Intervista con l’attrice Sarah Falanga, ideatrice del progetto “Nutri-Menti”: “L’arte e la cultura sono diritti fondamentali”

Si intitola “Nutri-Menti” il progetto ideato da Sarah Falanga e realizzato dalla collaborazione tra Accademia Magna Graecia ed il Comune di Capaccio Paestum, che prevede il ritorno in scena del teatro, inteso come diritto fondamentale dell’uomo.

Al suo interno nasce la serie “Ritrova-Menti”, dieci puntate narranti la storia di una compagnia di attori, che trovano uno spiraglio di luce nel buio della pandemia che chiude i sipari del mondo. E’ anche la storia di una polis che riconosce nelle sue antiche origini il segreto della rinascita: Capaccio Paestum che apre le porte ad un progetto innovativo di ripresa dell’arte. E’ la fusione tra storie umane dei dieci attori protagonisti e la concretizzazione del “chi è di scena” tra la gente. Si assiste quindi alla messa in scena degli spettacoli nelle piazze della città, ai quali il pubblico potrà partecipare in sicurezza dalle proprie abitazioni. La proposta è di curare l’Italia agendo tra la gente, riproducendo gli spettacoli in ogni angolo della città, nelle piazze, nei cortili, rispettando tutte le regole delle normative anti Covid. Il teatro, in questo caso, è il luogo più sicuro del mondo, oltre ad essere un set cinematografico dove ci sono protagonisti attori e spettatori.

Il messaggio che si vuole diffondere è di uscire definitivamente dall’idea che la cultura sia un bene superfluo, soprattutto in un paese come l’Italia in cui sono nati tutti i tipi di arti, letterature, archeologie.

In questa piacevole chiacchierata Sarah Falanga, apprezzata attrice già nel cast di serie dal successo internazionale come “Gomorra” e “L’amica geniale” e protagonista a teatro dello spettacolo “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek, ci ha parlato del progetto “Nutri-menti” ma anche degli insegnamenti che ha ricevuto dai grandi maestri con cui si è formata.

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Sarah, ci racconta com’è nata l’idea di “Nutri-Menti”?

“Il progetto “Nutri-Menti” nasce a Capaccio Paestum, ovvero l’antica Poseidonia, grazie all’accoglimento di un sindaco illuminato quale Francesco Alfieri, che crede profondamente che l’arte e la cultura siano diritti fondamentali, proprio come il cibo, la salute, o l’istruzione. In un periodo così difficile e di clausura per l’arte era rischioso investire soldi pubblici e appoggiare un’iniziativa che poteva essere ostacolata da una serie di limiti che ci siamo proposti di superare rispettando tutte le regole. Abbiamo immaginato questa pandemia come un momento di riflessione per ritrovare il senso critico verso noi stessi. Ed è per questo che raggiungiamo il pubblico che sta affacciato ai balconi che diventano così dei palchetti naturali come se fossimo al San Carlo di Napoli, dove la piazza è il palcoscenico e la gente in sicurezza nelle proprie case vede lo spettacolo. Questo prevede un sacrificio creativo ancora superiore da parte degli interpreti, perché ci spostiamo nei vari angoli della città e riproduciamo il teatro in modo che ogni cittadino possa essere raggiunto. Questo progetto ha riscosso grande affezione e abbiamo raggiunto anche chi a teatro non c’era mai stato prima, è un porta a porta di Brecht, Shakespeare, Euripide e la cosa più suggestiva è sentire il coinvolgimento del pubblico che mai come in questo momento ha bisogno di umanità”.

Uno spiraglio di luce in un momento in cui i teatri sono chiusi da mesi…

“Il teatro nasce con l’uomo e finché ci sarà l’uomo non si potrà spegnere. Fermo restando che per me il teatro è luogo di contagio solo di cultura e di apertura mentale, un governo illuminato dovrebbe provvedere a scaglionare gli ingressi, a distanziare i posti, a fare i tamponi al pubblico e non a chiudere ma questo è il manifesto di quanto già si stava generando negli ultimi venti anni, in cui c’è stato un inquinamento del linguaggio culturale e una mediocrità delle forme espressive. Ci siamo accontentati di portare in scena gente che proviene dai reality show, ci siamo dovuti piegare a riempire le sale con personaggi tv che con questa arte hanno ben poco a che vedere. Il teatro lo fa il pubblico insieme all’attore, c’è un circolo di energia virtuoso, c’è un momento di scambio che rende diverso ogni spettacolo anche se il testo e la regia sono gli stessi, quindi non è possibile prevedere un’altra formula che non sia lo spettacolo dal vivo. Non capisco come il Governo italiano abbia pensato di negare questa possibilità all’uomo. Noi abbiamo chiesto alle persone cosa non andasse, loro hanno messo nei panarielli dei foglietti con i pensieri, le lamentele, le riflessioni, i dolori e li abbiamo portati in piazza, promettendo che nel prossimo spettacolo avrebbero trovato i loro scritti, perché il teatro è di tutti. La chiave del progetto è la condivisione, che non si riduce a quella sui social che umanamente non serve, a noi piace curiosare, la curiosità è un elemento fondamentale per l’uomo per indagare nella storia, per avere delle risposte, ma deve portare ad un’evoluzione, non ad una decrescita. Dove sono oggi le Melato, le Magnani, Sandra e Raimondo che a suo tempo erano puro intrattenimento, Fabrizi, Macario, Corrado? Oggi si creano dei falsi miti che non hanno sostanza per rimanere in piedi e li diamo come esempio alle nuove generazioni che pensano che pur non facendo nulla possono diventare famosi. Bisogna invece studiare nella vita. Questa pandemia dev’essere l’opportunità per fermare i giochi affinché ognuno possa dire quello che pensa altrimenti continueremo ad essere reclusi e socchiusi nelle volontà altrui. Il teatro serve a svegliare le coscienze. Siamo una terra che vive d’arte, di natura, di archeologia, a Paestum abbiamo le prime testimonianze del teatro greco impresse sulle metope, da Medea a Elena di Troia ed Elettra, abbiamo saputo esportare la nostra cultura ma non la sappiamo curare”.

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All’interno del progetto è nata la serie “Ritrova-Menti”…

“Stiamo girando una serie dal titolo “Ritrova-Menti”, uno sceneggiato teatrale moderno in dieci puntate che racconta la storia di una compagnia di dieci attori che trovano uno spiraglio di luce nel buio della pandemia con la messa in scena tra la gente di uno spettacolo dal titolo “Inedito”. Speriamo che questo progetto per la Rai abbia un ampio respiro, stiamo aspettando di concludere il montaggio dei primi due episodi”.

Nella sua carriera si è formata con grandi maestri quali Vittorio Gassmann, Andrea Camilleri e Tato Russo. Quali insegnamenti le hanno lasciato?

“Sono una donna fortunata perché ho potuto conoscere questi grandissimi personaggi. Vittorio Gassmann mi ha insegnato come trasformare la sofferenza in teatro e l’importanza del rigore. Il maestro ogni sera tremava prima di entrare sul palco e io l’ho conosciuto nel 1996, verso la fine della sua carriera. Era un padre per me che avevo 18 anni a quell’epoca ma la mia aspirazione era conoscerlo, e ce l’ho fatta dicendo delle bugie, portandogli dei fiori, fingendomi una giornalista. Un giorno mi guardò e mi chiese cosa volessi da lui e io risposi: un maestro. Poi abbiamo iniziato a leggere insieme la Divina Commedia e mi ha insegnato le tre regole importantissime per andare in scena: crearsi dei problemi nei confronti di un testo, quindi farsi delle domande; sorridere sempre dentro di te e gioire quando sei in scena, anche nel monologo in cui Medea uccide i figli; una nozione: come nella vita, anche a teatro il gesto deve andare a precedere la parola. Quindi quando interpreto un personaggio devo vigilare sulla gestualità. Sono le regole su cui ho impostato tutta la mia storia teatrale. Camilleri era il mio insegnante di regia in Accademia e mi ha contagiata nei lavori che ho realizzato, perché quando scrivo un testo ho bisogno di vederlo già in scena, proprio come faceva lui con i suoi racconti. Se funziona per me vuol dire che può funzionare per tutti. Un altro grandissimo maestro è stato Tato Russo, che mi ha forgiato il carattere, ho lavorato con lui per quindici anni al Teatro Bellini di Napoli, lui era munito di una grandissima serietà, quasi aggressività, perché l’attore doveva essere etico. Mi ha insegnato a resistere altrimenti l’Accademia Magna Grecia non esisterebbe e mi ha fatto scoprire quella casellina nel mio alveare interiore che si chiama coraggio”.

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Prima del lockdown era a teatro con lo spettacolo “Mine vaganti” di Ferzan Ozpetek. Com’è stato lavorare con lui?

“Il modo di fare teatro di Ferzan Ozpetek è stato una scoperta, infatti parliamo di un illuminato regista cinematografico che per la prima volta sperimentava a teatro, con il riadattamento di Mine Vaganti che per lui è stato un film significativo, un manifesto. Pur non conoscendo tutti i canoni dell’arte scenica teatrale è riuscito a portare a teatro un concetto cinematografico ed è stato geniale. E’ uno spettacolo allegro, amaro, profondo allo stesso tempo, dinamico, riflessivo, musicale anche nelle battute, snello, affascinante per il pubblico, sottile, introspettivo. Credo che sia un’opera d’arte teatrale moderna”.

In “Mine Vaganti” dà il volto a Zia Luciana. Come si è preparata per interpretarla?

“L’ho studiata come si fa al cinema, utilizzando me stessa, è una donna che millanta una cecità, in realtà è una metafora, si ubriaca perché non vuole vedere e sapere, vuole essere sospesa, vuole uscire dal contenitore di una condizione sociale e famigliare troppo restrittiva, non ha il coraggio di dire quello che è veramente e si nasconde dietro l’alcol e la cecità. In questo ci sono la sua amarezza, l’ironia, la genialità, la profondità e anche la sua tragedia. Mi sono riconosciuta in lei per quelle cose di me che non voglio affrontare. La molla interpretativa nasce da te stesso, tutti i personaggi sono dentro di noi, dobbiamo riuscire a individuarli e a metterli al servizio del pubblico. Con Zia Luciana è stato un parto difficile ma divertente”.

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Nella serie-evento “L’amica geniale” ha invece vestito i panni di Maria Carracci… 

“Inizialmente ho odiato Maria Carracci, non riuscivo a capire da quale parte andare, era una  donna a mio parere lontanissima da me, era estranea. Saverio Costanzo, che è un genio, ha scorto nel mio volto Maria, mi ha fatto tingere i capelli di nero corvino per fare in modo che vedessi allo specchio la trasformazione fisica di Sarah nella Carracci, poi abbiamo lavorato sul dente d’oro, perché viene descritta così dalla Ferrante, quindi pian piano abbiamo spostato il focus sull’interazione con don Achille, il marito, e ho capito chi fosse Maria, una persona silenziosa, guardinga, che si vergogna di essere la moglie dello strozzino del rione ma che gode anche di questa posizione di superiorità, di questa ricchezza materiale. Non può parlare perché è una donna degli anni Cinquanta e quindi deve subire ma quando Achille muore si rimette in gioco ed esce un’altra parte della sua personalità. Quando ho scoperto la chiave per interpretarla mi sono divertita molto. Questo non sarebbe stato possibile senza la fiducia di Saverio. E’ un regista scrupoloso, oculato, umile, salutava ogni mattina tutte le persone chiamandole per nome, ha messo a disposizione dei personaggi la sua umanità per farli crescere, abbiamo fatto un lavoro irripetibile in Italia. Sono orgogliosa di aver preso parte ad una serie che per me è realismo puro e racconta di una Napoli vera, violenta ma non scontata. Saverio si è circondato di professionalità altissime che non si sono risparmiate per un attimo come Esmé Sciaroni al trucco, una donna straordinariamente professionale e sensibile, Antonella Cannarozzi ai costumi, attenta al dettaglio, il direttore della fotografia Fabio Cianchetti, tutti erano illuminati dalla voglia di portare il personaggio al massimo. Inoltre abbiamo avuto a disposizione parecchio tempo, cosa rara sul set”.

La vedremo anche nelle prossime due stagioni de “L’amica geniale”?

“Ho firmato per tutte e quattro le stagioni, la terza è già stata girata e ci apprestiamo ad iniziare l’ultima. Abbiamo un fan club legatissimo alla Ferrante ma è anche vero che molta gente ha conosciuto “L’amica Geniale” e ha comprato i libri dopo la messa in onda della serie. E’ un caso di meccanismo virtuoso che ha indotto anche i più giovani alla lettura, un’abitudine che ormai sembra archeologica”.

di Francesca Monti

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