Intervista con Federica Fracassi: “Lo spettacolo dal vivo è insostituibile. La cultura è alla base del nostro Paese e dovrebbe essere sostenuta”

Federica Fracassi è una delle attrici italiane piu’ versatili e intense, con una carriera che spazia dal cinema alla tv al teatro, costellata di successi e riconoscimenti tra cui il Premio Eleonora Duse e il Premio Ubu.

Recentemente è stata tra le protagoniste della serie “Luna nera” su Netflix e ha preso parte agli spettacoli “La Monaca di Monza” e “Mio cuore io sto soffrendo. Cosa posso fare per te?”, prima che lo scoppio della pandemia fermasse l’Italia.

In questa piacevole chiacchierata telefonica abbiamo parlato con Federica Fracassi dell’attuale situazione del teatro e degli sviluppi che potrà avere in futuro, ma anche del suo desiderio di interpretare uno spettacolo di Ingmar Bergman o di Cechov.

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In “Luna nera”, serie andata in onda su Netflix, interpreta Janara. Cosa ci racconta a riguardo?

“E’ un personaggio che ho amato molto, all’interno della storia è sempre presente e molto misterioso. E’ la prima volta che prendo parte ad una serie con un impegno così lungo e ho avuto la possibilità di vivere il set in tutte le sue sfaccettature e di confrontarmi con un bel gruppo di colleghi, cosa che ora sembra appartenere a un altro mondo. Janara ha un nome che ricorda la strega beneventana e ha un’origine probabilmente popolare. Lei e le altre protagoniste sono donne molto semplici, alcune arrivano da classi sociali elevate, altre da classi meno agiate, ed è come se si ritrovassero perchè fuggono tutte dai maltrattamenti e hanno un sapere legato a medicine, erbe, studio, che all’epoca veniva visto come misterioso e pericoloso. Nel 1600 infatti, epoca in cui è ambientata la serie, le donne non venivano considerate come esseri con un intelletto che potesse avere un proprio sviluppo. Janara e le altre streghe Tebe, Leptis e Ade (interpretate da Manuela Mandracchia, Lucrezia Guidone, Antonia Fotaras) combattono e reagiscono agli attacchi e alla persecuzione verso le donne”.

A teatro invece interpreta un altro personaggio femminile particolare, Marianna De Leyv ne “La Monaca di Monza”…

“E’ un’altra donna molto controversa, Marianna De Leyv, una figura femminile di cui ha parlato inizialmente Manzoni, in questo caso io interpreto quella riscritta da Giovanni Testori. Una donna vissuta alla fine del ‘600 a Milano e vittima della segregazione nel convento, non per sua scelta, ma su decisione della famiglia per motivi economici. Marianna è infelice e trova la vita nella passione amorosa per Gian Paolo Osio (Davide Paganini) che è un signorotto guerrafondaio. Si intrecciano quindi amore e morte in questa figura, che è diventata poi mandante di parecchi omicidi per tenere nascosta la sua relazione amorosa ed è stata segregata in una cella microscopica dove è sopravvissuta per 14 anni. Una volta uscita è invece diventata una sorta di insegnante per donne perdute affinchè possano ritrovare la fede. Non è buona e pia, ma ha una grandissima forza, è giudicabile per gli errori commessi ma cerca la vita all’interno di queste vicende, per questo va incontro a sbagli ma non per un’indole malvagia”.

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credit foto Noemi Ardesi

Ha preso parte anche al film di Paolo Genovese “Supereroi”…

“Mi ero trovata sul set del film di Giorgio Diritti “Un giorno devi andare” con Jasmine Trinca che era la protagonista, non abbiamo girato nessuna scena insieme ma ci siamo conosciute e piaciute come persone. Paolo Genovese stava cercando un’attrice per un piccolo ruolo in “Supereroi” ed è stato bellissimo girare finalmente insieme a Jasmine e conoscere il regista. Mi è capitato spesso di fare ruoli molto piccoli ma in situazioni belle. Anche in questo caso conservo un bellissimo ricordo di quel giorno di riprese”.

Ha lavorato a teatro con tanti importanti registi. C’è un incontro artistico a cui è piu’ legata?

“Posso fare diversi nomi: Valerio Binasco che stimo tanto, fa un teatro diverso dal mio ma mi ha insegnato molte cose, Antonio Latella con cui ho fatto un solo spettacolo ma sa creare gruppi di lavoro eccezionali, Valter Malosti con cui ho lavorato ne “La monaca di Monza” e altri progetti, Andrea Chiodi con cui stavo portando in scena “Ecuba” prima dello scoppio della pandemia. Cito anche Sonia Bergamasco, Luca Micheletti, e Renzo Martinelli che è come un fratello per me, insieme al quale ho fondato Teatro i”.

Cosa rappresenta per lei il teatro?

“Il teatro è un po’ la mia vita. E’ un modo di stare dentro la vita anche per lo spettatore, credo sia qualcosa da salvare in questo momento in cui è in forse non solo economicamente ma anche progettualmente il futuro di noi attori. Il teatro permette di confrontarsi, di porsi domande, sia per chi lo fa che per chi ne fruisce. Spero che con le dovute cautele si possa trovare il modo di rifondare questi luoghi di incontro non appena possibile”.

Quale futuro pensa possa avere il teatro dopo la pandemia?

“Le risposte al momento non sono quelle che ci aspettiamo, anche dal Ministro per i beni e le attività culturali finora non sono stati presi provvedimenti, sembra che non ci sia un disegno nemmeno economico. Sicuramente la cultura è alla base del nostro Paese e dovrebbe essere trattata meglio e sostenuta maggiormente. Servirebbe anche una conoscenza maggiore dei meccanismi e di ciò che porta il teatro, perchè non parlandone i cittadini stessi che fanno un altro lavoro non sanno come funziona e che lo spettacolo dal vivo parla alla polis, per questo è importante che ci sia il finanziamento pubblico che non può arrivare dagli spettatori. Il teatro ha dei costi alti ma produce pensiero, cultura e lavoro per tantissime persone”.

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Molti artisti hanno firmato una lettera rivolta alla Rai per chiedere di mandare in onda in questo periodo spettacoli teatrali del passato ma anche recenti produzioni…

“Anch’io ho firmato perchè è un’iniziativa lodevole. Il mezzo televisivo, lo streaming o le iniziative sui social permettono di accedere a tutto il patrimonio artistico di cui ci si può nutrire. Piuttosto che trasmettere in tv cose inutili in queste giornate in cui siamo a casa sarebbe bene mandare in onda spettacoli del passato ma anche recenti perchè quando gli spettatori li vedono se ne innamorano. Ciò detto deve passare il concetto che lo spettacolo dal vivo è insostituibile, non c’è nessuno streaming che tenga. Anch’io ho fatto dei video in questi giorni, delle letture di poesie, ma non sono la stessa cosa del teatro dal vivo, che è un’esperienza che deve essere fruita come tale. Il teatro è sopravvissuto nei millenni perchè l’essere qui al presente con questo scambio anche fisico, di pensiero, emozioni, respiri è il fondamento di una società, basata sull’aggregazione. Il rito rappresenta la nascita del teatro, è qualcosa di non sostituibile. Poi è giustissimo studiare, potenziare, anche con iniezioni economiche i nuovi linguaggi per realizzarli nel migliore dei modi, perchè si vedono ancora spettacoli teatrali con riprese orrende. E’ diverso infatti se li riprendi come fatto documentativo o se fai una regia cinematografica. E’ importante avere un archivio con materiale culturale di livello”.

Come sta trascorrendo queste giornate?

“Non mi annoio perchè alterno la solitudine alla presenza del mio gatto e di un’amica con cui posso chiacchierare. Ho pensato a letture per le scuole, scambio opinioni con persone con cui lavoro, gettando semi di progetti che poi fioriscono. Ho partecipato a letture quotidiane per La Stampa con Michele Di Mauro, da lì abbiamo fatto alcune puntate insieme e poi un progetto su Wisława Szymborska con altre cinque attrici. Restando in casa la voglia di collaborare in gruppo aumenta. Cerco poi di fare la mia passeggiata quotidiana con la mascherina e le precauzioni richieste. Io vivo a Milano, penso che le misure vadano bene ma serva anche una prospettiva progettuale, lavorativa e sanitaria. Purtroppo la Lombardia al momento non ha brillato per quel che riguarda la possibile risoluzione del problema. Bisogna trovare un modo per convivere con questo virus perchè comunque non potremo stare fermi per sempre. Non sono per la iper produttività ma credo sia necessaria una progettazione adeguata”.

A proposito di teatro, recentemente ha preso parte allo spettacolo “Mio cuore io sto soffrendo. Cosa posso fare per te?” di Antonio Marras…

“E’ stata un’esperienza particolare, Antonio Marras oltre ad essere uno stilista realizza ceramiche, disegna, è appassionato di tante cose. In questi giorni stiamo facendo progetti come ad esempio prendere un tè in diretta e proporre delle letture. Nello spettacolo ho fatto un cammeo, con una piccola partecipazione come maestra cattiva. “Mio cuore io sto soffrendo. Cosa posso fare per te?” è autobiografico e racconta attraverso dei quadri come un bambino diventa grande e ha queste esperienze in cui il cuore soffre per la maestra cattiva quando è piccolo o per amore da adulto. Siamo cinque attori in scena, ma sono soprattutto i 20 danzatori che hanno un grande impatto sul palco. E’ bello far parte di questo gruppo. Avremmo dovuto mettere in scena lo spettacolo a New York, speriamo che in futuro possa esserci un’altra possibilità”.

Uno spettacolo o un ruolo che le piacerebbe fare in futuro…

“Ci sono due autori che non ho mai affrontato e che amo molto. Il primo è Ingmar Bergman, ci sono diversi spettacoli come ad esempio “Scene da un matrimonio” che mi piacerebbe interpretare trovando il regista giusto, il secondo è Cechov perchè ha una sua leggerezza, una sua malinconia, un suo modo speciale di vedere la vita”.

di Francesca Monti

 

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