SANREMO 2021 – Gio Evan è in gara al Festival con “Arnica”: “E’ la prima canzone che ho scritto con il piano”

Gio Evan è in gara per la prima volta al Festival di Sanremo 2021 con “Arnica”, da lui scritto e prodotto da Katoo, il cui titolo è una metafora che racchiude il senso della canzone: come l’arnica può curare i traumi fisici, così con questo brano Gio ha potuto alleviare i traumi dell’anima.

Il pezzo sanremese fa parte del disco “Mareducato”, in uscita il 12 marzo su etichetta Polydor/Universal Music, che si può definire un vero e proprio concept album con al centro il mare, realizzato in due parti. Nella prima ci sono dieci canzoni che rappresentano le tappe di un viaggio immaginario dalla riva al profondo del mare, dove ogni fase è uno stato d’animo, conoscenza di se stessi e dei propri limiti. Nella seconda Gio dà spazio all’arte poetica recitando dieci poesie inedite accompagnate dalla musica.  Il 16 marzo sarà invece pubblicato il suo nuovo libro di poesie “Ci siamo fatti mare”, edito da Rizzoli.

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Gio, ci racconti com’è nato il brano “Arnica” con cui sarai in gara al Festival di Sanremo?

“E’ la prima canzone che ho scritto con il piano, mentre solitamente compongo con la chitarra.  Sentivo già Arnica nell’aria ma poi ho avuto un’incidente durante un’arrampicata. Ci sono queste rocce che si chiamano monopresa, ero a 10 metri e non ho trovato l’aggancio con il piede ma sono rimasto appeso con il dito medio. I miei amici mi hanno calato giù, mi hanno steccato il dito e prima di andare in ospedale abbiamo terminato l’arrampicata e ho scritto le prime quattro strofe della canzone. Nei giorni a venire essendo in fase depressiva perché non potevo suonare la chitarra c’è stata l’esplosione creativa, ho comprato la tastiera, mi sono fatto dare lezioni da un amico e nel giro di un paio di mesi ho creato “Arnica””.

Quali sono le tue sensazioni in vista della tua partecipazione a Sanremo?

“Non avevo mai sognato Sanremo, è una novità esserci finito dentro, però era il sogno del mio manager che è anche il mio migliore amico e sono contento di partecipare. Non mi sono mai reputato “capace” di calcare quel palco ma la vita a volte ti fa questi regali. Mi tremano le gambe, pensavo di essere più preparato ma di fronte al Festival anche la cultura della meditazione si inchina”.

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Nel disco “Mareducato” ci sono tre tracce dedicate a grandi personaggi del Novecento: Glenn Miller, Mark Rothko e Buster Keaton. Cosa ti lega a questi grandi maestri?

“Mi piace Glenn Miller per la capacità di improvvisazione e la sua intelligenza spaziale ma anche il fatto che sia morto durante un volo. Ho usato Glenn Miller come archetipo dell’improvvisare la vita, io amo il jazz, non lo suono ma lo pratico nella quotidianità nel senso che prendo decisioni come un jazzista sceglie le note.

L’ammirazione per Rothko nasce dal mio amore per la pittura, in particolare ha fatto un lavoro profondo con il rosso e mi piaceva la metafora con le mie guance perché sono fondamentalmente timido… poi divento un pagliaccio ma prima di donarmi devo superare una timidezza devastante. Ho letto varie cose su di lui e mi hanno colpito in particolare questi mattoni giganti rossi che vedeva attraverso il finestrino mentre se ne andava via. Una bellissima cartolina.

Buster Keaton è un maestro di vita, tutto il mondo gli cade addosso, ma lui ci balla sopra e scansa sempre la dipartita, senza prendersela con nessuno”.

Cosa rappresenta per te il mare che fa da fil rouge alle tracce del disco?

“Dovevo questo riconoscimento al mare. E’ stata un’amicizia arrivata tardi, mi sono ritrovato per sfida mia a trasferirmi al mare e mi ha fatto ricredere molto perché fino a qualche tempo fa non potevo nemmeno paragonarlo alla ricchezza che mi dava la montagna”.

Come hai vissuto il periodo del lockdown?

“La pandemia ha avuto un impatto forte su di me, avevo un biglietto pronto per l’Ecuador con partenza lo scorso 22 marzo e strapparlo è stato triste. Da lì c’è stata un’accettazione di quello che stava accadendo e ho trovato delle piccole occasioni di meraviglia nel vicinato durante il lockdown. C’erano quattro casolari e il pomeriggio mi affacciavo sull’orto dei vicini e ho scoperto che ci sono un Ecuador e delle perle di meraviglia anche lì”.

Come mai hai scelto “Gli anni” di Max Pezzali che canterai con i cantanti di The Voice Senior nella serata dedicata alle cover?

“Max Pezzali è sempre stato come un padre per me e ha fatto le veci di mio papà che ho conosciuto tardi. Ricordo che la musica degli 883 faceva da sottofondo alla mia gioventù, ai tempi del mio primo motorino, della prima fidanzata, delle prime scappatelle… cantavamo insieme agli amici le sue canzoni, da Sei un mito a La regola dell’amico. Max era uno di noi. Ho scelto “Gli anni” perché mi ricorda molto “Arnica” con questo ritornello nostalgico. Per quanto riguarda i cantanti di The Voice Senior volevo avere sul palco con me degli over 60 che non fossero famosi, con cui riuscire a relazionarmi meglio non essendo io stesso famoso. E loro hanno una voce e un’energia straordinarie”.

di Francesca Monti

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