Intervista con Gian Piero Rotoli, nel cast di “Le indagini di Lolita Lobosco”: “L’agente Silente contribuisce a distendere un po’ i toni drammatici della serie”

Gian Piero Rotoli è tra i protagonisti della nuova serie campione di ascolti in onda la domenica sere su Rai 1, “Le indagini di Lolita Lobosco”, nel ruolo di Silente, un agente che fa parte della squadra insieme a Forte, Esposito, Scivittaro e Calopresti, su cui Lolita (Luisa Ranieri) può sempre contare, che porta un po’ di allegria e leggerezza nella storia.

Cresciuto a Napoli, si è trasferito a New York con i genitori diplomandosi al liceo The Dwight nel 1996, poi è tornato in Italia e a Roma ha iniziato la sua formazione di attore al Duse Studio di Francesca De Sapio. Si è anche laureato alla John Cabot University in Letteratura inglese.

Nel 2005 è stato scelto da Giorgio Capitani per il film tv Callas e Onassis (2005), con Luisa Ranieri e Gérard Darmon e pochi mesi dopo da John Kent Harrison per Giovanni Paolo II con Jon Voight. Ha preso parte a diverse celebri fiction come La vita promessa, Non dirlo al mio capo 2 e I Bastardi di Pizzofalcone. 

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Gian Piero, ci puoi presentare l’agente Silente che interpreti nella serie di grande successo Le indagini di Lolita Lobosco?

“L’Agente Speciale Silente è di origini napoletane, a differenza degli altri che sono tutti pugliesi. La produzione voleva che si sentisse una cadenza napoletana in modo da raccontare, indirettamente, la realtà di un commissariato spesso popolato da agenti provenienti da diverse regioni italiane. E’ un personaggio che, almeno nella prima stagione, insieme agli altri della squadra contribuisce a distendere un po’ i toni drammatici della serie; come ad esempio nello scambio di battute con Lolita sulla scena di un delitto, che sono chiaramente in contrasto con il momento drammatico del ritrovamento. Oppure aiuta a raccontare aspetti della stessa Lolita, per esempio nel terzo episodio il Vice Questore pensa di essere stata tradita da Danilo e sfoga tutta la sua frustrazione sul povero Silente. E’ un personaggio semplice, magari non ha tantissima voglia di lavorare ma quando lo fa cerca di captare ciò che può dai suoi superiori per migliorare”.

Hai riscontrato dei tratti in comune tra te e il tuo personaggio?

“Non proprio. Ma c’è una scena in cui consegna delle rose a Lolita da parte di Danilo. Il Vice Questore non le accetta e mi suggerisce di regalarle alla mia ragazza; questo la spinge a chiedermi se, appunto, ne avessi una, e Silente risponde: “Diciamo…ho una simpatia”. Ecco, anche per me, in amore, non è tutto così semplice e lineare o di facile definizione”.

Ci racconti qualche aneddoto particolare avvenuto sul set di “Le indagini di Lolita Lobosco”?

“La serie è stata girata tra Monopoli, Bari e Roma. Quello che vi sto per raccontare è accaduto a Monopoli quasi verso la fine delle riprese, quindi a novembre. Era stato programmato che io, Filippo Scicchitano e un’altra attrice di cui ricordo il volto ma non il nome, l’ho vista una volta – credo che avesse solo una scena – dovevamo essere accompagnati a Bari per prendere il treno e tornare a Roma. Paolo Briguglia, invece, era anche lui in partenza ma a fine riprese e non all’ora di pranzo, come appunto stava accadendo a noi. Il caso ha voluto che finisse le riprese prima del previsto e che fosse portato al campo base proprio mentre noi stavamo salendo sul noveposti per partire. Paolo ha chiesto alla produzione e a noi se poteva unirsi, una volta ottenuta l’approvazione di tutti, è corso a prendere la valigia in albergo. Tuttavia i minuti passavano e di Briguglia neanche l’ombra. Ovviamente, non era certo colpa sua, doveva avere il tempo di fare la valigia visto l’improvvisata, però il nostro runner era molto preoccupato che perdessimo il treno e così dopo un po’, coordinato dalla produzione, ha deciso di partire. Dopo dieci minuti l’autista è stato richiamato dalla produzione, stavano accompagnando Briguglia con un’altra macchina e ci chiedevano di aspettarlo a una stazione di servizio. Qualche minuto più tardi è arrivato. Ci ha insultato bonariamente (sorride) e poi abbiamo proseguito a passo sostenuto verso la stazione di Bari. Una volta arrivati, abbiamo tutti fatto una piccola corsetta per prendere il treno in tempo. Io avevo il mio cucciolo di Husky con me, aveva appena tre mesi all’epoca dei fatti, cuccia, trasportino per il cane e il mio bagaglio. La corsa non era facile, così sia Filippo che Paolo mi hanno aiutato a portare delle cose. Era un po’ comica come scena, devo dire. Correre per la stazione, Filippo con la cuccia, Paolo con il trasportino e io con il mio cane al guinzaglio e bagaglio al seguito”.

Quanto è stato complesso girare durante la pandemia?

“Abbastanza. Ma c’era tanta voglia di ricominciare mista a una strana apatia. Nel senso che si era, ovviamente, contenti di lavorare ma allo stesso tempo il lockdown aveva lasciato dentro un po’ di indifferenza. Mi sono sentito come se si fosse perso un po’ il senso di tutto. Tuttavia è durato poco perché si sa, “il lavoro nobilita l’uomo”. Credo che siamo stati tra le prime produzioni a ripartire. Avremmo dovuto iniziare il 9 marzo e, per ragioni note, invece abbiamo ripreso a fine giugno e finito a metà novembre. La produzione è stata molto attenta al rispetto dei protocolli e non ha badato a spese. Abbiamo sempre fatto, una volta a settimana prima delle riprese, un tampone molecolare. Tutta la crew indossava mascherine FFP2 e i professionisti dei reparti più a contatto con gli attori, addirittura, indossavano lo schermo protettivo e dei camici usa e getta, in piena estate. Gli ambienti al chiuso, in più, venivano sanificati alla fine di ogni giornata. L’uomo si adatta subito ai cambiamenti e, devo dire, che ci siamo presto abituati anche noi. Sicuramente è stato molto più difficoltoso organizzare e coordinare il lavoro di tutti e per questo va un ringraziamento speciale alla produzione e a Maria Panicucci, l’Organizzatore Generale della BiBi Film, che ha garantito la nostra sicurezza. In sei mesi di produzione abbiamo avuto solo due casi di positività, subito isolati”.

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Hai ritrovato sul set Luisa Ranieri con cui avevi già avuto modo di lavorare in passato in Callas e Onassis e La vita promessa…

“Esatto. In Callas e Onassis e La Vita Promessa avevo un piccolo ruolo (una posa nel nostro gergo, cioè un giorno di lavoro) e non avevo scene con Luisa. Qui, invece, il personaggio ha molte più pose e anche più scene con lei. Siamo amici dai tempi della scuola di recitazione ed è stato bello, finalmente, dopo più di 15 anni, lavorare insieme in un progetto dal più ampio respiro”.

Come ti sei avvicinato alla recitazione?

“Attraverso la scrittura. Mi piace scrivere fin da quando sono piccolo. Questa passione l’ho portata avanti anche attraverso gli studi. Mi sono laureato in Letteratura Inglese alla John Cabot University e ho conseguito un Master in Letteratura Italiana Rinascimentale a Londra, alla University College of London. Quel mondo, unito alla voglia di scrivere, mi ha portato, spesso, a interiorizzare, rivivere ed esternare in azioni quell’universo immaginifico…da qui la voglia di recitare, di mettere in scena un vissuto, un personaggio”.

Che ricordo hai della tua partecipazione al film Giovanni Paolo II con Jon Voight?

“Ho pensato, guardando le labbra di Jon Voight, che fossero le stesse di Angelina Jolie (ride). Era molto concentrato sul suo lavoro, ma allo stesso tempo disponibile e affabile. Ricordo il suo sorriso e il tragitto in ascensore dal campo base al nono piano del Policlinico Gemelli, set di una delle scene dalla fiction in cui Giovanni Paolo II viene portato d’urgenza in ospedale dopo l’attentato del ’78. Eravamo solamente io, lui e un runner, impegnato a comunicare alla radio che John Voight era in ascensore con il medico, che ero io (ride). Durante il breve “viaggio” mi ha chiesto: “What’s your surname?”, voleva conoscere il mio cognome. L’ho trovato un gesto molto carino, di considerazione. Non chiedeva semplicemente il nome, ma il cognome, come a cercare di identificarti meglio”.

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In quali progetti sarai prossimamente impegnato?

“Ci dovrebbe essere la seconda stagione di “Lolita Lobosco” ad ottobre, prima, però, è in uscita un film di Ivan Cotroneo, “14 giorni”, dove presto la voce a un allenatore aggressivo in stile ufficiale di “Full Metal Jacket” che incita la protagonista, Carlotta Natoli, ad allenarsi senza battere la fiacca durante il periodo di quarantena. C’è poi un cortometraggio intitolato “Beatrice”, scritto e diretto da me, in cui sono il protagonista insieme ad Anna Galiena e Marta Gastini visibile sul sito di Rai Cinema nella sezione corti. Sto lavorando anche al mio secondo corto e ci sono altri progetti in ballo ma tutto è ancora da confermare, quindi è presto per parlarne”.

di Francesca Monti

Grazie a Edoardo Maria Andrini

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