Intervista con Edoardo Coen, protagonista della serie “Luna Park”: “La mia generazione ha la stessa fame e ambizione di quella degli anni Sessanta”

Edoardo Coen, tra i giovani attori più talentuosi e interessanti del panorama italiano, è tra i protagonisti di “Luna Park”, la serie italiana prodotta da Fandango e disponibile dal 30 settembre su Netflix.

La storia, raccontata in sei episodi e ambientata a Roma negli anni ’60 tra il glamour della Dolce Vita e la magia del Luna Park, ha come filo conduttore la ricerca di una verità tenuta nascosta per anni, che vede la luce grazie ad un incontro voluto dal destino, in cui si intrecciano i destini di diverse generazioni.

Nella serie Edoardo Coen, che ha alle spalle un importante percorso teatrale, interpreta Matteo Baldi, un giovane dal cuore puro che sogna di diventare giornalista politico, innamorato di Rosa, che avrà un’evoluzione nel corso delle puntate, come ci ha raccontato in questa intervista, in cui ci ha parlato anche della sua passione per la musica e del sogno di recitare in un progetto internazionale.

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credit foto Netflix

Edoardo, nella serie “Luna Park” interpreti Matteo Baldi. Puoi presentarci il tuo personaggio?

“Il primo giorno che sono arrivato sul set ho fatto una bella chiacchierata con Isabella Aguilar, la direttrice del progetto, e mi ha detto che stavo andando a interpretare un puro di cuore, una persona senza secondi fini, tenera, dolce, impaurita ma allo stesso tempo intelligente, con ambizioni di carriera nel giornalismo politico. E’ un personaggio che cambia nel corso della prima stagione, si evolve, ha un’altra consapevolezza, supera scogli insormontabili per lui, come dichiarare il proprio amore, dare il primo bacio e iniziare a sposare anche il punto di vista degli altri, perché è molto radicato nelle sue idee”.

Come hai costruito il personaggio?

“Essendo la serie ambientata nel 1962, epoca in cui era tutto diverso, dal modo di muoversi delle persone, che erano più plastiche e anche teatrali, al linguaggio in quanto si utilizzava un italiano che non c’è più, ho visto tante interviste ad attori dell’epoca e diversi film. Sono partito dalla costruzione del corpo di Matteo che è un ragazzo introverso, con una certa chiusura anche fisica, rispetto ad esempio a Simone che è più aperto. Abbiamo immaginato questi due fratelli come Superman e Clark Kent. Insieme a Lia Grieco, Guglielmo Poggi e Alessio Lapice, avendo i nostri personaggi la stessa provenienza sociale, la borghesia medio-alta, abbiamo cercato di trovare un linguaggio comune che potesse ricordare quello dell’epoca, con qualche scivolata in romanesco. E poi abbiamo costruito i rapporti tra di loro, in particolare con Rosa e Simone. E’ stato molto divertente, ci siamo trovati subito bene. Si è formata una famiglia sul set e con i miei colleghi mi vedo quasi tutti i giorni”.

Dalla serie traspare un messaggio importante, cioè che al di là della classe sociale a cui appartieni conta la determinazione nel decidere chi vuoi essere e nell’inseguire i propri sogni…

“E’ un valore assolutamente universale. Per questo mi sento di dire che Luna Park è una serie femminista, perché le sue protagoniste sono emancipate, coraggiosissime in un’epoca in cui tutto era molto costretto. Rosa, Nora (Simona Tabasco) ma anche Simone (Alessio Lapice) sono molto più liberi rispetto a Matteo e Giggi (Gugliemo Poggi) che sono più legati alla famiglia, all’educazione che hanno avuto, ad un modo di essere formale e di facciata ma entrambi fanno un salto avanti in nome della verità. Matteo pretende di sapere come stanno realmente le cose, Giggi si gioca la carriera in tv davanti a tantissimi spettatori”.

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credit foto Netflix

Cosa ti affascina maggiormente degli anni Sessanta? 

“Mi affascina la ricchezza di arte di quell’epoca, la letteratura, il cinema, la musica, il teatro, la stessa tv che era fatta benissimo, c’erano Milleluci, Gassmann con il Mattatore, Mina, Caterina Valente, Celentano, era un periodo straordinario. Sono stati gli anni del Dopoguerra e le persone avevano bisogno di creare e di sognare”.

Quali punti di contatto, secondo te, ci sono tra la tua generazione e quella degli anni Sessanta raccontata nella serie?

“Penso che il punto di contatto tra la mia generazione e quella degli anni Sessanta sia la voglia di vita, soprattutto dopo due anni così assurdi, di creare, di produrre perché spesso ci è negato farlo per una serie di problemi sociali ed economici che ci sono in ogni campo. Abbiamo la stessa fame e ambizione”.

Nella colonna sonora di “Luna Park” sono presenti brani di Gino Paoli, Celentano, Ornella Vanoni. Collegandomi a questo e sapendo che sei un grande appassionato di musica e che suoni la chitarra, ti chiedo quali sono i cantautori che preferisci ascoltare?

“La musica è stata il mio amore primordiale. Ho questi primi ricordi di me bambino, in una chiesa, seduto di fianco a mio padre che è un musicista e suona musica barocca e dei viaggi fatti insieme durante i vari festival. E’ un genere che oggi non ascolto più ma sono nato con le note nelle orecchie. Oggi mi piace il cantautorato estero folk, da Bob Dylan a Bon Iver. Le mie giornate non sono mai prive di colonne sonore”.

Com’è nata invece la passione per la recitazione?

“A 10 anni abbiamo fatto un cortometraggio con la scuola elementare e da lì è partito il tarlo della recitazione. Da piccolo mi piaceva guardare i film e ripetere le scene a memoria, fare il buffone, poi a 13 anni ho frequentato un corso di teatro per ragazzi e sono rimasto folgorato dalle sensazioni che mi dava, mi riempiva di adrenalina, mi piacevano le persone che incontravo. Quindi sono entrato in Accademia, alla Silvio D’Amico, e ho capito che volevo fare sul serio questo lavoro”.

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credit foto Donatella Franciosi

Che ricordo hai della prima volta in cui sei salito sulle tavole del palcoscenico teatrale portando in scena uno spettacolo?

“Il mio primo vero spettacolo, al di là dei saggi, risale al 2013. Durante l’Accademia, insieme ad un mio caro amico, abbiamo fatto la regia di un testo di Aldo Nicolai al Teatro dell’Orologio ed eravamo anche in scena. Abbiamo montato la pièce da zero e l’abbiamo preparata a casa sua, in Puglia, è stata una delle emozioni più grandi della mia vita, perché ci abbiamo messo il cuore. Eravamo dietro le quinte, sui due lati del palcoscenico, ci guardavamo, le persone erano in sala a vedere la nostra creatura, si sono spente le luci e si è acceso l’occhio di bue su una sedia per quella che era la scena iniziale, e non ho capito più niente. Sono entrato in un’altra dimensione. Questa emozione torna sempre fortissima ogni volta che ho la prima di uno spettacolo. Il teatro è un mestiere diverso rispetto al cinema, ma entrambi hanno dei lati emozionanti e vorrei riuscire ad accostarli nel mio percorso”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Ad ottobre sarò all’estero per un progetto musicale su Dante, con mio padre e un cantante, leggerò dei canti della Divina Commedia, un sonetto, una cronaca storica. Andremo in Olanda e in Lussemburgo, e poi sto aspettando delle risposte per altri lavori”.

A proposito di teatri e cinema e della questione legata alla capienza delle sale non ancora al 100%, qual è la tua posizione?

“Sono molto arrabbiato perché non mi sono mai sentito sicuro come in una sala teatrale. In treno, allo stadio, al ristorante vediamo spesso persone che chiacchierano e tolgono la mascherina, al teatro questo non accade e ci sono tanti controlli. Non sono mai stato favorevole alle chiusura delle sale, eccetto nel periodo più critico della pandemia, perché i dati hanno dimostrato che non ci sono stati contagi e le regole venivano rispettate. Il teatro è un settore che ha bisogno di essere sostenuto dal pubblico in quanto non ha le capacità economiche del cinema o del calcio e soprattutto è una delle espressioni più alte della cultura”.

Un sogno nel cassetto…

“Sono amante del cinema inglese e americano, mi ha sempre affascinato tanto. Un paio di volte sono andato vicino a prendere dei ruoli per serie straniere e sogno di poter lavorare in progetti internazionali. Sarebbe una bellissima sfida”.

di Francesca Monti

credit foto Donatella Franciosi

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