Intervista con Andrea Tidona: “Dopo un anno e mezzo confinati sentivo il bisogno e il piacere di tornare a recitare dal vivo”

Attore poliedrico e amato dal pubblico, Andrea Tidona è stato recentemente protagonista a teatro dello spettacolo “Il Miles di Plauto” con la regia di Armando Pugliese e ha preso parte in tv al film “Sorelle per sempre”, andato in onda su Rai 1.

Nel corso della sua meravigliosa carriera ha recitato in pellicole di successo come “La vita è bella”, “I cento passi” e “La meglio gioventù”, per il quale ha vinto il Nastro d’Argento come miglior attore protagonista, “Il 7 e l’8” e “Il delitto Mattarella”, solo per citarne alcune, e in famose serie come “Il giovane Montalbano”, “Distretto di polizia”, “Il Capitano”, “Alcide De Gasperi”, “Paolo Borsellino”, “Braccialetti Rossi”, “Il giudice meschino”, “Le mani dentro la città”.

In questa piacevole chiacchierata Andrea Tidona ci ha parlato dell’emozione vissuta tornando a recitare sul palco dopo la pandemia, ma anche di poesia e di doppiaggio, regalandoci infine un ricordo di Virna Lisi con cui ha avuto modo di lavorare nel film “Le ali della vita”.

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credit foto Teatro della Città

Andrea, ha portato in scena “Il Miles di Plauto” interpretando Pir­go­po­li­ni­ce, con la regia di Armando Pugliese, in una versione ambientata non nella tradizionale piazza di Efeso ma in una strada statale…

“E’ stato molto divertente e interessante fare questo spettacolo, nonostante la fatica per il caldo infernale che c’era quest’estate in Sicilia. Fare le prove a Catania con 43 gradi non è stato semplice. Il Miles di Plauto iniziava con la luce naturale, dunque gli altri attori si sono acconciati con costumi più leggeri, io invece avevo la divisa e il casco e già grondavo prima di salire sul palco (sorride). Tra l’altro dovevamo stare quattro giorni a Segesta e dovevo rinfrescare un monologo che avrei dovuto mettere in scena appena finite le repliche del Miles, quindi avevo scelto un agriturismo vicino al sito archeologico con l’intenzione di studiare sotto gli alberi, in realtà sono rimasto chiuso in camera tutto il tempo perché era impossibile stare fuori per l’afa e la calura. L’adattamento del Miles è particolare. Armando Pugliese ha avuto questa bellissima idea di ambientare la storia, che era esattamente quella di Plauto, in una pompa di benzina abbandonata lungo una statale. Miles abita in un camion e gli altri personaggi sono dei trucidoni che stanno in mezzo alla monnezza, alle lattine, a buste di plastica. Era una sorta di “brutti, sporchi e cattivi”. Il pubblico ha apprezzato molto, anche per il linguaggio dello spettacolo che aveva un taglio di un certo tipo ma portato al contemporaneo. Mi sono trovato benissimo con tutta la compagnia. Il teatro è come un matrimonio, nel momento in cui inizi le prove sei a stretto contato con gli altri artisti, lo stare in scena e fuori scena è fondamentale allo stesso modo dal punto di vista umorale e della resa. Con Gianfelice Imparato che faceva Palestrione, il maneggione che organizza tutto ai danni del Miles, ci siamo detti che è stato piacevole per entrambi lavorare insieme per la prima volta e che saremmo felici di ripetere l’esperienza con un altro testo”.

Com’è stato tornare a teatro dopo la pandemia?

“Dopo un anno e mezzo confinati c’era il bisogno e il piacere di tornare a recitare dal vivo a teatro. Mi sono rifiutato di partecipare a spettacoli in streaming, perché non vedi chi ti ascolta, non capisci se il pubblico ti stia seguendo, se sia interessato o meno. Fare teatro in quel modo non si può, ci deve essere uno scambio emozionale e di energia che si ha solo in presenza”.

L’abbiamo vista poi in tv nel film di Andrea Porporati “Sorelle per sempre” andato in onda su Rai 1, tratto da una storia vera che raccontava di uno scambio in culla… 

“E’ stato un bel progetto, conoscevo gli attori che facevano parte del cast ed è stato un piacere lavorare con loro. Inoltre da tempo con Porporati volevamo fare qualcosa insieme e finalmente ci siamo riusciti. Tra l’altro avevo recitato in passato nel film “Il 7 e l’8″ in cui si parlava di uno scambio nella culla, e quindi sono passato da una versione comica ad una drammatica. Parlando con Ficarra e Picone ricordo che dicevano che l’ispirazione per la pellicola era arrivata da questo fatto di cronaca a cui loro avevano dato un tono più leggero. Ho conosciuto i veri protagonisti della vicenda e ho chiesto come fossero andate realmente le cose. Penso che valga la pena raccontare queste storie e partecipare a simili progetti. Già leggendo la sceneggiatura mi sono emozionato e con la bravura degli attori e della regia penso sia stato raggiunto un ottimo risultato. L’anagrafe mi condanna piacevolmente al ruolo di nonno, che ho già affrontato in passato e che mi fa piacere impersonare”.

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Ha preso parte anche all’evento di inaugurazione a Torino della mostra fotografica “Le case del Poeta – viaggio nel Cile di Pablo Neruda” leggendo l’Orazione che il grande poeta ha tenuto all’Accademia di Stoccolma nel 1971 in occasione della consegna del Nobel. Qual è il suo rapporto con la poesia e qual è la sua opera preferita tra quelle di Neruda? 

“Ho un rapporto strano con la poesia, la amo ma al contempo il mestiere di attore mi porta via parecchio tempo. A volte per ragioni di lavoro e per mia abitudine vado ad approfondire un autore. Poi tendenzialmente ho la mania dei saggi, per cui vado a corrente alternata. Ad esempio ora mi sono ributtato sulla poesia. Di Neruda mi piace “I versi del capitano”, con queste poesie dedicate al suo amore storico, e poi ho letto con grande piacere “Confesso che ho vissuto”. Mi ha molto colpito anche questo discorso splendido che tenne in occasione del Nobel, che pur essendo in prosa aveva passaggi poetici non indifferenti e un impegno sociale e una forza tali che non verrebbe nemmeno da pensare che sia stato pronunciato davanti all’Accademia di Svezia perché secondo me c’è anche un atto di critica, di denuncia politica forte, in una forma estremamente bella e poetica”.

Cosa ci racconta invece riguardo lo spettacolo “Go Max Go: una vita appesa a un feeling” di cui ha curato la regia?

“Non sono un regista ma in quel caso si trattava di fare una scaletta di brani musicali e letture e scegliere un po’ di immagini da inserire insieme a Paola Musa, l’autrice del romanzo da cui è stato tratto poi il testo. Io ci ho messo mano, perché ci fosse più scioltezza e meno letterarietà e didascalismo. Questo è stato il mio apporto. E poi ho partecipato come attore nella lettura. Non ci sono molti spazi in giro dove si possano fare presentazioni del genere ed è un peccato. Massimo Urbani era un personaggio straordinario, sia artisticamente che umanamente”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnato?

“Al momento non c’è nulla di concreto, anche se tra i progetti ci sarebbero un’Ifigenia in Aulide e La Città morta di D’Annunzio, ma sono ancora in via di discussione”.

Il 21 ottobre “Un Posto al sole” ha compiuto 25 anni. Lei ha recitato nella soap in passato nel ruolo di Salvatore, che esperienza è stata?

“Sono stato impegnato circa tre mesi sul set di “Un Posto al sole”. Ogni esperienza per me è importante, in quel caso ricordo che ho fatto di necessità virtù perché i ritmi sono paurosi, si gira quasi senza sosta, molte scene erano in esterna e devi prendere per forza il tempo perché devi curare molto i dettagli. Ho avuto a che fare con attori splendidi e simpatici, con cui avevo fatto anche esperienze a teatro, e mi sono trovato bene con loro e con i registi”.

Tra i vari lavori a cui ha preso parte nella sua carriera c’è anche “Le ali della vita”. Che ricordo conserva di Virna Lisi?

“Era una donna bellissima, che colpiva e intimoriva per certi versi. Di lei mi piaceva il fatto che aveva accettato la trasformazione della sua bellezza con il passare degli anni, e questo le dava un aplomb straordinario. Era un’attrice fantastica, una persona semplice, rigorosa. Ne “Le ali della vita” abbiamo girato due scene insieme e conservo un bel ricordo. E’ stata una fortuna poter lavorare con lei”.

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Parlando infine di doppiaggio, c’è un attore che le ha dato più soddisfazione doppiare?

“Quello che mi ha dato più soddisfazione in quanto era difficilissimo, per ammissione stessa di Gabriele Salvatores, è stato John Malkovich. Ricordo che hanno fatto dei provini perché il regista voleva scegliere la voce più adatta e non doveva essere un doppiatore di professione. Così sono stato selezionato, con mia grande sorpresa, e ho lavorato con Francesco Vairano che era alla direzione del doppiaggio e con il resto del team. E’ stata una fatica immane, perché si andava ad una velocità forsennata. Avevi il tempo di vedere il film, prima con l’audio, poi muto, lo ascoltavi in cuffia, provavi a vedere se riuscivi ad andare dietro alle battute e facevi un tentativo. Nonostante tutto siamo riusciti a realizzare un buon lavoro, perché Malkovich parlava con una lentezza a tratti esasperante. Quando vedo i film in cui ho fatto il doppiaggio e sento la mia voce resto sempre stupito e dico: “ma sono veramente io che parlo?”. Non mi sembra vero (sorride)”.

di Francesca Monti

credit foto sito www.andreatidona.com

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