Intervista con Francesco Acquaroli, tra i protagonisti del film “Nonostante la nebbia”: “Una delle funzioni intrinseche dell’arte è far crescere la nostra consapevolezza riguardo a tanti temi importanti”

Francesco Acquaroli è tra gli attori più talentuosi e poliedrici del panorama italiano, ha preso parte a Suburra La Serie, disponibile su Netflix, alla quarta stagione di Fargo, andata in onda a novembre su Sky Atlantic e a “Rocco Schiavone” in onda su Rai 2, ed ora è tra i protagonisti del film “Nonostante la nebbia”, ultimo film di Goran Paskaljević, uscito in concomitanza con la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, il 21 marzo 2021, sulle piattaforme Prime Video, CGDigital, Itunes, Gplay, Rakuten e Chili, distribuito da 102 Distribution.

La pellicola racconta la storia di Paolo, ristoratore in un paese della provincia di Roma, che tornando a casa in una sera di pioggia, trova per la strada un bambino rannicchiato al freddo e decide di portarlo con sé. Il bimbo si chiama Mohammed, è un rifugiato siriano che ha perso i genitori durante il viaggio verso l’Italia, a bordo di un gommone. La sua presenza turba la moglie Valeria che alla fine acconsente di ospitarlo per la notte, quindi per qualche giorno, per permettergli di recuperare le forze. Prodiga di attenzioni per il piccolo, Valeria sembra uscire lentamente dalla depressione in cui era caduta per la morte del figlioletto Marco. L’arrivo inaspettato di Mohammed riaccende intimità e serenità tra i coniugi, nonostante la società, piena di pregiudizi, non sia pronta ad accettare la relazione tra due anime perdute.

In questa piacevole chiacchierata Francesco Acquaroli ci ha parlato di Luciano, il personaggio da lui interpretato in “Nonostante la nebbia”, dei prossimi progetti in cui sarà impegnato, cioè la serie “Alfredino – Una storia italiana” e il film “Il giorno e la notte” di Daniele Vicari, ma anche del ricordo legato al suo esordio a teatro e dell’importanza che l’arte può avere nel risvegliare le coscienze delle persone.

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Francesco, nel film “Nonostante la nebbia” interpreta Luciano. Cosa può raccontarci sul suo personaggio?

“Luciano è un uomo culturalmente indifeso, che vive pienamente nel suo tempo, che non ha molti strumenti culturali per riuscire a dipanare un po’ di verità tra le tante sollecitazioni che arrivano dalla politica e dalla società. Non lo definirei razzista ma uno che non sa discernere tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. I razzisti hanno una consapevolezza e si appoggiano a una sovrastruttura culturale che permette loro di pensare di essere superiori alle persone per quella che definiscono razza, che è un termine totalmente sbagliato. Questo personaggio invece rappresenta quella gente che non si fa troppe domande e prende per buone le indicazioni del momento che vive. In questo periodo ad esempio ci presentano da più parti come un pericolo devastante l’arrivo di persone da altri luoghi del mondo e Luciano assorbe questo concetto”.

Negli ultimi tempi in effetti stanno riemergendo con forza pregiudizi e tendenze nazifasciste che evidentemente hanno continuato ad annidarsi all’interno della società…

“L’antisemitismo ad esempio ha sempre covato sotto le ceneri, poi ora alcuni lo sbandierano con sfacciataggine così come l’appartenenza a ideologie fasciste. E poi c’è anche questo fenomeno degli haters… Questa dimensione digitale a cui tutti hanno accesso dà la possibilità a questi soggetti di condividere con tutti gli altri le loro schifezze e forse in questo momento stiamo dando loro anche troppa importanza. Ancora non riusciamo a gestire bene la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo”.

L’arte e in questo caso il cinema possono dunque avere ancora una valenza sociale e riuscire a risvegliare un po’ le coscienze delle persone riguardo certe tematiche?

“E’ una delle funzioni intrinseche dell’arte far crescere la nostra consapevolezza riguardo a tanti temi. Ad esempio è stato configurato il reato di maltrattamento degli animali che fino a poco tempo fa non esisteva. Credo che chiunque abbia un minimo di senso della giustizia debba impegnarsi civilmente senza per forza fare attività partitica, perché quando si smette nascono quelle voragini in cui poi cade l’umanità, come negli anni trenta con il nazifascismo. Era un’epoca artisticamente importantissima, penso al Bauhaus, eppure buona parte della società non si prodigava civilmente. L’arte ha il suo compito ma sta a noi e al nostro livello di impegno far sì che queste cose funzionino nel senso per cui sono state create. Goran era un grandissimo regista e una grandissima persona che ha confezionato questo film e ci ha dato la possibilità di confrontarci con questo pensiero dell’altro che arriva dentro casa ed è esattamente uguale a noi perché per decenni siamo stati produttori di migranti economici. Quando dicono “ognuno a casa sua” penso che se questo concetto fosse una legge universalmente approvata da 60 milioni in Italia diventeremmo 200 milioni perché ci sono tantissimi italiani emigrati in Argentina, in Australia, in America. Credo che questo film possa dare il proprio contributo per far sì che la nostra consapevolezza si configuri meglio in merito a queste tematiche”.

“Nonostante la nebbia” è stato l’ultimo film girato da Goran Paskaljević prima della sua scomparsa. Che ricordo conserva di lui?

“Aveva un viso, un sorriso, gli occhi di chi ha una sensibilità rara, ogni volta che ti guardava era come se ti abbracciasse, non faceva minimamente pesare la sua storia, infatti era dovuto scappare dal suo Paese altrimenti sarebbe stato ucciso per motivi politici ai tempi del dittatore Milosevic. E’ stato un piacere incontrarlo ed è stato magnifico lavorare con lui. Sapeva spiegare le cose con chiarezza e intelligenza ed era sempre sorridente. Questo rende tutto più semplice perché anche la comprensione passa attraverso il calore umano”.

Poco fa parlava di impegno civile, lei ha prestato la voce nel 2018 per lo spot video e radio della campagna “Cure nel cuore dei conflitti” di Medici Senza Frontiere…

“Sono felice di aver dato un mio piccolo contributo grazie a un’amica che lavorava a Medici Senza Frontiere. Questi enti sono il fiore all’occhiello della nostra civiltà occidentale e aiutano gli altri senza distinzioni di alcun tipo, in ogni parte del mondo. Non capisco perché invece i vari Paesi sfruttino l’occasione che queste associazioni offrono di curare gratuitamente le persone ma poi non facciano il passo successivo seguendo questo modello per organizzare la società, abbandonando le sovrastrutture politiche, religiose, antropologiche, culturali. Spero che la pandemia possa averci ricordato che nessuno si salva da solo e davanti a certe cose siamo tutti uguali”.

Passiamo a tre recenti serie a cui ha preso parte: “Rocco Schiavone” in cui interpreta Sebastiano Carucci, “Suburra” dove ha dato il volto a Samurai e “Fargo 4” in cui veste i panni di Ebal Violante…

“Sono tre diversi tipi di mascalzoni e mi sono divertito a indagare il lato oscuro dell’essere umano. Sebastiano è un delinquente casereccio, ha una dimensione all’antica di quelli che venivano dalla borgata romana di pasoliniana memoria. Samurai l’ho immaginato come un uomo molto solo, impegnato nella ricerca e nel mantenimento del potere, con una formazione militare alle spalle, strutturato per vivere solo in quel modo senza amici, amore, famiglia. Insomma è un “monaco” della delinquenza. Invece recitare Ebal in “Fargo 4″ è stato bellissimo, è stato un tuffo nella cultura italo-americana degli anni Quaranta e Cinquanta. Gli italiani all’epoca non erano considerati bianchi ma c’era invece un’affinità con le persone di colore e nel Dopoguerra c’è stata una massiccia emigrazione dal Sud, dove non vivevano bene, al Nord per motivi razziali. La serie è ambientata a Kansas City ed è il luogo dove italiani e afroamericani si sono scontrati. E’ stato un viaggio molto interessante che racconta una delinquenza vintage che però si evolve e arriva ai giorni nostri cambiando pelle, diventando businessmen, entrando nei meccanismi della finanza, dell’industria”.

Francesco-Acquaroli-Fargo

Che differenze ha riscontrato nella lavorazione di una serie americana rispetto ad una italiana?

“C’è una grande disponibilità di mezzi perché hanno un mercato interno che è il quintuplo del nostro e si gira in inglese che è la lingua più parlata nel mondo. Quello che ho potuto toccare con mano e mi ha fatto impressione è la capacità organizzativa degli americani in questo set mostruosamente gigante dove non si perdeva nemmeno un minuto perché dietro c’era un grande lavoro. Sono straordinariamente capaci di raggiungere risultati sorprendenti”.

Nel 1988 ha debuttato a teatro con “La Nave” di Gabriele D’Annunzio con la regia di Aldo Trionfo. Che ricordo ha di quel periodo?

“Ero emozionatissimo, iniziavo a fare la professione che sognavo ed ero consapevole che sarebbe stata la mia strada. Prima dello spettacolo cercavo di stare da solo, andavo sui palcoscenici e guardavo il teatro e la scena vuoti, come se cercassi di assorbire chissà cosa. In quella tournée recitammo al Goldoni di Livorno, allo Storchi di Modena dove esordimmo. L’anno dopo con Gabriele Lavia ho preso parte a “Riccardo III” di Shakespeare. Era il 1989 e quando eravamo in scena a Roma al teatro Argentina venne a vederci Al Pacino, che stava girando nella Capitale “Il Padrino – Parte III” ed era innamorato di Riccardo III. La prima volta ha assistito allo spettacolo insieme a Diane Keaton, poi con il suo agente e infine con una ventina di persone del cast e tra queste c’era anche Talia Shire (sorella di Francis Ford Coppola), il cui figlio è Jason Schwartzman con cui ho lavorato a Fargo 4. Pensa che parlando abbiamo ricostruito che all’epoca lui aveva 9 anni e venne a vedere Riccardo III. E’ un tipo simpatico, brillante, con una grande verve, è molto conosciuto in America. Ovviamente mi ha detto che si ricorda poco di quella sera ma che era stato coinvolto dall’entusiasmo di Al Pacino”.

E’ tra i protagonisti della serie tv “Alfredino – Una storia italiana”, che andrà in onda su Sky e che racconta la tragica storia del piccolo Alfredino Rampi che commosse e sconvolse tutta l’Italia. Cosa può anticiparci?

“La tragedia di Vermicino fu un momento di grande unione per tutto il Paese e portò alla nascita di un nuovo modo di fare televisione, con una comunicazione che non conosce limiti. Ci fu una diretta infinita su questo pozzo terribile, con questa famiglia distrutta dal dolore straziante per la perdita del proprio figlio a cui tutta l’Italia si strinse. Le mamme piangevano, io all’epoca avevo 19 anni ed è stato un momento drammatico che spero riusciremo a far rivivere con la serie facendo anche riflettere su tante cose”.

Durante il primo lockdown ha invece girato a casa il film “Il giorno e la notte”. Che esperienza è stata?

“Il giorno e la notte è il primo film che ho fatto con mia moglie (Barbara Esposito), girato durante il lockdown un anno fa e diretto da Daniele Vicari. La storia racconta di queste coppie costrette a non uscire dalla propria abitazione per un attacco chimico. Abbiamo girato su Zoom collegati con il cast tecnico, con un assistente che ci portava il materiale fuori dalla porta di casa e noi allestivamo il set e a volte nei momenti di pausa ci dimenticavano di essere online e ci comportavamo come se non ci vedesse nessuno, quindi accadevano cose esilaranti (sorride). E’ stata un’esperienza meravigliosa, particolare, faticosa e divertente, che speriamo di non ripetere nel senso che mi auguro si possa uscire presto dal dramma del covid”.

di Francesca Monti

credit foto copertina ©Norbert

Grazie a Reggi & Spizzichino

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