Shakespeare con Manni, illumina il buio di una notte

La voglia di riappropriarsi dei luoghi, degli spazi, più consoni, meno desueti o più idonei per raccontare, come sul sagrato della chiesa della Collegiata di S. Fiorenzo a Fiorenzuola piacentino, è viva più che mai e risuona nella sapiente voce dell’attore e regista Mino Francesco Manni, per illuminare nel buio di una notte, le opere di Shakespeare, insieme al canto e recitazione di Martina Galletta e il suono suadente e incisivo del violino di Eleonora Liuzzi.

Un’amministrazione che s’impegna a proseguire en plein air, la programmazione teatrale, riuscendo a coinvolgere il pubblico nonostante, il mormorio e le incursioni sonore di campane e sirene di una piazza, vissuta e partecipata dai giovani nei bistrot limitrofi. La capacità, poi, di catturare l’attenzione e condurti per mano sull’onda delle parole del drammaturgo Shakespeare, è curata da Mino Francesco Manni, attore di teatro navigato, cinema, fiction tv e pubblicità, formatosi alla Bottega Teatrale Vittorio Gassman e una Laurea in Filosofia con indirizzo in Storia del Teatro e dello Spettacolo, prezioso supporto per i suoi innumerevoli laboratori teatrali svolti in tutta Italia.

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Giochi di luce trasformano il contesto narrativo scenografico proiettando di colore in colore gli estratti più salienti delle opere immortali shakespeariane, connotandone di sfumature gli animi dei sentimenti dei personaggi, nel dialogo tra Manni e Galletta, annunciati dalle corde del violino di Liuzzi, scandendone il ritmo dell’esposizione trascinato nel racconto in un crescente pathos sul finale e smorzato da due sonetti conclusivi.

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Un ventaglio di proposte nutrito, difficile da segmentare e cucire per contenere il fil rouge dell’amore, declamato in tutte le sue declinazioni, a partire dalla commedia Sogno di una Notte di mezza Estate, un mix tra favola e realtà, nella cornice di una visione cavalleresca della realtà e del mondo classico.

“…prendiamoci per mano, in un ritmo di danza, al banchetto del Duca, e danzeremo insieme…con Teseo e Ippolita, e altre coppie di fedeli amanti…che strano sogno ho fatto, ho sognato di essermi innamorata di un asino, ma come possono simili cose”…

Passando dalle parole intrise di miele, il più dolce e puro di un amore eterno, quello di Romeo e Giulietta, la tragedia lirica, quasi un’anticipazione di commedia romantica all’italiana, tra le più gettonate di Shakespeare e interpretate, nella prosa e nella danza a teatro, quanto al cinema.

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E poi la Bisbetica domata, in un crescendo di intensità, per giungere alla drammaticità di Riccardo terzo, dramma storico, Macbeth, Antonio e Cleopatra ed infine Otello, dove spesso vengono inserite in tanti suoi drammi, le sestine, come in Amleto, tragedia e vendetta, dove non è la catastrofe finale, la catarsi, ad essere prevalente, ma il dibattito interno dei personaggi, chiamati poi drammi dialettici o commedie nere.

Il drammaturgo e poeta inglese, William Shakespeare, nato nel 1564, terzo di otto figli di un agiato commerciante di pellame, nell’età elisabettiana era designato come “poeta di teatro”. Il meglio a detta di molti, sono da poeta lirico, come l’opera, La Tempesta, così le canzoni e i sonetti. La sua grandezza sta nella capacità di aver trasformato in poesia la consapevolezza dell’impermanenza della parola teatrale di cui era maestro.

di Emanuela Cassola Soldati

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