Elena Sofia Ricci protagonista del tv movie “Rita Levi Montalcini”: “Con la Professoressa ho in comune il senso dell’etica e della morale e l’amore verso i giovani”

Una straordinaria Elena Sofia Ricci è la protagonista del tv movie “Rita Levi Montalcini” in onda giovedì 26 novembre in prima serata su Rai 1. Un omaggio alla grande scienziata premio Nobel per la medicina, con la regia di Alberto Negrin. Nel cast del film, coprodotto da Rai Fiction e Cosmo Productions EU, troviamo anche Luca Angeletti, Ernesto D’Argenio, Carolina Sala, Francesco Procopio, Katia Greco, Elisa Carletti, Dora Romano, Morena Gentile, Andrea Lolli, Matteo Olivetti, Maurizio Donadoni e Franco Castellano.

Nel 1986 Rita Levi-Montalcini riceve il premio Nobel, il più alto tra i tanti riconoscimenti venuti a coronare una lunghissima carriera di scienziata. E tuttavia la sua soddisfazione non è completa. Qualcosa manca, qualcosa di decisivo. La scoperta per la quale ha conseguito il Nobel, avvenuta intorno alla metà degli anni ’50, aveva acceso in lei e nella comunità scientifica nuove speranze di cura. Rita era riuscita a individuare e isolare il Nerve Growth Factor (NGF), il Santo Graal delle neuroscienze, l’elemento fino ad allora sconosciuto che permette alle fibre nervose di rigenerarsi. Alla speranza però avevano fatto seguito anni di delusioni. Per quanti sforzi fossero stati compiuti nei più importanti laboratori del mondo, l’NGF non aveva avuto applicazioni cliniche. Per Rita era stato uno smacco enorme.
La partita tra Rita e il Nerve Growth Factor si riapre quando la scienziata si imbatte in Elena, una giovane violinista che rischia di diventare cieca a causa di una rara patologia della cornea di origine neurologica. Il suo collaboratore storico, Franco, in segreto sta già conducendo degli esperimenti sulle possibili applicazioni della sua scoperta alle malattie della vista, ma la prima reazione di Rita è negativa. Di cure a base di NGF non vuole più sentir parlare: sono state troppe le delusioni in passato e sarebbe da irresponsabili suscitare speranze di guarigione quando non ne esistono. I timori di fallire di nuovo cedono quando Rita va a trovare Elena, che sa di diventare
cieca e fatica ad accettare il suo destino.
Il dramma di Elena pone Rita di fronte a una scelta drammatica: rifugiarsi nella fama o rimettersi in gioco, accettando il rischio di un fallimento?
Rita sceglie di raccogliere la sfida e fare tutto il possibile perché la piccola Elena possa tornare a vedere. Torna in laboratorio, insieme a Franco e a un giovane oculista, Lamberti. Per giorni e notti, insieme ai suoi collaboratori, non stacca gli occhi dal microscopio e intanto ripercorre freneticamente tutti i dossier relativi alle ricerche compiute in passato, nella speranza di trovare un elemento trascurato o un errore. L’obiettivo sembra, infine, raggiunto: il Nerve Growth Factor viene sintetizzato sotto forma di collirio. È Rita stessa a portarlo a Elena e ad assisterla nei giorni in cui, con gli occhi bendati, attende di sapere se potrà tornare a vedere. Ecco, il momento di togliere le bende è arrivato. Tutta la vita di Rita è in gioco.

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Elena Sofia, ci racconta come si è preparata per interpretare il premio Nobel Rita Levi Montalcini?

“E’ stato fatto un lavoro minuzioso. Io vengo dal teatro quindi la costruzione dei personaggi non è mai casuale, ma viene data grande importanza alla postura, al modo di muoversi. Ho avuto il prezioso supporto di Emanuela Aureli che è stata grandiosa, è una delle più brave imitatrici e mi ha fatto da coach. Insieme abbiamo cercato di fare un’imitazione della signora Montalcini all’epoca del Nobel. Aveva un modo di parlare più rapido, poi faceva delle pause rallentate, quindi abbiamo trovato un timbro vocale che fosse una via di mezzo tra la Montalcini centenaria, che tutti conosciamo e la professoressa a 77-78 anni. Anche per quanto riguarda la camminata la nipote Piera Levi Montalcini, che ci ha seguito molto, mi bacchettava sempre perchè diceva che la zia camminava dritta ma nel nostro immaginario collettivo la ricordiamo più adulta e con un modo diverso di incedere. Il nostro obiettivo era riuscire ad emozionare senza tradire la verità. Anche il regista Alberto Negrin mi ha aiutato dicendo di provare ad essere meno Montalcini e un po’ più vera”.

Cosa l’ha affascinata maggiormente nell’interpretare questo grande personaggio?

“E’ stato bello poter raccontare questa donna che è un monumento, con i suoi lati umani, le fragilità, questo senso di inadeguatezza che la rendono meravigliosamente vicina a noi. La professoressa non aveva l’onere di marito e figli perchè aveva scelto di dedicarsi completamente al lavoro, io sognavo di avere una famiglia, delle figlie, però è difficile far conciliare tutto, a volte sei manchevole, il senso di non sentirsi all’altezza è costante e quotidiano. Attraverso questo film che è dedicato ai giovani vorrei che arrivasse il messaggio che nulla è impossibile. Rita Levi Montalcini ha vinto il Nobel, è stata un’icona, ma tutto questo è stato possibile anche per una piccola donna come lei perché sono la volontà e la passione, l’amore verso il prossimo che muovono tutto. La professoressa diceva che la vita non ha senso se non la dedichiamo agli altri e questo fatto di essere responsabili non solo di noi stessi ma della nostra specie è importante, in particolar modo in questa epoca dove c’è un egocentrismo e un individualismo sfrenato. A volte prende lo scoraggiamento quando vediamo che stiamo consegnando ai giovani un mondo che fa acqua da ogni parte. Mi auguro che possa risvegliarsi la coscienza dei ragazzi, non solo di coloro che vorrebbero diventare ricercatori nel campo medico ma di tutti quelli che hanno una passione per la quale valga la pena lottare con tenacia, senza mai mollare”.

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Nel film la Professoressa dice: “Avere poco tempo rende tutto più prezioso, è facile essere felici da vecchi più che da giovani”. Lei che rapporto ha con il tempo?

“Ho più anni alle mie spalle rispetto a quelli che ho davanti a me, il tempo è prezioso ed è per questo che va vissuto intensamente, con responsabilità e la consapevolezza che fa sì che sia utile a noi stessi e agli altri”.

Tra le scene ce n’è una che emotivamente è stata più complessa da girare?

“Il film è stato girato in quattro settimane e mezzo, c’è una scena in particolare che è stata emotivamente toccante e mi ha colpito molto. Si tratta dell’ultima inquadratura in cui la Professoressa vede la ragazza che suona il violino e si commuove. Non volevo separarmi da quella donna straordinaria e a ripensarci mi emoziono nuovamente perchè era come se non volessi lasciarla andare”.

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credit foto Lucrezia Torchio

Dopo la vittoria del Nobel la Professoressa Montalcini vive un dilemma: rifugiarsi nella fama o continuare a mettersi in gioco, a lei è mai capitato?

“Non ho mai avuto questa necessità, anzi l’ho fuggita come la peste per tutta la mia carriera. Mi sento poco a mio agio nella zona comfort, devo essere sempre in difficoltà, trovare qualcosa che mi spinga a ricercare. Come artista, attrice, interprete sono una ricercatrice, mi piace lavorare sull’animo umano, sull’indagine di altre donne e personalità. Alla fine anche la Professoressa in realtà non si è mai fermata, si raccontava questo dilemma ma poi passava la notte a studiare quindi neanche per un istante ha pensato veramente di sedersi nella comfort zone”.

Ha trovato dei punti di contatto tra lei e la Professoressa Montalcini?

“Sì, innanzitutto il senso dell’etica e della morale. Ho avuto una mamma piuttosto rigida, con un senso del dovere molto forte, infatti faccio i conti con un Super Io ingombrante ma le sono grata per avermi trasmesso questi valori, come la voglia di fare bene il proprio lavoro, con onestà, con impegno. E poi l’amore per i ragazzi, per i giovani a cui è dedicato questo film e a cui lo dedico. Hanno davanti un duro lavoro da fare perchè devono cambiare questo mondo dal punto di vista dell’etica e della morale, di quelle parti emotive che abbiamo tralasciato, perchè con la tecnologia e l’ipertrofia dell’ego che ha contrassegnato questi ultimi 20-30 anni non siamo andati benissimo. Quindi penso sia l’ora di fare una rivoluzione vera, culturale, e le armi devono essere i libri, la cultura, la penna. Chi fa il giornalista come voi è parte della classe dirigente, avete delle responsabilità, le vostre penne sono fucili, sono armi e dovete sempre ricordarlo, nel bene e nel male, quindi sta a voi mettere l’accento su quelli che sono i temi importanti di questo momento”.

Durante il lockdown si è spesso detto che la pandemia ci avrebbe reso migliori, cosa ne pensa a riguardo?

“Mi viene da citare il professore e onorevole Aldo Moro che disse: “l’Italia non si rialzerà mai veramente in piedi fino a quando noi non impareremo a rispettare le regole”. Noi italiani, che dopo il primo lockdown eravamo stati veramente bravi, in un attimo ci siamo dimenticati di tutto, c’è una sorta di resistenza della quale non riusciamo a fare a meno nel rispettare le regole, che poi significa anche rispettare il prossimo. Non puoi andare in giro, come spesso accade, senza la mascherina o abbracciando le persone a destra e a manca… significa mancare di rispetto a chi ti sta vicino”.

di Francesca Monti

credit foto Lucrezia Torchio

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