“Mi piacerebbe che attraverso l’arte poetica di una donna intelligente, rivoluzionaria per certi aspetti, ribelle ma al contempo fragile e tanto sofferente, uscisse anche l’amore che aveva per la vita e per gli esseri umani”. Giorgia Trasselli è la straordinaria protagonista dello spettacolo “Indagine su Alda Merini: non fu mai una donna addomesticabile”, in scena a Roma, al Teatro Marconi il 20 febbraio alle ore 17.45. Il testo è l’adattamento dell’omonimo libro scritto da Margherita Caravello, adattato e portato in scena con la regia di Antonio Nobili.
Giorgia Trasselli dà corpo e voce alla poetessa dei Navigli, supportata in scena da Margherita Caravello in veste di attrice e accompagnata dalle proiezioni su Alda Merini: un coro a tre voci per raccontare la verità di una donna che si sa, non è mai una sola.
Uno sguardo ravvicinato sulla poetessa più controversa e condivisa, amata e citata da un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. Alda Merini con la sua opera generosa ha raccontato un’epoca intera e una donna sola: se stessa, ma con una lente così particolare da parlare a tutti. Una donna che è diventata icona della femminilità più complessa e preziosa: un lungo internamento manicomiale, la difficoltà di conciliare il ruolo di moglie e madre con il desiderio di affermarsi come intellettuale in un tempo che fonda sul pregiudizio del normale le sue valutazioni di merito. Ma soprattutto si parla d’amore, che tutto può e che fa da motore ad ogni passo.
Giorgia Trasselli, entrata nel cuore del pubblico con il ruolo della Tata nella sitcom cult “Casa Vianello”, è attualmente anche tra i protagonisti della serie “Fosca Innocenti”, in onda il venerdì sera su Canale 5.

Giorgia Trasselli e Margherita Caravello
Giorgia, il 20 febbraio sarà in scena al Teatro Marconi di Roma con lo spettacolo “Indagine su Alda Merini: non fu mai una donna addomesticabile”, tratto dal libro di Margherita Caravello. Quale tratto della personalità di questa grande poetessa vorrebbe arrivasse al pubblico?
“La Merini diceva “più bella della poesia è stata la mia vita”. Mi piacerebbe che attraverso l’arte poetica di una donna intelligente, rivoluzionaria per certi aspetti, ribelle ma al contempo fragile e tanto sofferente, uscisse anche l’amore. Le scelte dei testi per lo spettacolo, che sono state fatte da Margherita Caravello che è l’autrice del libro da cui si ispira, raccontano l’amore per la vita, non solo quello per gli uomini, per i mariti, per le donne di cui parla e che incontrava sul Naviglio, ma in generale per gli esseri umani. Vorrei arrivasse la sua concezione di questo sentimento che è il motore portante di tutta l’esistenza”.
Tra le tematiche affrontate da Alda Merini nelle sue poesie ce ne sono molte attuali come la condizioni femminile o il contrasto tra lavoro e famiglia…
“Alda Merini ha precorso i tempi per quanto riguarda la parità e la condizione femminile, è stata un’antesignana di mille movimenti e argomenti riguardanti la donna, che nelle sue poesie appare come un essere umano capace di grandi rivoluzioni. Mi viene in mente ad esempio “Lavandaie” che leggo durante lo spettacolo e a cui sono molto affezionata, in cui parla delle lavandaie come eroine dei nostri tempi “sopravvissute al lutto della bomba di Hiroshima… ossequiose e prudenti fortissime nell’amore che sbattete indumenti come sbattete il cuore”. Alda Merini è portatrice di importanti temi e di rivoluzioni umane e sociali”.
Ha avuto modo di conoscere personalmente questa grande poetessa?
“Non ho conosciuto Alda Merini di persona ma attraverso le sue poesie e, frequentando Milano, attraverso le persone che l’hanno amata e incontrata, tra cui il pittore Lorenzo Maria Bottari che ne ha realizzato anche un ritratto stupendo”.

Un’altra caratteristica di Alda Merini era mostrarsi senza filtri, con le sue fragilità e i suoi difetti e questo è sinonimo di libertà. Penso che sia un messaggio importante in una società come quella di oggi in cui si tende alla perfezione e ad omologarsi a modelli di bellezza predefiniti…
“Questo è un altro aspetto della sua personalità. Non ha mai rinunciato, ed è un valore aggiunto, alla sua femminilità, alla sua civetteria, alla sua vanità. Siamo donne, perché negare a un essere umano di tenere al suo aspetto? Ma non ne ha mai fatto un discorso di perfezionismo stupido, o di vetrina, di specchietto per le allodole, si è sempre presentata com’era, magari spettinata, scompigliata, perché quella era la vita, il momento. Poi teneva ai suoi colori, ai suoi gioielli, ai suoi smalti. Questo ci fa capire quanto il voler essere femminile, aggraziata, fosse anche un riscatto rispetto a quello che aveva vissuto in manicomio, ma gli orpelli non definiscono una persona. Oggi c’è questa ricerca ossessiva del perfezionismo, essere una taglia 42 o 40 a tutti i costi, per aderire ad un modello, ad una simbologia stupida fatta da altri, non si sa per chi e per quale motivo. Forse per vendere un vestito in più? Sono domande che mi pongo e mi rattrista molto questa situazione perché dietro c’è anche una grande sofferenza. Essere se stessi, non volersi uniformare ad una massa non toglie nulla al fatto che una donna o un uomo possano tenere al proprio aspetto, sono cose che vanno a braccetto e Alda rispecchia in pieno questo pensiero: me ne infischio di essere uguale agli altri, sono me stessa ma se magari devo uscire mi vesto bene”.
Uno degli incontri importanti nella vita di Alda Merini è stato quello con Maurizio Costanzo che le ha permesso di essere reintegrata in una società che non l’aveva capita e che l’aveva messa ai margini…
“Fortunatamente ogni tanto ci sono delle persone intelligenti e avvedute che pensano alla sofferenza degli altri. Maurizio Costanzo invitò la Merini in tv e le fece ottenere il vitalizio in base alla Legge Bacchelli. E lei era molto grata perché non solo l’aveva portata in tv ma l’aveva ascoltata, l’aveva ritenuta sana di mente e quindi reintegrata nella società. Ci sono stati sicuramente dei momenti di crisi però all’epoca, se una persona non si comportava in linea perfetta con il resto del mondo, non si andava a sondare e a capirne il motivo ma la si mandava al manicomio. Alda Merini ne è uscita grazie alla sua intelligenza e all’amore di alcune persone che l’hanno capita”.

Cosa significa per lei, umanamente e professionalmente, portare in scena e dare voce ad Alda Merini?
“E’ un punto molto importante della mia storia personale e professionale e una notevole soddisfazione. Ho avuto la fortuna nella mia vita di fare a teatro dei personaggi interessanti, alcuni complessi, profondi, ma non immaginavo di dare voce e cuore ad Alda Merini e nel momento in cui mi è stata proposta questa lettura in scena è stata una gioia. Quando ti devi mettere in contatto con un personaggio così noto, importante e profondo, il timore è grande e ogni volta ci sono degli interrogativi abissali. Ovviamente non posso essere Alda Merini quindi ho cercato di essere me stessa come attrice che dà corpo e anima ad un fenomeno grandioso, ad una donna eccezionale. Mi sono avvicinata in punta di piedi, nel rispetto della sua personalità, seguendo le indicazioni del regista Antonio Sebastian Nobili, che conosce profondamente lei e questi temi, che mi ha coinvolto in questa bellissima avventura. Piano piano ho scoperto che in ogni donna pensante, che vive e osserva la vita con profondità, con amore, rabbia, delusione, disperazione, c’è un po’ di Alda Merini. Così mi sono appellata a quello che penso ci sia in me di lei”.
Tra le splendide poesie di Alda Merini ce n’è una in particolare che le sta a cuore?
“Ce ne sono tante. Alda Merini era libera come pensiero, non stava solo dalla parte delle donne ma dell’umanità, dei bambini, dei giovani, si rispecchiava in tutti e voleva che tutti facessero da specchio a lei. C’è una poesia bellissima, “Non darmi canti d’amore”, in cui si rivolge a un amico e dice: “Non darmi canti d’amore e non dirmi che io sono fredda né che porto ceste di oscuro silenzio sulle mie fragili spalle”, e alla fine c’è questa immagine che adoro “quando io continuo a cercarti assiso sulle grondaie, seduto sopra la neve” e immagino quest’uomo seduto sulla neve che ha questo senso di purezza e insieme di fragilità. Un’altra poesia molto intensa si intitola “A Pippa”, trae spunto da un fatto di cronaca, dalla storia di Pippa Bacca, un’artista italiana uccisa in Turchia durante una performance itinerante: “Abito bianco per andare a nozze con la tua morte e con quella di noi tutti. Ti sei vestita di bianco ma siccome la tua anima mi sente ti vorrei dire che la morte non ha la faccia della violenza ma che è come un sospiro di madre che viene a prenderti dalla culla con mano leggera“. Questa lirica ha un’attualità incredibile, è molto forte e vera, e potremmo rivolgerla a tutte le donne che subiscono violenza o che vengono uccise per mano di coloro che dovrebbero amarle e proteggerle. La poesia si conclude con questi versi dove non c’è la retorica della morte: “Non so cosa dirti io non credo nella bontà della gente ho già sperimentato tanto dolore ma è come se vedessi la mia anima vestita a nozze che scappa dal mondo per non gridare“. Alda Merini poi amava molto chiacchierare con le sue amiche del caffè La Madonina dove andava ogni giorno a fumare le sigarette e quando non le aveva era Alice, una delle proprietarie del locale, ad offrirgliele. E’ suggestiva l’immagine di queste donne che si riunivano per raccontarsi, per socializzare, per stare insieme. Alda Merini diceva che in fondo “il bar è come un confessionale, si va in chiesa a chiedere una grazia a Dio e noi invece la chiediamo a una buona tazza di caffè”, nel senso di stare insieme e parlare con le altre dei propri problemi, dei propri dolori e delle proprie disperazioni, davanti ad buon caffè e con una sigaretta tra le dita, ma non stando da sola. La solitudine la spaventava, infatti era sempre circondata da persone”.

credit foto Mediaset
Nella serie “Fosca Innocenti”, in onda il venerdì sera su Canale 5 interpreta il ruolo di Bice, come ha costruito questo personaggio?
“Innanzitutto è stato un bel regalo di compleanno, infatti ho saputo di essere stata presa nel 2021, proprio il giorno in cui compio gli anni. Abbiamo girato in questo splendido casale in campagna, con questi meravigliosi campi di girasoli e ogni tanto andavo anche in città, ad Arezzo. Ho cercato di dare al mio personaggio un accento toscano, prendendo informazioni e facendo domande. Io adoro questa regione e i suoi paesaggi splendidi. Ho un’amica del cuore, Rosa Maria Tavolucci, che è una bravissima attrice ed è di Arezzo, da piccina andavo spesso con la famiglia in Toscana dove mia nonna aveva i parenti, i Salimbeni di Siena, quindi sono rimasti nella mia mente molti modi di dire e di parlare. E poi anche a teatro ho fatto degli spettacoli recitando con questa cadenza. Bice è una donna semplice, che vuole un gran bene alla sua Fosca e cerca di proteggerla ma quando è necessario tira fuori la sua schiettezza, la sua sincerità, insomma non le manda a dire. E poi come le donne di una certa età e con le antenne tipiche dei genitori o delle tate che ti conoscono da quando eri piccola, ha il desiderio che questa giovane trovi un fidanzato. Infatti, come si è visto nella prima puntata della serie, dice a Fosca: “vuoi passare tutta la vita con una vecchia come me? Ti devi trovare un compagno!”. Bice sa che c’è un uomo che potrebbe amarla e renderla felice. Vedremo nel corso delle puntate se sarà così”.
Fosca è interpretata da Vanessa Incontrada, com’è stato lavorare insieme a lei?
“Ho sempre stimato Vanessa, come persona e come attrice, è simpatica e da spettatrice ho apprezzato le sue interpretazioni e i vari lavori che ha fatto, quindi quando ho saputo che mi era stato affidato il ruolo di Bice e che avrei lavorato con lei la gioia è stata doppia. Recitare insieme è stato bello perché è una donna intelligente, un’attrice generosa, molto attenta ai particolari e sensibile, e questa è una dote rara. Mi ha confermato quanto di positivo ho sempre pensato su di lei”.
In quali altri progetti sarà prossimamente impegnata?
“Ai primi di marzo termineremo la tournée di “Parenti Serpenti” con la regia di Luciano Melchionna che è un regista grandissimo con cui collaboro da ventidue anni, e con il bravissimo Lello Arena. E’ uno spettacolo che portiamo in scena da sei anni, eccetto lo stop a causa della pandemia, ed è molto amato dal pubblico. Inoltre reciterò un testo scritto da Andrea Bizzarri che si intitola “Matilde”. Dovremmo iniziare le prove prossimamente”.

credit foto Mediaset
Uno dei ruoli da lei interpretati rimasti nel cuore del pubblico è sicuramente la Tata in “Casa Vianello”. Che ricordo conserva di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello?
“Ho tantissimi ricordi che riaffiorano alla mente. E’ stato un periodo meraviglioso della mia vita personale e professionale. Era una televisione molto bella, ancora oggi incontro tante persone che guardano “Casa Vianello” la domenica e anche molti giovani che hanno scoperto ora la sit-com. Percepire questo amore mi ricolma il cuore e l’anima di profonda gioia. Ho rispettato e amato tanto Sandra e Raimondo. Mi hanno lasciato un’eredità bellissima e sono fiera, orgogliosa e mi riempio di allegria quando si parla di loro e la gente mi ricorda per il ruolo della Tata che ho rivestito per venti anni”.
Qual è l’insegnamento più importante che le hanno trasmesso?
“Mi hanno insegnato questa leggerezza di lavorare seriamente, nel senso che si può fare la cosa più profonda e complessa, da Shakespeare a Ibsen, e nello stesso tempo cercare di non essere pesanti. “Casa Vianello” è una commedia e il compito apparentemente era più facile, invece c’era una grossa responsabilità: far ridere senza sghignazzare, senza strizzare l’occhio alla parolaccia facile, alle battutacce volgari. In questo li ho amati tanto. Sandra, Raimondo e gli autori formavano un team favoloso. Abbiamo affrontato vari temi regalando uno spaccato di vita di quegli anni con quella leggerezza che è propria della professionalità più alta. E mi hanno trasmesso anche l’umiltà, loro erano dei grandi personaggi ma sono rimasti sempre delle persone semplici, generose, disponibili. Ho un ricordo di Sandra e Raimondo molto presente e a volte mi arrabbio con me stessa quando la domenica mattina mi dimentico, perché magari sto facendo altre cose, di accendere la televisione e riguardare “Casa Vianello””.
di Francesca Monti
Grazie a Mary Ferrara
