“Semplice” è il nuovo album di Motta: “Ho capito che faccio questo mestiere perché è la mia vita”

Esce venerdì 30 aprile, su etichetta Sugar, “Semplice”, il nuovo album di Motta. Anticipato dal singolo “E poi finisco per amarti”, racconta un nuovo percorso di crescita sia personale sia artistico del cantautore toscano che cerca di far pace con le proprie contraddizioni attraverso un processo di semplificazione e di ritorno alle cose semplici.

E’ un lavoro iniziato tre anni fa, ci sono canzoni scritte prima di “Dov’è l’Italia” che ho portato a Sanremo nel 2019 e altre antecedenti alla pandemia. Altre ancora non ce l’hanno fatta ad entrare in questo progetto nel senso che sono rimaste nell’hard disk. Mi sono reso conto che il processo di scrittura di “Vivere o morire” era stato fin troppo lucido. Avvertivo la pressione della seconda prova dopo che la prima mi aveva dato tante soddisfazioni, non volevo ripetermi, ma questo mi ha in parte costretto ad allontanarmi da una spontaneità che questa volta ho voluto recuperare. Non potevo, però, ripresentarmi come lo stesso di “La fine dei vent’anni”, il tempo e l’esperienza mi hanno cambiato. Così mi sono fatto una promessa: ogni volta che ti viene l’ispirazione metti a frutto ciò che hai acquisito in questi anni su e giù dai palchi, ma ricordati sempre il motivo per cui hai iniziato a fare questo mestiere, il bisogno di fare musica innanzitutto per te stesso“, ha raccontato Motta.

Il titolo, quell’unica parola che nell’immagine di copertina si staglia nero su grigio come un assioma imprescindibile, esprime il punto di approdo cui il cantautore toscano è giunto con questo suo terzo album dopo la gavetta con i Criminal Jokers e altri due dischi:Ho detto “se dobbiamo levare il superfluo non servo neanche io in copertina”, perché le canzoni sono la cosa più importante. E’ quella più punk che ho fatto quindi questo passo indietro era fondamentale. Al titolo del disco sono arrivato alla fine perché ho capito che era il filo conduttore che legava i brani. Sono partito concentrato sugli arrangiamenti e sulla musica, i testi sono stati come al solito faticosi e mi sono lasciato trasportare dal lavoro che stavo facendo. La parola semplice ricorreva spesso nei brani. Prima avevo la tendenza ad essere legato al passato e a giudicarmi molto, ora invece accetto le contraddizioni. Per quanto riguarda la scrittura mi ha dato una mano Gino Pacifico, con cui avevo già lavorato, così come con Taketo Goharo e mi sono divertito a fare musica. Ci sono stati alcuni momenti per la prima volta nella mia vita in cui ero in campagna e mi chiedevo perché faccio questo mestiere e quindi mi sono messo tanto in gioco e ho capito che lo faccio perché è la mia vita. Cercare di concentrarmi sulle cose essenziali mi ha fatto dire: sono felice”.

Il disco si apre con una dichiarazione di intenti, con cui Motta palesa la sua urgenza di crescere sia come persona, sia come artista e racconta del cambiamento di prospettiva rispetto alle storie che narra. Prosegue raccontando l’amore, l’amicizia, l’accettarsi e cercare di accettare anche le proprie contraddizioni. Si chiude con un brano diverso, scritto insieme a Dario Brunori, una canzone che parla di amore, di inquietudini, di nuove consapevolezze con un lungo finale strumentale, uno sfogo elettronico-percussivo che, come in un rituale catartico, celebra la cosa più semplice, ma più difficile da catturare che ci sia: la libertà di essere ciò che si è.

Motta ha poi parlato della genesi del brano “Qualcosa di normale”: “Avevo fatto un sogno strano: mio padre al telefono mi aveva detto che Francesco De Gregori sarebbe venuto a farci visita, io ero fuori con Carolina e mi sono messo a correre per tornare a casa, sono finito in un burrone ma nessuno si avvicinava per aiutarmi essendoci il covid, poi sono riuscito a risalire e a prendere un bus. Arrivato a destinazione ho fatto ascoltare due brani a De Gregori, uno dei quali era Qualcosa di normale. Quindi mi è sembrato naturale chiedere il suo parere e grazie a Caterina Caselli che mi ha dato il suo contatto gli ho mandato la canzone. Quando l’ha sentita mi ha consigliato di cantarla con una donna, e lì ho pensato subito a mia sorella Alice”.

La traccia di chiusura “Quando guardiamo una rosa” è scritta con Dario Brunori (Brunori Sas): “L’album era quasi pronto ma sentivo che mancava qualcosa: il racconto di quel presente che da oltre un anno ci sta mettendo in difficoltà, però non osservato dall’alto, bensì visto dalla mia prospettiva personale, per come l’ho vissuto io. La differenza strumentale tra questo brano e altri che ho fatto è che c’è solo la ritmica ma non il loop armonico. L’ho creato con Dario Brunori, con cui non avevo mai lavorato e con cui mi sono trovato benissimo”.

Motta tornerà questa estate dal vivo con un tour estivo a supporto del nuovo lavoro discografico. I primi due concerti saranno il 21 luglio a Milano al Carroponte e il 10 settembre a Roma all’Auditorium Parco della Musica, organizzati da Locusta Booking: “Sarò sul palco con la band perché per me è importante avere i musicisti al mio fianco. Il fatto di avere iniziato a 18 anni e di aver suonato per la strada anche davanti a poche persone mi ha aiutato nel mio percorso musicale, non sarà facile ma senza live muoio e quindi ci sarò. Sarà un concerto con le parti strumentali. Questo disco ha un sound rock più elegante e puoi vederlo anche da seduto”.

I biglietti per i concerti sono disponibili in prevendita su www.mottasonoio.com.

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Questa la tracklist del disco:

A te

E poi finisco per amarti

Via della Luce

Qualcosa di Normale

Quello che non so di te

Semplice

Le regole del gioco

L’estate d’autunno

Dall’altra parte del tempo

Quando guardiamo una rosa

credit foto Claudia Pajewski

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