Il 19 e 20 marzo al Teatro Gerolamo di Milano Valentina Cervi porta in scena uno dei testi più belli di Natalia Ginzburg “La strada che va in città”, per la regia di Iaia Forte, coprodotto da Nidodiragno/CMC – Pierfrancesco Pisani/Infinito srl.
Il romanzo, pubblicato nel 1942, racconta la storia di Delia, una ragazza che sceglie di fare un matrimonio d’interesse, di prendere la strada che va in città per poi accorgersi che il vero amore è altrove… Passioni senza via di uscita, vite alla deriva, anime alla ricerca di un approdo sicuro dove lenire le proprie delusioni: con impetuoso realismo ma senza alcun giudizio morale l’autrice, in questo suo primo libro (uscito sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, a causa delle leggi razziali) descrive la solitudine di un’esistenza che nel gioco della memoria rievoca ciò che le è passato accanto come un mistero incomprensibile e inafferrabile.
Valentina Cervi, attrice di elevata bravura, figlia d’arte, suo padre Tonino è stato regista e produttore e il nonno è l’indimenticabile Gino Cervi, torna a calcare il palcoscenico teatrale dopo tanti anni in cui si è dedicata principalmente al cinema, con diverse esperienze anche in campo internazionale, diretta tra gli altri da Francesca Archibugi, Pupi Avati, Luca Guadagnino, Spike Lee, Jane Campion, Sergio Rubini e Peter Greenaway, e a serie televisive di grande successo.

Valentina, è in scena al Teatro Gerolamo di Milano con lo spettacolo “La strada che va in città” di Natalia Ginzburg, con la regia di Iaia Forte. Com’è nata questa idea?
“Nasce dalla mia amicizia con Iaia, dalla stima nei suoi confronti, dopo averla vista più volte nelle sue regie e in scena nei monologhi. Abbiamo quindi pensato che sarebbe stato bello fare qualcosa insieme. Mentre eravamo a cena il suo produttore Pierfrancesco Pisani ha proposto questo testo della Ginzburg e ce ne siamo subito innamorate. Iaia ha curato la drammaturgia e poi ci siamo messe a provare in maniera sperimentale, nel senso che questo spettacolo è nato come una lettura, poi è diventato una mise en espace e ogni volta che andiamo in scena prende una forma diversa perchè ci siamo inventate una voce per ogni personaggio del racconto. Alcune parti sono recitate a memoria, altre lette, ma non ho voluto staccarmi dalla pagina perchè la scrittura della Ginzburg è puntuale, concreta, lucida, moderna, immediata”.
Il romanzo è stato pubblicato nel 1942 ma affronta tematiche che sono sempre attuali come la famiglia, il riscatto sociale, la solitudine…
“Certamente. Gli anni Quaranta sono determinanti perchè raccontano un’emancipazione famigliare più che sociale. Delia è una ragazza vissuta in povertà, ultima di cinque figli ed è come se fosse invisibile ai suoi genitori. Una frase di questo testo che mi colpisce molto è quando racconta che la madre affermava che “i figli sono come il veleno e che mai si dovrebbero mettere al mondo. Non faceva che parlare ma io non le rispondevo, nessuno le rispondeva”. Oggi una donna si sarebbe emancipata scrivendo, parlando, all’epoca Delia dopo aver osservato la sorella maggiore Azalea che si era sposata per interesse, che era infelice e tradiva il marito, ha cercato di emanciparsi attraverso la sua felicità, la sua bellezza, la seduzione che è l’unica l’arma che una donna aveva. Infatti sposa un buon partito, Giulio, che la vuole soltanto sedurre e che poi si innamorerà di lei. E’ una donna molto contemporanea, è un animale selvatico, è come se si lasciasse usare dagli uomini sapendo dove sta andando e che deve utilizzare quell’aspetto per staccarsi dalla sua famiglia. Alla fine tradirà il suo grande amore, Nini, il cugino dedito all’alcol. Lui e Delia sono due artisti disperati che si amano ma che non riescono a trovare insieme una via, una realtà possibile, e danno vita ad incontri molto commoventi all’interno del romanzo”.
Alla fine Delia tradisce anche un po’ la sua essenza pur di attirare l’attenzione degli altri…
“Si trasforma in una donna che si trucca, che si mette il rossetto e i tacchi, che desidera che lo sguardo dell’altro si posi su di lei. All’inizio indossa vestiti modesti, alla fine ha questa pelliccia e dice “finalmente potevo andare in giro con la volpe buttata sulla spalla, volevo che la gente mi guardasse e pensasse che fossi la donna più bella del mondo”. Capisci che è disperatamente alla ricerca di quello sguardo su di sè che fino a quel momento le era sempre mancato ed è straziante pensare al vuoto gigantesco che sente dentro, alla solitudine. Se Delia fosse rinata avrebbe vissuto sicuramente in un’altra situazione domestica, in quanto ha fatto il viaggio dell’eroe con i mezzi emotivi che aveva. Alle volte bisogna passare dagli inferi per poter rinascere”.

Lei aveva fatto degli spettacoli a teatro circa venti anni fa, possiamo considerare “La strada che va in città” come una sorta di nuovo debutto?
“Più che un debutto è una riscoperta. Avevo fatto una lunga tournée in passato, questa volta è stato un esperimento che però mi ha avvicinata al teatro e me l’ha fatto riscoprire, quindi chissà che in futuro non ci siano altri progetti”.
Che sensazioni le ha regalato tornare a recitare a teatro?
“Mentre quando lavoro per il cinema e per la tv non ho nessuna forma di timore, a teatro è come se dovessi buttarmi in un cerchio di fuoco, mi sento sgretolare in mille pezzi. E’ una sfida da superare. Riuscire a gestire il palcoscenico, senza morire ogni volta che devo andare in scena, e sentirmi più forte di prima è stata una scoperta pazzesca”.
Cosa ci racconta invece riguardo la docu-serie “Illuminate”, prodotta da Anele in collaborazione con Rai3, in cui ha raccontato la vita e la storia della traduttrice, scrittrice e critica musicale Fernanda Pivano?
“E’ stata un’esperienza molto bella e divertente, tutta al femminile e anche un po’ on the road. Siamo partite per quattro giorni con pochissimi mezzi alla scoperta della Pivano, che ho sempre stimato. Ero curiosa di scoprire qualcosa in più su di lei. Non mi sarei mai dedicata così tanto alla sua produzione se non avessi dovuto raccontarla. E’ stato interessante anche lavorare con la regista Maria Tilli”.
Ha recitato in diversi film girati all’estero, ce n’è uno in particolare che ricorda con maggiore affetto?
“Ogni progetto ha una sua storia, ho fatto una quindicina di film all’estero, ma se dovessi indicarne uno direi “Rien sur Robert” (per il quale ha ottenuto la candidatura al Nastro d’argento e al Premio César, ndr), ambientato sulle montagne francesi. E’ stata un’esperienza di solitudine ma anche di meraviglia, che mi ha dato l’opportunità di incontrare Fabrice Luchini, un attore che ho sempre stimato, e Pascal Bonitzer, un regista molto intelligente e con uno sguardo dolce sui suoi attori”.
Recentemente l’abbiamo vista tra i protagonisti di “Il filo invisibile” di Marco Simon Puccioni nei panni di Monica, disponibile su Netflix, e “La scuola cattolica” di Stefano Mordini, film che è stato anche oggetto di una irragionevole censura, in cui ha dato il volto ad Eleonora Rummo. Cosa le hanno lasciato questi due ruoli?
“Il filo invisibile mi ha lasciato un sorriso sulle labbra vedendo affrontare questo tema da un regista che vive sulla sua pelle ogni giorno la realtà di essere uno dei due padri di due ragazzi e la leggerezza con cui è riuscito a trasporre la loro storia in un film. La Scuola cattolica mi ha dato tantissime emozioni. Fare parte di una pellicola di quel genere mi ha reso felice in quanto mi ha permesso di riraccontare quel pezzo di storia. Per quanto riguarda la censura se n’è parlato tanto ed è tuttora inspiegabile”.
In quali progetti sarà prossimamente impegnata?
“Ci sono delle cose belle in arrivo ma finché non sarò sul set non posso svelare nulla”.
Su Instagram ha postato un’immagine con una frase molto bella: “Avoid the temptation to make choices that are familiar but no longer serve you” (Evita la tentazione di fare scelte che ti sono familiari ma che non ti servono più). C’è una scelta che ha fatto e di cui si è resa poi conto che non serviva più?
“Tantissime volte. Quella frase mi era sembrata folgorante e l’ho postata per ricordare innanzitutto a me stessa di evitare di compiere lo stesso identico errore. Bisogna fare attenzione a tutto ciò che ci sembra famigliare, alla ripetizione di un meccanismo. Alle volte è necessario andare anche controtendenza, rispetto a quelle che sono le nostre abitudini”.
Un sogno nel cassetto…
“Ho tanti registi del cuore con cui vorrei lavorare, poiché secondo me è l’incontro con un cineasta che fa sì che un determinato personaggio possa diventare magnifico”.
di Francesca Monti
Grazie a Maurizia Leonelli
