Mercoledì 19 gennaio alle ore 18.30 a Padova è in programma la proiezione del docufilm “Storie di piombo” di Toni Andreetta: “Ho cercato di dare respiro a ciò che rimane, come emozione, nella memoria di quegli anni difficili e pericolosi”

Mercoledì 19 gennaio, alle ore 18.30, a Padova presso il Centro Studi sull’Etnodramma, Via Beato Pellegrino, 37 è in programma la proiezione del docufilm “Storie di piombo” di Toni Andreetta, presentato nello spazio espositivo della Regione alla 73. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

La serata sarà introdotta dal politologo Marco Almagisti dell’Università di Padova alla presenza dell’autore. Raccontare gli anni di piombo con la voce e l’esperienza di chi quegli anni li ha vissuti da vicino è il lavoro di Toni Andreetta, che ripercorre la vita sociale e politica della città euganea alla fine degli anni ’70.

Toni, com’è nata l’idea di raccontare la Padova degli anni di piombo?

“Era da tempo che avvertivo la spinta a documentare, attraverso i racconti e le immagini della Padova di allora, quanto di quegli anni rimane nella memoria della gente. Non si tratta di una ricostruzione storica documentaria di quegli anni, ma ho cercato di dare respiro a ciò che rimane, come emozione, nella memoria di quegli anni difficili e pericolosi, quando Padova era divenuta “città laboratorio” per gruppi sovversivi ed eversivi, di sinistra ma anche, in misura non certo minore, di destra”.

Qual è stata la chiave di volta per la realizzazione di questo docufilm?

“La spinta per iniziare questo lavoro mi fu offerta dal sociologo Sabino Acquaviva, scomparso nel 2015, che, poco prima di morire, mi sollecitò a raccogliere e filmare in una lunga intervista alcune sue riflessioni sugli anni di piombo, e fu così che elaborai una sceneggiatura che intesi anche come una sorta di omaggio ad Acquaviva, scienziato e scrittore di fama internazionale”.

Come ha conosciuto il sociologo Sabino Acquaviva?

“Alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, ricordo Sabino Acquaviva, mio docente di sociologia, molto impegnato sul piano scientifico con pubblicazioni tradotte in molte lingue, principalmente fu attento osservatore dei fenomeni religiosi e delle motivazioni profonde che conducono alla lotta armata, da cui uscì il suo fortunato libro “Il seme religioso della rivolta”, ma fu in particolare il suo saggio “L’eclissi del sacro nella civiltà industriale” che lo rese famoso nel mondo”.

Cosa l’ha colpita degli studi effettuati da Acquaviva?

“In quel periodo Acquaviva fu senza dubbio protagonista di primo piano sul piano accademico e mediatico nell’acceso dibattito sul terrorismo e, in quanto preside della facoltà di Scienze Politiche a Padova, negli anni 1977-1978, ebbe modo di osservare da vicino il nascere e il montare di una rivolta che sconvolse l’Italia. A contatto diretto con gli studenti cercò di analizzare in modo approfondito le motivazioni profonde che inducevano molti giovani alla rivolta. Da questo studio raccolse la documentazione e le testimonianze per il suo libro “Sinfonia in rosso””.

E quali furono le conclusioni a cui arrivò?

“Dall’osservazione sul campo di quel periodo Acquaviva maturò la convinzione che gli strumenti ideologici di sovversione e rivoluzione, ispirati al marxismo-leninismo, utilizzati dai ribelli di allora, appartenevano al passato, quindi destinati al fallimento. Mentre forse il futuro del mondo si stava preparando in altre sedi, ovvero nei laboratori, nei centri di ricerca scientifica, tra coloro che lavoravano senza avere coscienza del significato politico di quanto andavano facendo. Per Acquaviva la vera rivoluzione che funziona e prepara il futuro è quella tecnico-scientifica”.

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