spazi aperti
e sereni. Oggi con la diffusione globale del sospetto, Padova ha perso un po’ della sua morbidezza. I cani abbaiano, se hai paura, perché capiscono che li interpreti come possibili nemici. Credo che abbiano ragione: è la paura che causa la violenza. La causa e la giustifica. Bisognerebbe rassicurare… Nel caso di Padova, proporre iniziative volte a creare vita comunitaria. La città ha chiaramente i mezzi necessari per farlo”.

Qual è il suo luogo del cuore di Padova?

“Il mio luogo del cuore di Padova è vicolo Santonini. Una stradina vicina a Piazza Pontecorvo. Oltre ad essere magnifica perché offre una sconosciuta prospettiva del Santo, è un luogo dove sono tornato e tornato nei miei vent’anni, perché era il luogo dell’infanzia di un mio amore. E io andandoci, da solo, quando l’amore non c’era più, tentavo di sentirmi vicino a lei, identificandomi con i suoi ricordi…”.

Da dove nasce la sua passione per il cinema? 

“La mia passione per il cinema – direi più in generale per lo spettacolo – non so da dove nasca… Ha origini lontanissime. Sono fatto così. Il cinema, il teatro sono una forma di dialogo. E per me, senza il dialogo, la vita non ha senso…”.

A quali progetti sta lavorando?

“I progetti futuri li descrivo appositamente con vaghezza: un documentario, due lungometraggi e, spero, altro… Magari un matrimonio! Magari più di uno…”.

di Francesca Monti

Rispondi