Intervista con Valentina Carnelutti, tra i protagonisti della serie “Made in Italy”: “Per interpretare Ludovica sono andata a ripescare le radici milanesi della mia famiglia e ho tolto i freni inibitori. questo mestiere ci permette di abitare tempo e spazio come nessun altro”

“Mia nonna per tanti anni ha lavorato per il giornale ABITARE, quand’ero bambina. Arrivando sul set avevo sempre l’impressione di tornare da lei, c’era quel telefono buffo, quei calendari a scatto… Oggetti di design che non avevo più rivisto fino ad allora. Un misto di nostalgia e gratitudine nei confronti di questo mestiere che ci permette di abitare tempo e spazio come nessun altro“. Elegante, poliedrica e spumeggiante: Valentina Carnelutti è tra le protagoniste della serie “Made in Italy” in onda il mercoledì sera su Canale 5 nel ruolo di Ludovica Morelli, caporedattrice e giornalista di Appeal, molto gelosa della sua posizione, faticosamente raggiunta appoggiandosi al vicedirettore Nava.

Attrice, regista e doppiatrice, ha esordito al cinema con “Marta Singapore” di Barbara Melega nel 1994 e ha poi preso parte a tanti film di successo, da “Tutta la vita davanti” a “La pazza gioia” e “L’ordine delle cose”, e a serie amate dal pubblico come “La squadra”, “R.I.S. 5 – Delitti Imperfetti”, “L’amore strappato” e “Squadra Antimafia” nei panni di Veronica Colombo.

In questa intervista che ci ha gentilmente concesso Valentina Carnelutti ci ha parlato di “Made in Italy”, di come si è preparata per interpretare il suo personaggio, ma anche del suo rapporto con la moda, dell’associazione U.N.I.T.A., dei ricordi legati a “Squadra Antimafia” e dei prossimi progetti.

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credit foto ufficio stampa Mediaset

Valentina, in “Made in Italy” riveste il ruolo di Ludovica Morelli, caporedattrice e giornalista di Appeal. Come si è preparata per interpretare questo personaggio?

“Lasciando via libera al divertimento! Sono andata a ripescare le radici milanesi della mia famiglia e ho tolto i freni inibitori, complici i registi che mi hanno dato carta bianca dal punto di vista dell’accento, del dialetto e dell’interpretazione. La location e i costumi hanno fatto una buona parte del lavoro poi”.

Ha riscontrato qualche tratto in comune con lei?

“Oh, certamente sono pignola, precisa nel lavoro e scattante fino a diventare ossessiva, dunque sì. Ma non sono competitiva, e per trovare quel sentimento mi sono affidata a quanto era presente nella sceneggiatura”.

Com’è stato vivere le atmosfere degli anni Settanta e indossare gli abiti di quell’epoca?

“Mia nonna per tanti anni ha lavorato per il giornale ABITARE, quand’ero bambina. Arrivando sul set avevo sempre l’impressione di tornare da lei, c’era quel telefono buffo, quei calendari a scatto… Oggetti di design che non avevo più rivisto fino ad allora. Un misto di nostalgia e gratitudine nei confronti di questo mestiere che ci permette di abitare tempo e spazio come nessun altro”.

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Cast Made in Italy – credit foto ufficio stampa Mediaset

In “Made in Italy” viene raccontata la storia dei più grandi stilisti italiani. Qual è il suo rapporto con la moda?

“Credo che Made in Italy sia stato il momento in cui mi sono più avvicinata alla moda nella mia vita. Tendo a usare sempre gli stessi abiti fin dall’adolescenza. Non ho cambiato taglia e credo che anche i miei gusti siano rimasti gli stessi. Ma sono certa che un abito ben tagliato, con un buon tessuto faccia una differenza, dura e quindi è ecologico, e se ti sta bene e ti fa sentire a tuo agio va bene per tutte le occasioni! A me piace stare comoda, quando trovo qualcosa in cui mi sento a mio agio, mi muovo meglio e sono più libera. Quando un capo prodotto dalla moda raggiunge quell’equilibrio di eleganza, qualità e mi dona, allora posso farlo durare una vita”.

Facciamo un piccolo passo indietro fino al 1994 quando ha fatto il suo esordio al cinema con il film “Marta Singapore”. Che ricordo ha?

“Caspita! Un balzo indietro! Un ricordo splendido. Tutto per la prima volta: i costumi, la macchina da presa, il truccatore… I cestini. La memoria, le prove. Tutto nuovo! I trucchi del cinema come il salto dal tetto per uccidermi e i materassi accatastati sotto… Una corsa in bicicletta a casa per recuperare un abito che forse poteva piacere a Barbara la regista e il ritorno sudata… con tutti che mi aspettavano e in quel momento sentire che stava iniziando un pezzo della mia vita, della vita che volevo! E una bugia: dire che sì sapevo andare a cavallo, quando allora non ci ero mai stata in vita mia, e passare la mattinata con un allevatore prima di girare a farmi spiegare rapidamente come domare un purosangue e poi riuscire a cavalcare con i tacchi e un mini vestito sotto al sole! Ricordi di gioia. E gratitudine per Barbara Melega che mi ha scelta, regalandomi poi la possibilità di un altro incontro felice, quello con Marco Tullio Giordana di cui era l’aiuto…”.

E’ un’artista poliedrica ed è anche una doppiatrice. Quale è stata l’attrice che le ha dato più soddisfazione doppiare?

“Doppio raramente. Solo attrici che mi piacciono in film che mi piacciono. È un lusso più che un mestiere. Forse Charlotte Gainsbourg in “Antichrist” è stato il film più difficile, ma tanta emozione l’ho avuta con “La mia vita senza me” dando la voce alla mia amata Sarah Polley… e altrettanta con “Alabama Monroe” doppiando Veerle Baetens in quel tragico, straordinario film”.

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Valentina Carnelutti ne “Il regalo di Alice”

Ha preso parte a molti film e serie di successo ma vorrei soffermarmi in particolare su “La pazza gioia” e “Il regalo di Alice” che le è valso il Nastro d’argento come miglior attrice protagonista. Cosa hanno aggiunto questi lavori alla sua carriera?

“Ciascun lavoro si lega a un periodo particolare, e si interseca a quel momento della vita. “La pazza gioia” è stata una gioia vera, tornare a lavorare con Paolo Virzì che mi ha invitata a fare qualcosa di totalmente diverso dal film precedente mi ha fatto sentire che questo mestiere è ancora un mestiere di trasformazione. Il confronto con una realtà umana difficile, complessa attraversato nei panni della dottoressa Fiamma Zappa mi ha permesso di osservare da un altro punto di vista il mio personale affetto per certe realtà difficili, e di mettere al servizio di quel personaggio un’esperienza personale consolidata in quell’ambiente. Anche quello un lusso. Quanto al Nastro d’Argento… non credo di aver ancora capito come funzionino i premi, a volte ti sembra di aver fatto i salti mortali e che nessuno se ne accorga, altre ti piove addosso un regalo così, senza che sia tu a rendertene conto. Sono contenta però che un piccolo film come quello sia riuscito e riesca tuttora a viaggiare grazie all’entusiasmo instancabile di chi lo ha realizzato!”.

Uno tra i ruoli da lei interpretati più amati dal pubblico è sicuramente Veronica Colombo in “Squadra Antimafia”. Cosa le ha lasciato quel personaggio?

“Un enorme divertimento! Oltre a una grande iniezione di fiducia. Non ero mai stata in Sicilia prima di allora, in poche settimane mi sono messa a studiare l’accento e ci siamo inventati un personaggio a cui ho potuto offrire caratteristiche che io stessa ignoravo fino ad allora. Grande libertà. Lavorare su un personaggio per tre anni di seguito ti permette di regalargli infinite sfumature, di rischiare eccessi che in un film di cinque settimane non puoi permetterti, di sperimentare. Sono cresciuta facendo quella serie! E poi… ho provato sulla mia pelle quanto sia diverso lo sguardo che gli altri hanno su di te quando te ne vai in giro con la scollatura profonda, mezzo metro di capelli mossi e i tacchi a spillo, anziché i miei soliti jeans da maschiaccio e gli stivali. Mi ha fatto conoscere qualcosa del potere, che non avevo mai davvero sperimentato e mi ha regalato un contatto diretto con il pubblico della televisione, che ha fatto un tifo smisurato per una cattiva piena di contraddizioni. Ogni tanto mi manca Veronica Colombo”.

Suo padre era originario di Venezia e lei ha preso parte diverse volte alla Mostra del Cinema. Che legame ha con questa città e con il Veneto?

“Venezia per me è una magia. Uno dei ricordi più vecchi che ho mi riporta ai miei sei anni. Mio padre è venuto a prendermi a scuola in macchina, che era proprio una cosa strana, mi ha detto di dormire più che potevo e quando mi sono svegliata eravamo a Venezia, era Carnevale. Aveva portato per se stesso e per me due frac, il mio piccolino su misura. Ce ne siamo andati in giro per feste e piazze mascherati due giorni consecutivi… Una festa. Tornarci con i film negli anni è stato un onore, e mi è parso così di restituire qualcosa di quanto ho ricevuto nell’infanzia. L’educazione alla bellezza, all’arte, alla cultura. L’amore smisurato per il cinema, per la narrazione attraverso le immagini e la voce. Sentire l’accento Veneziano mi commuove, mi riporta la voce di mio padre che stentavo a riconoscere quando camminando per le calli incontrava un vecchio amico e si divertiva a parlare in dialetto”.

E’ tra i soci fondatori dell’associazione U.N.I.T.A. Quali pensa possano essere gli scenari futuri del teatro e del cinema dopo la pandemia?

“Oh! Per questo non bastano poche righe. Ma in breve mi sento di dire che dobbiamo stare attenti. A non perdere la bussola, a non perdere la fantasia. A non perdere la capacità e l’entusiasmo di stare insieme, anche fisicamente insieme nei luoghi dove il cinema e il teatro si fanno e si fruiscono. Di mantenere lo spazio perché questo stare insieme sia possibile in futuro. Credo ci sia un grande fraintendimento: la cultura è considerata un bene secondario. È un errore grave e pericoloso. Un mondo di ignoranti rischia di diventare un mondo di sottomessi, al denaro, al controllo di un potere che non abbiamo scelto, a un livellamento basso per cui poco a poco si spengono l’attenzione, la curiosità, la passione. Il cinema non è lo schermo di un computer, il teatro non è Sanremo in TV. Eccetera, eccetera, eccetera. U.N.I.T.A. si occupa, grazie a un direttivo straordinario e instancabile, anche di far sì che questi spazi interiori, questa consapevolezza, restino aperti, che non vengano fagocitati da abusi e ignoranza. E che gli attori e le attrici non vengano soverchiati dalla sensazione feroce di annegare in un momento così complesso come questo, in cui la legge del più forte sembra prevalere sul buon senso, in cui la paura impedisce di guardare lontano”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnata?

“Ci sono due lungometraggi a cui tengo molto, un’opera prima che dovrebbe girarsi a breve e un film di un regista con cui ho già lavorato, che si sta costruendo minuziosamente. Scaramanticamente non faccio nomi. Ma ne parleremo presto. E poi c’è il mio, Margherita, per cui ho appena cominciato a cercare i finanziamenti!”.

Cosa si augura per questo 2021 appena iniziato?

“Che la paura non abbia il sopravvento sulla capacità di discernimento. Che ci sia la volontà da parte di chi è più fortunato di condividere con chi non lo è. Che le frontiere non solo regionali o nazionali ma anche quelle immaginarie si aprano, permettendoci di viaggiare e di condividere”.

di Francesca Monti

credit foto copertina Azzurra Primavera

grazie a Enrico Storelli – Leonardo Diberti

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