Renato Zero racconta “Zerosettanta – Volume Due”: “L’insieme delle arti che compongono il patrimono culturale può fare la differenza e modificare le coscienze, rendendole ancora più forti e determinate”

Il 30 ottobre esce “Zerosettanta – Volume Due”, il secondo capitolo della trilogia che Renato Zero ha inaugurato a partire dal giorno del suo settantesimo compleanno, esattamente un mese fa. In un periodo storico dai tratti così atipici il grande artista sceglie di portare avanti un coraggioso percorso in tre album per raccontare tutta la verità sulle sue trasformazioni e sul senso del suo continuo cercarsi.

In questo secondo volume, Zero ci parla di se stesso attraverso quattordici canzoni e svariati generi musicali, dal tango al samba, con la produzione e gli arrangiamenti di Phil Palmer e Alan Clark e il prezioso apporto del Maestro Adriano Pennino, utilizzando come fil rouge l’ironia ma anche la grande sensibilità che lo caratterizzano per affrontare non solo tematiche sociali ma anche sentimenti quali l’amore, riprendendo il proponimento iniziato col primo capitolo: dire, anziché tacere. Dare, invece di accumulare.

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Renato, nei brani “Prima che sia tardi” e “Vergognatevi voi” si scaglia contro una società basata sul consumismo e in cui si perdono spesso i veri valori. Che idea si è fatto dell’attuale momento storico e sociale che stiamo vivendo?

“Credo che l’errore commesso dai politici sia stato quello di fare di tutta l’erba un fascio, di non mettere la lente sulle condizioni del popolo italiano, che non si possono omologare perchè ogni categoria e ogni regione hanno posizioni molto distanti e questa distanza è stata creata dagli stessi politici nell’amministrare le ripartizioni degli aiuti e delle competenze. Il Sud ad esempio è stato lasciato al buio. Nello studio, nella formazione della cultura, i meridionali negli atenei hanno fatto strike perchè hanno brillato per la loro forza e i loro risultati. La manodopera meridionale ha fatto grandi alcune aziende del Nord nel passato. Poi bisogna considerare anche il problema delle migrazioni di cui si fanno carico le regioni. La salute del popolo e della nazione è quella che ci potrebbe preservare meglio da questa catastrofe che stiamo vivendo”.

Quale pensa siano state le cause che hanno portato a tutto ciò?

“Mi soffermo su precedenti molto gravi nel nostro paese. Il primo è la defezione delle botteghe italiane, questi esercizi che davano da mangiare a cinque famiglie. C’era una grande serenità attraverso questi punti fondamentali dell’economia e dell’occupazione del paese perchè si tramandava l’attività per generazioni. Questa sparizione ha dato adito a celebrare invece questa grande distribuzione, queste aziende multinazionali che guadagnano qui e spendono a casa loro. In secundis che fine hanno fatto gli artigiani? Una categoria che brillava anche all’estero per i manufatti, le creazioni, le sculture. Vedere le macchine ferme a discapito di un Paese che esportava con una capacità produttiva magnifica fa davvero male. Abbiamo liquidato una buona fetta di quell’Italia che ci rappresentava all’estero nella moda e nel costume. Siamo un po’ colpevoli anche noi di aver mollato la presa. L’unica categoria che è stata completamente silenziata è stata quella degli artisti. Si riponeva una grande speranza perchè la nostra vita bohemièn è la testimonianza che siamo gente che ha sempre sostenuto che la nostra professione sia di conforto e di appoggio alla salute morale e intellettuale del paese. Non facciamo canzonette, abbiamo esportato il nostro talento e il nostro genio con la musica classica, leggera e con l’opera, ma anche la canzone napoletana gode nel mondo ancora di grande affetto e importanza. Dobbiamo reimpossessarci del nostro Paese, della nostra vitalità, della nostra speranza. La politica deve aprire gli occhi e cercare di mettere a segno una rimpatriata dei valori e della consistenza del nostro essere italiani”.

C’è una traccia chiamata “Troppi cantanti pochi contanti”. Come vede l’attuale panorama musicale italiano?

“Innanzitutto bisognerebbe che le radio italiane riproponessero le grandi pagine di musica piuttosto che lo scarto di tanti paesi come l’Inghilterra e l’America. Ci sono alcuni amici inglesi che mi dicono che certi brani nel loro Paese non verrebbero passati dalle radio. Dobbiamo sostenere una tradizione musicale di grande spessore e bellezza. Se non andiamo a riproporre dei modelli rischiamo di perdere la nostra identità. Questo brano è una sorta di carezza ma c’è anche un’esortazione a fermarsi a riflettere sulla scelta di fare il musicista o il compositore. Oggi c’è una sovrappopolazione di artisti e quindi bisogna sentirsi più responsabili. C’è una massiccia discesa in campo da parte di molti ragazzi e ragazze, da una parte è un segnale di vivacità e vitalità dall’altra fa scaturire il pensiero che ci sia molto bisogno di comprensione e la musica sia solo il pretesto per farsi vedere, per dire che esistono. Il discografico vuole far correre tutti i 20 cavalli che ha a disposizione perchè quello che gli interessa è il fatturato e non se il giovane di turno resterà deluso e si porterà dietro il fardello di non essere stato in qualche modo avvisato sulle controindicazioni del fallimento. Fallire a venti anni potrebbe essere molto pericoloso. Il mio discorso è quello di un padre e di un amico di 70 anni che ha succhiato tanta vita, esperienze e anche incomprensioni e ingiustizie. Consiglio quindi ai ragazzi di proteggersi con lo studio, con il sacrificio e il senso di autocritica, di valutare davanti allo specchio se siano adatti a fare musica o a seguire un’altra strada che possa dare loro soddisfazioni e appagamento”.

A proposito di nuove generazioni, molti brani del disco portano la firma di un giovane e bravo autore quale Lorenzo Vizzini. Come si è sviluppata questa collaborazione?

“Sono quelle coincidenze della vita che ci permettono anche di abbattere questo tabù secondo cui ogni generazione abbia la sua platea, le sue abitudini o potenzialità. Ci siamo abbracciati con Lorenzo, lui ha 27 anni e io 70. C’è un 7 che ci accomuna e anche la voglia di fare tanta buona musica. Sono rimasto scioccato quando l’ho ascoltato la prima volta perchè aveva una poesia così alta e questi pensieri così adulti. E’ una cosa mi fa ben sperare per il futuro delle nuove generazioni. Per questo motivo la presenza di Lorenzo nei tre album è così evidente”.

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credit foto Roberto Rocco

“Zerosettanta – Volume due” affronta tematiche sociali importanti ma parla anche d’amore, come nel brano di chiusura “Se sono qui”. Che significato ha per lei questa parola?

“L’amore è il sentimento che muove il mondo e bisogna avere il coraggio di difenderlo e di lottare per la persona che si ama. Questa canzone è un invito a scegliersi e a trascorrere la vita insieme, lontano dalla follia degli uomini. Spesso l’amore va difeso anche da attacchi che non provengono solo da giovani in preda ad una crisi di insicurezza e di gelosia. E’ la società che ci vuole privare di questo sentimento. Gli stessi social appiattiscono le vite, tragicamente uniformi, mentre ognuno di noi ha un suo diverso modo di amare e pensa in maniera differente. Questa massificazione è forse il nemico che combatto dall’inizio della mia carriera. Il bullismo, il femminicidio, l’aggressività nei confronti dei “diversi” sono problematiche gravi e attuali, sui quali c’è tanto da riflettere anche nella maniera di affrontarli. Io partirei dalla scuola, dall’educazione civica, cercando di imprimere alle nuove generazioni la consapevolezza che da loro dipende il futuro del pianeta”.

Pensa che oggi la musica e l’arte in generale possano fungere da mezzo per poter svegliare le coscienze e cambiare il mondo in positivo?

“Il teatro, il cinema, la letteratura, l’arte figurativa, pittorica, scultorica, tutto quello che fa parte del patrimonio culturale da solo forse non riesce a portare avanti una rivoluzione ma l’insieme di queste attività, di questi respiri, di questa ossigenazione può fare la differenza e addirittura modificare le coscienze e renderle ancora più forti e determinate. Io sono stato ballerino, attore, ho recitato con lo Stabile di Genova dove c’erano Squarzina e De Bosio, ho fatto cinema, sono passato attraverso una serie di avventure che mi hanno fortificato e dato una serie di anticorpi efficaci e soprattutto mi hanno creato quella convinzione che se queste realtà si sposano, se  viene data la possibilità di sposarsi possano davvero contribuire a cambiare in meglio le cose. Questi governi ogni tanto si lasciano sfuggire la frase che la cultura non dà da mangiare e non è determinante per lo sviluppo del Paese, vorrei non sentirla più dire perchè è un’affermazione gravissima. Se siamo qui lo dobbiamo pure a Giuseppe Verdi, ad Anna Magnani, a Marcello Mastroianni, a Eduardo de Filippo, a Pirandello. Come abbiamo il piatto di pastasciutta sul tavolo allo stesso modo abbiamo un’opera di Pasolini. Il nutrimento non è solo fisico ma anche dell’anima, della testa, del cuore, sono modi diversi di assimilare ricchezza organica. Dobbiamo preservare tutte queste arti senza tralasciarne nessuna”.

Cosa ci racconta infine riguardo l’emozionante canzone dedicata alle sue nipoti “La mia carezza – per Virginia e Ada”?

“Ho sempre cercato di preservare i miei affetti, la mia personale vita dove mi imbatto in ruoli che non sono quelli dell’artista ma in questo caso del nonno. Avere svelato il mio attaccamento verso le mie due nipoti vuole essere anche un esercizio formidabile per dimostrare che anche un artista trasgressivo come sono stato io ha la forza, la volontà e una grande passione nei confronti di queste due creature. Volevo dare valenza anche alla parte privata e affettiva di Renato Zero. E’ un fatto che non ho potuto evitare, era un passaggio obbligatorio avendo in questi tre album raccontato tutte le mie facce e tutti i miei aspetti pubblici e privati. Quindi ci sta questa carezza per Ada e Virginia e sono contento che tu me le abbia menzionate perchè sono un orgoglio per me”.

di Francesca Monti

credit foto copertina Roberto Rocco

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