Papa Francesco, nel viaggio apostolico a Cipro e in Grecia, ha celebrato la Santa Messa presso il “GSP Stadium” a Nicosia, ricordando ai fedeli che il tratto distintivo della vita cristiana è pensare, parlare, agire come un “noi”. Infatti abbiamo bisogno di metterci l’uno accanto all’altro, di condividere le ferite, di affrontare insieme la strada:
“Due ciechi, mentre Gesù passa, gli gridano la loro miseria e la loro speranza: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!» (Mt 9,27). “Figlio di Davide” era un titolo attribuito al Messia, che le profezie annunciavano della stirpe di Davide. I due protagonisti del Vangelo odierno, dunque, sono ciechi, eppure vedono ciò che più conta: riconoscono Gesù come Messia venuto nel mondo. Soffermiamoci su tre passaggi di questo incontro. Possono aiutarci, in questo cammino d’Avvento, ad accogliere a nostra volta il Signore che viene, il Signore che passa.
Il primo passaggio: andare da Gesù per guarire. Il testo dice che i due ciechi gridavano al Signore mentre lo seguivano (cfr v. 27). Non lo vedono ma ascoltano la sua voce e seguono i suoi passi. Cercano nel Cristo quello che avevano preannunciato i profeti, cioè i segni di guarigione e di compassione di Dio in mezzo al suo popolo. A questo proposito aveva scritto Isaia: «Si apriranno gli occhi dei ciechi» (35,5). E un’altra profezia, contenuta nella prima Lettura di oggi: «Liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno» (29,18). I due del Vangelo si fidano di Gesù e lo seguono in cerca di luce per i loro occhi.
E perché, fratelli e sorelle, queste due persone si fidano di Gesù? Perché percepiscono che, nel buio della storia, Egli è la luce che illumina le notti del cuore e del mondo, che sconfigge le tenebre e vince ogni cecità. Anche noi, lo sappiamo, portiamo nel cuore delle cecità. Anche noi, come i due ciechi, siamo viandanti spesso immersi nelle oscurità della vita. La prima cosa da fare è andare da Gesù, come Lui stesso chiede: «Venite a me voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Chi di noi non è in qualche modo stanco e oppresso? Tutti. Però facciamo resistenza a incamminarci verso Gesù; tante volte preferiamo rimanere chiusi in noi stessi, stare soli con le nostre oscurità, piangerci un po’ addosso, accettando la cattiva compagnia della tristezza. Gesù è il medico: solo Lui, la luce vera che illumina ogni uomo (cfr Gv 1,9), Lui ci dà l’abbondanza di luce, di calore, di amore. Solo Lui libera il cuore dal male. Possiamo domandarci: mi rinchiudo nel buio della malinconia, che dissecca le sorgenti della gioia, oppure vado da Gesù e gli porto la mia vita? Seguo Gesù, lo “inseguo”, gli grido i miei bisogni, gli consegno le mie amarezze? Facciamolo, diamo a Gesù la possibilità di guarirci il cuore. Questo è il primo passaggio; la guarigione interiore ne richiede altri due.
Il secondo è portare insieme le ferite. In questo racconto evangelico non c’è la guarigione di un solo cieco, come ad esempio nei casi di Bartimeo (cfr Mc 10,46-52) o del cieco nato (cfr Gv 9,1-41). Qui i ciechi sono due. Si trovano insieme sulla strada. Insieme condividono il dolore per la loro condizione, insieme desiderano una luce che possa accendere un bagliore nel cuore delle loro notti. Il testo che abbiamo ascoltato è sempre al plurale, perché i due fanno tutto insieme: entrambi seguono Gesù, entrambi gridano verso di Lui e chiedono la guarigione; non ciascuno per sé stesso, ma insieme. È significativo che dicano a Cristo: abbi pietà di noi. Usano il “noi”, non dicono “io”. Non pensano ciascuno alla propria cecità, ma chiedono aiuto insieme. Ecco il segno eloquente della vita cristiana, ecco il tratto distintivo dello spirito ecclesiale: pensare, parlare, agire come un “noi”, uscendo dall’individualismo e dalla pretesa di autosufficienza che fanno ammalare il cuore.
I due ciechi, con la condivisione delle loro sofferenze e con la loro fraterna amicizia, ci insegnano tanto. Ciascuno di noi è in qualche modo cieco a causa del peccato, che ci impedisce di “vedere” Dio come Padre e gli altri come fratelli. Questo fa il peccato, distorce la realtà: ci fa vedere Dio come padrone e gli altri come problemi. È l’opera del tentatore, che falsifica le cose e tende a mostrarcele sotto una luce negativa per gettarci nello sconforto e nell’amarezza. E la brutta tristezza, che è pericolosa e non viene da Dio, si annida bene nella solitudine. Dunque, non si può affrontare il buio da soli. Se portiamo da soli le nostre cecità interiori, veniamo sopraffatti. Abbiamo bisogno di metterci l’uno accanto all’altro, di condividere le ferite, di affrontare insieme la strada.
Cari fratelli e sorelle, dinanzi a ogni oscurità personale e alle sfide che abbiamo davanti nella Chiesa e nella società, siamo chiamati a rinnovare la fraternità. Se restiamo divisi tra di noi, se ciascuno pensa solo a sé o al suo gruppo, se non ci stringiamo insieme, non dialoghiamo, non camminiamo uniti, non possiamo guarire pienamente dalle cecità. La guarigione viene quando portiamo insieme le ferite, quando affrontiamo insieme i problemi, quando ci ascoltiamo e ci parliamo. E questa è la grazia di vivere in comunità, di capire il valore di essere insieme, di essere in comunità. Lo chiedo per voi: possiate stare sempre insieme, essere sempre uniti; andare avanti così e con gioia: fratelli cristiani, figli dell’unico Padre. E lo chiedo anche per me.
Ed ecco il terzo passaggio: annunciare il Vangelo con gioia. Dopo essere stati guariti insieme da Gesù, i due protagonisti anonimi del Vangelo, nei quali possiamo rispecchiarci, iniziano a diffondere la notizia in tutta la regione, a parlarne dappertutto. C’è un po’ di ironia in questo fatto: Gesù aveva raccomandato loro di non dire niente a nessuno, ma essi fanno l’esatto contrario (cfr Mt 9,30-31). Dal racconto si capisce, però, che non è loro intenzione disobbedire al Signore; semplicemente non riescono a contenere l’entusiasmo di essere stati risanati, la gioia per quanto hanno vissuto nell’incontro con Lui. E qui c’è un altro segno distintivo del cristiano: la gioia del Vangelo, che è incontenibile, «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 1); la gioia del Vangelo libera dal rischio di una fede intimista, seriosa, lamentosa, e immette nel dinamismo della testimonianza.
Carissimi, è bello vedervi e vedere che vivete con gioia l’annuncio liberante del Vangelo. Vi ringrazio per questo. Non si tratta di proselitismo – per favore, non fare mai proselitismo! – ma di testimonianza; non di moralismo che giudica – no, non farlo – ma di misericordia che abbraccia; non di culto esteriore, ma di amore vissuto. Vi incoraggio ad andare avanti su questa strada: come i due ciechi del Vangelo, rinnoviamo anche noi l’incontro con Gesù e usciamo da noi stessi senza paura per testimoniarlo a quanti incontriamo! Usciamo a portare la luce che abbiamo ricevuto, usciamo a illuminare la notte che spesso ci circonda! Fratelli e sorelle, c’è bisogno di cristiani illuminati ma soprattutto luminosi, che tocchino con tenerezza le cecità dei fratelli; che con gesti e parole di consolazione accendano luci di speranza nel buio. Cristiani che seminino germogli di Vangelo nei campi aridi della quotidianità, che portino carezze nelle solitudini della sofferenza e della povertà.
Fratelli, sorelle, il Signore Gesù passa, passa anche per le nostre strade di Cipro, ascolta il grido delle nostre cecità, vuole toccare i nostri occhi, vuole toccare il nostro cuore, farci venire alla luce, rinascere, rialzarci dentro: questo vuole fare Gesù. E rivolge anche a noi la domanda che fece ai quei ciechi: «Credete che io possa fare questo?» (Mt 9,28). Crediamo che Gesù possa fare questo? Rinnoviamo la nostra fiducia in Lui! Diciamogli: Gesù, crediamo che la tua luce è più grande di ogni nostra tenebra; crediamo che Tu puoi guarirci, che Tu puoi rinnovare la nostra fraternità, che puoi moltiplicare la nostra gioia; e con tutta la Chiesa Ti invochiamo, tutti insieme: Vieni, Signore Gesù! [tutti ripetono: “Vieni, Signore Gesù!”] Vieni, Signore Gesù! [tutti: “Vieni, Signore Gesù!”] Vieni, Signore Gesù! [tutti: “Vieni, Signore Gesù!”]”.

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Il Pontefice si è poi recato presso la Chiesa parrocchiale di Santa Croce a Nicosia per la preghiera con i migranti:
“Cari fratelli e sorelle! È una grande gioia trovarmi qui con voi e concludere la mia visita a Cipro con questo incontro di preghiera. Ringrazio i Patriarchi Pizzaballa e Béchara Raï, come pure la Signora Elisabeth della Caritas. Saluto con affetto e riconoscenza i Rappresentanti delle diverse confessioni cristiane presenti a Cipro.
Un grande “grazie” dal cuore desidero dire a voi, giovani migranti, che avete dato le vostre testimonianze. Le avevo ricevute in anticipo circa un mese fa e mi avevano colpito tanto, e anche oggi mi hanno commosso, un’altra volta, a sentirle. Ma non è solo emozione, è molto di più: è la commozione che viene dalla bellezza della verità. Come quella di Gesù quando esclamò: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti, ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Anch’io rendo lode al Padre celeste perché questo accade oggi, qui – come pure in tutto il mondo –: ai piccoli Dio rivela il suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace.
Dopo aver ascoltato voi, comprendiamo meglio tutta la forza profetica della Parola di Dio che, attraverso l’apostolo Paolo, dice: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi, familiari di Dio» (Ef 2,19). Parole scritte ai cristiani di Efeso – non lontano da qui! –; molto distanti nel tempo, ma parole vicinissime, più attuali che mai, come scritte oggi per noi: “Voi non siete stranieri, ma concittadini”. Questa è la profezia della Chiesa: una comunità che – con tutti i limiti umani – incarna il sogno di Dio. Perché anche Dio sogna, come te, Mariamie, che vieni dalla Repubblica Democratica del Congo e ti sei definita “piena di sogni”. Come te Dio sogna un mondo di pace, in cui i suoi figli vivono come fratelli e sorelle. Dio vuole questo, Dio sogna questo. Siamo noi a non volerlo.
La vostra presenza, fratelli e sorelle migranti, è molto significativa per questa celebrazione. Le vostre testimonianze sono come uno “specchio” per noi, comunità cristiane. Quando tu, Thamara, che vieni dallo Sri Lanka, dici: “Spesso mi viene chiesto chi sono”: la brutalità della migrazione mette in gioco la propria identità. “Ma io sono questo? Non lo so… Dove sono le mie radici? Chi sono?”. E quando dici questo, ci ricordi che anche a noi a volte viene posta questa domanda: “Chi sei tu?”. E purtroppo spesso si intende dire: “Da che parte stai? A quale gruppo appartieni?”. Ma come ci hai detto tu, non siamo numeri, non siamo individui da catalogare; siamo “fratelli”, “amici”, “credenti”, “prossimi” gli uni degli altri. Ma quando gli interessi di gruppo o gli interessi politici, anche delle Nazioni, spingono, tanti di noi si trovano messi da parte, senza volerlo, schiavi. Perché l’interesse sempre schiavizza, sempre crea schiavi. L’amore, che è largo, che è contrario all’odio, l’amore ci fa liberi.
Quando tu, Maccolins, che vieni dal Camerun, dici che nel corso della tua vita sei stato “ferito dall’odio”, tu stai parlando di questo, di queste ferite degli interessi; e ci ricordi che l’odio ha inquinato anche le nostre relazioni tra cristiani. E questo, come hai detto tu, lascia il segno, un segno profondo, che dura a lungo. È un veleno. Sì, l’hai fatto sentire tu, con la tua passione: l’odio è un veleno da cui è difficile disintossicarsi. E l’odio è una mentalità distorta, che invece di farci riconoscere fratelli, ci fa vedere come avversari, come rivali, quando non come oggetti da vendere o da sfruttare.
Quando tu, Rozh, che vieni dall’Iraq, dici che sei “una persona in viaggio”, ci ricordi che anche noi siamo comunità in viaggio, siamo in cammino dal conflitto alla comunione. Su questa strada, che è lunga ed è fatta di salite e discese, non devono farci paura le differenze tra noi, ma piuttosto sì, devono farci paura le nostre chiusure, i nostri pregiudizi, che ci impediscono di incontrarci veramente e di camminare insieme. Le chiusure e i pregiudizi ricostruiscono tra noi quel muro di separazione che Cristo ha abbattuto, cioè l’inimicizia (cfr Ef 2,14). E allora il nostro viaggio verso la piena unità può fare dei passi avanti nella misura in cui, tutti insieme, teniamo lo sguardo fisso su Gesù, su di Lui, che è «la nostra pace» (ibid.), che è la «pietra d’angolo» (v. 20). E Lui, il Signore Gesù, ci viene incontro con il volto del fratello emarginato e scartato. Con il volto del migrante disprezzato, respinto, ingabbiato, sfruttato… Ma anche – come hai detto tu – del migrante che è in viaggio verso qualcosa, verso una speranza, verso una convivenza più umana.
E così Dio ci parla attraverso i vostri sogni. Il pericolo è che tante volte non lasciamo entrare i sogni, in noi, e preferiamo dormire e non sognare. È tanto facile guardare da un’altra parte. E in questo mondo ci siamo abituati a quella cultura dell’indifferenza, a quella cultura del guardare da un’altra parte, e addormentarci così, tranquilli. Ma per questa strada mai si può sognare. È duro. Dio parla attraverso i vostri sogni. Dio non parla attraverso le persone che non possono sognare niente, perché hanno tutto o perché il loro cuore si è indurito. Dio chiama anche noi a non rassegnarci a un mondo diviso, a non rassegnarci a comunità cristiane divise, ma a camminare nella storia attratti dal sogno di Dio, cioè un’umanità senza muri di separazione, liberata dall’inimicizia, senza più stranieri ma solo concittadini, come ci diceva Paolo nel brano che ho citato. Diversi, certo, e fieri delle nostre peculiarità; fieri di essere diversi, di queste peculiarità che sono dono di Dio. Diversi, fieri di esserlo, ma sempre riconciliati, sempre fratelli.
Possa quest’isola, segnata da una dolorosa divisione – sto guardando il muro, lì [attraverso il portale aperto della chiesa] – possa diventare con la grazia di Dio laboratorio di fraternità. Io ringrazio tutti coloro che lavorano per questo. Pensare che quest’Isola è generosa, ma non può fare tutto, perché il numero di gente che arriva è superiore alle sue possibilità di inserire, di integrare, di accompagnare, di promuovere. La sua vicinanza geografica facilita…, ma non è facile. Dobbiamo capire i limiti a cui i governanti di quest’Isola sono legati. Ma sempre c’è in questa Isola, e l’ho visto nei responsabili che ho visitato, [l’impegno] di diventare, con la grazia di Dio, laboratorio di fraternità. E lo potrà essere a due condizioni. La prima è l’effettivo riconoscimento della dignità di ogni persona umana (cfr Enc. Fratelli tutti, 8). La nostra dignità non si vende, non si affitta, non va perduta. La fronte alta: io sono degno figlio di Dio. L’effettivo riconoscimento della dignità di ogni persona umana: questo è il fondamento etico, un fondamento universale che è anche al centro della dottrina sociale cristiana. La seconda condizione è l’apertura fiduciosa a Dio Padre di tutti; e questo è il “lievito” che siamo chiamati a portare come credenti (cfr ibid., 272).
A queste condizioni è possibile che il sogno si traduca in un viaggio quotidiano, fatto di passi concreti dal conflitto alla comunione, dall’odio all’amore, dalla fuga all’incontro. Un cammino paziente che, giorno dopo giorno, ci fa entrare nella terra che Dio ha preparato per noi, la terra dove, se ti domandano: “Chi sei?”, puoi rispondere a viso aperto: “Guarda, sono tuo fratello: non mi conosci?”. E andare così, lentamente.
Ascoltando voi, guardandovi in faccia, la memoria va oltre, va alle sofferenze. Voi siete arrivati qui: ma quanti dei vostri fratelli e delle vostre sorelle sono rimasti per strada? Quanti disperati iniziano il cammino in condizioni molto difficili, anche precarie, e non sono potuti arrivare? Possiamo parlare di questo mare che è diventato un grande cimitero. Guardando voi, guardo le sofferenze del cammino, tanti che sono stati rapiti, venduti, sfruttati…, ancora sono in cammino, non sappiamo dove. È la storia di una schiavitù, una schiavitù universale. Noi guardiamo cosa succede, e il peggio è che ci stiamo abituando a questo. “Ah, sì, oggi è affondato un barcone, lì… tanti dispersi…”. Ma guarda che questo abituarsi è una malattia grave, è una malattia molto grave e non c’è antibiotico per questa malattia! Dobbiamo andare contro questo vizio dell’abituarsi a leggere queste tragedie nei giornali o sentirli in altri media. Guardando voi, penso a tanti che sono dovuti tornare indietro perché li hanno respinti e sono finiti nei lager, veri lager, dove le donne sono vendute, gli uomini torturati, schiavizzati… Noi ci lamentiamo quando leggiamo le storie dei lager del secolo scorso, quelli dei nazisti, quelli di Stalin, ci lamentiamo quando vediamo questo e diciamo: “ma come mai è successo questo?”. Fratelli e sorelle: sta succedendo oggi, nelle coste vicine! Posti di schiavitù. Ho guardato alcune testimonianze filmate di questo: posti di tortura, di vendita di gente. Questo lo dico perché è responsabilità mia aiutare ad aprire gli occhi. La migrazione forzata non è un’abitudine quasi turistica: per favore! E il peccato che abbiamo dentro ci spinge a pensarla così: “Mah, povera gente, povera gente!”. E con quel “povera gente” cancelliamo tutto. È la guerra di questo momento, è la sofferenza di fratelli e sorelle che noi non possiamo tacere. Coloro che hanno dato tutto quello che avevano per salire su un barcone, di notte, e poi… senza sapere se arriveranno… E poi, tanti respinti per finire nei lager, veri posti di confinamento e di tortura e di schiavitù.
Questa è la storia di questa civiltà sviluppata, che noi chiamiamo Occidente. E poi – scusatemi, ma vorrei dire quello che ho nel cuore, almeno per pregare l’uno per l’altro e fare qualcosa – poi, i fili spinati. Uno lo vedo qui: questa è una guerra di odio che divide un Paese. Ma i fili spinati, in altre parti dove ci sono, si mettono per non lasciare entrare il rifugiato, quello che viene a chiedere libertà, pane, aiuto, fratellanza, gioia, che sta fuggendo dall’odio e si trova davanti a un odio che si chiama filo spinato. Che il Signore risvegli la coscienza di tutti noi davanti a queste cose.
E scusatemi se ho detto le cose come sono, ma non possiamo tacere e guardare dall’altra parte, in questa cultura dell’indifferenza. Che il Signore benedica tutti voi! Grazie”.
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