“Un attore deve raccontare le dinamiche che accadono quotidianamente nella società e dentro di sè, partendo dal suo cuore per arrivare a quello degli spettatori. E quando il pubblico ti regala un silenzio o un momento di attenzione, quando è partecipe è una grossa soddisfazione“, da queste parole si percepiscono l’immensa passione e l’amore che Maximilian Nisi, attore poliedrico, capace di emozionare con le sue interpretazioni, ha per il teatro e per l’arte della recitazione.
Dopo essersi diplomato nel 1993 alla Scuola del Teatro d’Europa diretta da Giorgio Strehler, ha lavorato nella sua carriera con maestri del calibro di Ronconi, Savary, Sequi, Scaparro, Terzopoulos, Mauri, Lavia, e ha preso parte a molte serie tv e a film di successo.
Attualmente Maximilian Nisi è protagonista a teatro con Milena Vukotic dello spettacolo “Un autunno di fuoco”, ma in questa piacevole chiacchierata ci ha parlato anche di Shakespeare e della serata da lui ideata dedicata a Beethoven che andrà in scena a febbraio al teatro Arciliuto di Roma.

Maximilian, sei in tour nei teatri italiani con lo spettacolo “Un autunno di fuoco”, in cui interpreti Chris. Cosa ci racconti a riguardo?
“E’ uno spettacolo che ha aperto il 52° Festival di Borgio Verezzi, è diretto in maniera poetica da Marcello Cotugno e prodotto da La Contrada – Teatro Stabile di Trieste. Il testo ha il privilegio di essere semplice e quindi vicino alle persone. E’ la storia dell’incontro tra una madre e un figlio che non si vedono da venti anni, da quando lui se n’è andato di casa, sono due sfere diverse che si ricongiungono e si completano. Alessandra (Milena Vukotic) è un’artista quasi ottantenne alla resa dei conti con la sua famiglia per stabilire dove trascorrerà i suoi ultimi anni di vita, che un giorno si chiude in casa minacciando di dar fuoco a tutto piuttosto che finire in una casa di riposo. Lo spettacolo affronta anche il tema del trascorrere del tempo e della vecchiaia, è un discorso molto importante trattato con grande saggezza da Eric Coble, l’autore anglosassone del testo, e rappresentato con maestria da Marcello Cotugno, che ha inserito gli accorgimenti necessari: dove c’era troppo sentimentalismo siamo andati in una direzione piu’ ironica, dove c’era piu’ leggerezza si sono approfonditi i temi. Nel 2014 “The velocity of Autumn” è stato messo in scena a Broadway ma la versione americana è molto differente, è piu’ da sitcom, quella italiana è piu’ poetica, perchè ogni spettacolo deve assecondare anche le aspettative del pubblico, che è differente a seconda dei Paesi. E’ il secondo anno che portiamo in scena “Un autunno di fuoco” e pensiamo di proseguire il tour anche nella prossima stagione”.
In scena insieme a te c’è una grandissima attrice come Milena Vukotic, come ti sei trovato a lavorare con lei?
“Il nostro è un lavoro dove puoi trovare bravissimi interpreti ma magari persone non belle. Milena invece oltre ad essere una grande attrice è una persona squisita. Essendo in due in scena, condividendo il palco e viaggiando insieme, è importante che ci sia un ascolto e un’empatia. Non abbiamo avuto bisogno di creare questa sintonia, è venuta spontanea e spero di avere l’occasione in futuro di lavorare con lei anche in altri progetti perchè è raro incontrare persone così generose artisticamente e umanamente”.

Secondo te oggi il teatro ha ancora una valenza sociale come un tempo?
“Come tutte le forme d’arte il teatro dovrebbe aiutare le persone a riflettere, quindi deve assolutamente avere una valenza sociale. Certo oggi c’è un fraintendimento in quanto si pensa che il teatro debba essere un metodo di intrattenimento, ma oltre a questo ci vuole la poesia, l’importanza di un progetto che possa veicolare dei messaggi. Un tempo il teatro aveva un valore politico, sociale, morale, e così dovrebbe essere sempre. Alcuni produttori vogliono strizzare l’occhio al pubblico e pensano che non sia interessato a certe tematiche, lo spettacolo invece deve avere tante sfaccettature e deve riguardare gli esseri umani. “Un autunno di fuoco” ad esempio ha successo perchè le persone si ritrovano in quello che raccontiamo e riescono ad esorcizzare le paure come quella del tempo che passa. Questo non vuol dire che devi appesantire il prodotto perchè la vita non è pesante, ma raccontare le dinamiche che accadono quotidianamente nella società e dentro di noi, partendo dal tuo cuore per arrivare agli spettatori, dalla tua anima per arrivare alla loro, trovando quel filo rosso privilegiato che ti lega al pubblico. E quando gli spettatori ti regalano un silenzio o un momento di attenzione, quando sono partecipi è una grossa soddisfazione per noi attori. Devo dire che questo accade quando lavori in maniera onesta spiritualmente, quando non tradisci la tua umanità. Il teatro è un’esperienza che riguarda l’uomo. “L’arte sta alla vita come il vino sta all’uva”, diceva Mejerch’old”.
Quale potrebbe essere secondo te la strada per avvicinare al teatro i giovani?
“Credo sia importante educare i ragazzi al teatro partendo dalla famiglia e dalla scuola. E anche lo Stato dovrebbe fare la sua parte. Posso dire per esperienza diretta, avendo fatto l’insegnante, che quando i ragazzi vengono coinvolti e avvicinati al teatro e ai grandi autori si appassionano. Ed è bello vederli scrivere sui social frasi di Brecht o riferimenti ad opere che magari fino a pochi giorni prima non conoscevano”.

Hai portato in scena lo spettacolo “Shakespeare amore mio”. Cosa ti affascina di piu’ di questo eccezionale drammaturgo?
“Non saprei come figurarlo. Ho tanti libri a casa e ho visto qualche giorno fa il film di Kenneth Branagh “All is true”, in cui il regista ha dato una sua lettura ricostruendo gli ultimi giorni di vita di Shakespeare quando ha smesso di scrivere. E’ un personaggio misterioso, leggi le opere di un autore e di solito riesci a capirlo, ma le sue sono talmente variegate che non si comprende come possa essere chi le ha scritte. E’ affascinante il mistero che ne deriva, non c’è un corrispettivo letterario. Non ci sono fotografie o interviste di Shakespeare ma solo la sua opera ed è stato in grado di raccontare tutte le sfaccettature dell’essere umano, paesi che non ha mai visto, come l’Italia, tratteggia Verona, Venezia con una maestria come se le avesse visitate realmente, ha raccontato la commedia, la tragedia, il dramma. E quindi l’ho voluto celebrare quando c’è stato l’anniversario dei 450 anni dalla nascita e poi dei 400 anni dalla morte e ho messo insieme un percorso di racconto, che si conclude con il suo testamento spirituale, “La Tempesta” e il personaggio di Prospero. E’ stato un viaggio molto bello in un periodo in cui sentivo anche la necessità di avere un amico così profondo e consapevole. Nella sua drammaturgia ho trovato tante risposte. Shakespeare è un maestro per tutti e per un attore o un regista è stupendo calarsi nelle sue opere”.
Tra i prossimi progetti c’è “Beethoven sublime uragano – le ultime note”. Cosa puoi anticiparci a riguardo?
“C’era la volontà di celebrare i 250 anni della nascita di Beethoven con questa serata al Teatro Arciliuto di Roma a lui dedicata. Stefano De Meo, il mio maestro musicale, un musicista molto bravo, sta lavorando sulle musiche originali mentre io ho fatto una bella selezione di scritti perchè oltre ad essere stato il piu’ grande compositore, insieme a Mozart, ho scoperto che Beethoven ha scritto anche cose molto belle. Era una persona burbera ma bisogna considerare quanto la natura sia stata cattiva con lui con un epilogo molto triste, data la sua sordità che si è manifestata a 25 anni. Era generoso con il prossimo, aveva un bellissimo rapporto con la natura. Debutteremo a febbraio con questo recital che si chiama “Beethoven sublime uragano – le ultime note” perchè mi sono concentrato sugli ultimi anni della sua malattia dove sentiva la necessità di scrivere. Da quando era diventato sordo comunicava attraverso dei quaderni dove scriveva le domande e voleva che le persone a loro volta scrivessero le risposte. Quindi era interessante capire cosa facesse, cosa mangiasse, quante ore lavorasse, chi frequentasse, che relazioni avesse, quale fosse la sua predisposizione politica. Una figura molto bella che ha avuto una vita difficile. C’è molto di piu’ in questi personaggi di quello che viene solitamente raccontato. Ho scoperto cose nuove che non conoscevo e mi sembrava bello fare da portavoce a un compositore così grande”.

Nel corso della tua carriera hai preso parte a serie televisive di successo, da “La Squadra” a “Caterina e le sue figlie”, da “Incantesimo” a “Il peccato e la vergogna”, oltre alla soap “Un posto al sole”. C’è un personaggio a cui sei piu’ legato?
“Non ne ho uno in particolare. Ho potuto fare la tv quando ero libero dal teatro, negli anni ’90 ho dovuto rifiutare alcuni lavori perchè avevo contratti teatrali che duravano mesi. Ho interpretato sia personaggi che ho amato da subito sia personaggi che ho compreso meno e quindi ho messo piu’ interesse perchè piu’ difficili da interpretare. Ho cercato di dare un’importanza particolare ad ognuno di loro”.

Hai lavorato con maestri quali Strehler, Glauco Mari, Terzopoulos, Sequi e molti altri. Qual è l’insegnamento piu’ importante che ti hanno trasmesso?
“Mi hanno insegnato che il teatro deve creare empatia, deve arrivare a tutti, ma anche il rispetto per il pubblico mantenendo un certo distacco, nel senso che non bisogna abbassarsi al suo gusto ma portarlo a un livello culturale maggiore. Strehler e Glauco Mauri sono i punti di riferimento piu’ importanti, gli altri grandi registi con cui ho lavorato mi hanno stimolato dal punto di vista dell’approfondimento, dell’immaginazione o mandato in territori onirici. Spesso mi chiedo cosa possa essere importante per la gente. So che molti produttori dicono che il pubblico in questo momento abbia voglia di staccare la spina, io invece penso che abbia voglia di andare a teatro e provare delle emozioni, ma anche di sentirsi capito e quando si rende conto che il personaggio vive situazioni analoghe alle sue si immedesima. Poi è fondamentale il rigore, il lavoro fatto costantemente, l’attore è come un atleta, deve studiare, leggere, foraggiare il suo lato immaginativo con continuità e passione. E’ una vocazione che non è alla base, ma che scopri negli anni. Se vuoi solo farti notare vai a Via del Corso vestito in modo eccentrico o in discoteca e balli sul cubo. Il mestiere dell’attore richiede altre motivazioni”.
di Francesca Monti
credit foto Azzurra Primavera
