“Da sempre ho l’esigenza di mettermi nei panni degli altri. Vivo la socialità in senso ampio, sento le gioie e i drammi della società a livello universale come se fossero parte di me. Questo doveva trovare sfogo da qualche parte e la recitazione lo ha reso possibile”. Attore trasversale e molto amato dal pubblico, Gianmarco Saurino è protagonista di “Blue Thunder”, con la regia di Mauro Lamanna e la drammaturgia di Padraic Walsh, prodotto da Divina Mania srls, in scena dal 19 al 21 maggio al Teatro Leonardo Da Vinci – Manifatture Teatrali Milanesi.
Un taxi. Tre uomini. Quaranta minuti per salvare una famiglia. Sono le 3 del mattino in una piccola città dell’Irlanda. Il nightclub è chiuso e Brian non prenderà altre corse fino a domani. Ma, quando i suoi figli ubriachi si presentano chiedendo un passaggio a casa, diventa chiaro che la notte è appena iniziata. Avviene tutto nel suo taxi. Stasera Brian e i suoi due figli parleranno di come sistemare le loro vite mentre, in piena fame chimica, mangiano il loro cibo spazzatura da asporto.
L’opera teatrale di Padraic Walsh, fortemente coinvolgente, pone una lente di ingrandimento su una famiglia ormai in frantumi della media borghesia irlandese. Divertente e straziante a fasi alterne, Blue Thunder esamina i concetti di virilità, di salute mentale, e cosa succede quando la vita non va secondo i piani.

Gianmarco, nello spettacolo “Blue Thunder” interpreta Ray. Cosa può raccontarci riguardo il suo personaggio?
“I tre personaggi dello spettacolo sono estremamente legati e la narrazione li presenta in maniera indissoluta. Nello specifico Raymond lavora in una banca a Zurigo, è l’ultimo di dieci figli ed è l’unico che è riuscito ad andare via da casa cercando di inseguire il proprio sogno, la propria libertà lavorativa. E’ anche colui che grazie al suo talento ha guadagnato di più dei suoi famigliari. E’ un uomo che vuole essere parte della famiglia e soffre in quanto la distanza incide sul fatto che si ritrovi a non sapere alcune cose che accadono. Vorrebbe essere più presente ma non ci riesce. La sua caratteristica massima è quella di essere protettivo ma al contempo è incapace di esserlo davvero”.
Lo spettacolo affronta un tema molto attuale, quello della solitudine umana, dei silenzi, del fatto che non si riesca a comunicare, che è un po’ assurdo in una società iperconnessa ma è quello che effettivamente accade…
“Il fatto che tre personaggi maschili, che parlano di tre donne non presenti e non rappresentate, mettano in scena l’incapacità di saper comunicare è un dato importante perchè mai come in questi tempi gli uomini, inteso come sesso maschile, non sono in grado di farlo. Se pensiamo a tutti gli infiniti omicidi e femminicidi che purtroppo accadono in Italia e sono uno dei drammi più grandi, derivano dall’incapacità della comunicazione, di gestire le proprie emozioni, e forse, se riuscissimo a fare più educazione sentimentale a partire dalle scuole, avremmo molti meno morti sulla coscienza. Per questo lo spettacolo è estremamente contemporaneo, poichè come esseri umani siamo in grado di emozionarci ma non di comunicarlo agli altri ed è un paradosso in una società iperconnessa”.
Per Bryan (Marco Cavalcoli) il taxi è una sorta di casa. Che significato ha per lei questa parola?
“Per me casa è il porto sicuro. Al momento vivo in diversi posti, c’è la casa dove sono cresciuto, quella dei miei genitori, in Puglia, che rappresenta la sicurezza e in cui tornare quando ho qualcosa da rimettere a posto. Mi sento a casa a Roma dove convivono i sogni, le ambizioni, le ansie e le gioie del lavoro, e poi c’è la casa di Londra dove vivo da un anno e mezzo ed è quella del divertimento, della spensieratezza. Quindi questa parola ha diversi significati in base a dove mi trovo”.
Com’è stato tornare a teatro dopo la pandemia e quali prospettive ci possono essere per questo settore?
“E’ stato bellissimo ed emozionante riabbracciare il pubblico che viene a vedere lo spettacolo. Due anni fa il teatro era attaccato ad una spina, poi è arrivata la pandemia che lo ha reso boccheggiante e ha completamente staccato quella spina. Se prima fare teatro era un po’ un atto politico ora è soprattutto di resistenza, quindi resistiamo in qualche modo”.
Cosa ha fatto scattare l’amore per la recitazione?
“Da sempre ho l’esigenza di mettermi nei panni degli altri. Vivo la socialità in senso ampio, sento le gioie e i drammi della società a livello universale come se fossero parte di me. Questa cosa doveva trovare sfogo da qualche parte e la recitazione lo ha reso possibile. In più ho scelto la teoria secondo la quale un artista vive della propria epoca e deve raccontarne i drammi, e sentendola così tanto mia ho trovato in quest’arte un modo per portarla in scena”.
Nello spettacolo c’è una scena in cui Ray e Dara (Mauro Lamanna) sono ubriachi e cantano “Angels” di Robbie Williams. Lei ha anche preso parte a diversi videoclip musicali. Qual è il suo rapporto con la musica?
“Sono un ascoltatore abbastanza onnivoro da sempre, non ho mai scelto un genere specifico, ho sempre prediletto il rap e l’hip hop perchè sono cresciuto con quella musica. Però sono anche attratto dai grandi autori italiani e internazionali, come Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè, i Beatles, i Rolling Stones”.

credit foto ufficio stampa Rai
Parlando di una serie di grande successo da lei interpretata, “Doc – Nelle tue mani 2”, l’uscita di scena del suo personaggio, il dottor Lorenzo Lazzarini, che muore nella prima puntata a causa del covid, è stata accolta da tantissimi commenti sui social e da un affetto pazzesco da parte degli spettatori. Si aspettava tutto questo?
“L’amore incondizionato del pubblico è meraviglioso e non te ne rendi conto davvero finchè non esci da un progetto. Per quanto avessi già capito fin dalla prima stagione che Lorenzo fosse un personaggio molto apprezzato dagli spettatori, il fatto che sia morto all’inizio della seconda ha portato un’enorme manifestazione di affetto, a livelli devastanti. L’altro giorno ad esempio a Roma sono entrato a teatro per vedere Notre Dame de Paris e da due file dietro di me è partito un applauso di venti persone e mi sono sentito come il Presidente Mattarella (sorride). E’ davvero tanta roba. Il fatto che il pubblico provi affetto nei confronti del tuo personaggio, quindi del lavoro che fai e che hai sempre sognato di fare è qualcosa di fantastico e non posso che esserne grato in senso profondo”.
Quanto è stato emotivamente difficile interpretare quelle scene così drammatiche, sapendo che mentre giravate il covid era ancora presente in Italia e nel mondo?
“Girare quelle scene è stato pesante, non facile ma al contempo molto bello. Interpretare la scena di una morte mentre fuori c’era ancora il covid è stato schizofrenico, è un po’ come quando a teatro porti sul palco una storia d’amore che finisce e nella tua vita sta accadendo la stessa cosa, quindi realtà e finzione coincidono. Il peso di impersonare vicende vere, tristi, raccontando quello che era successo ai medici, agli infermieri agli operatori sanitari nel nostro Paese e in tutto il mondo, è stato un onere e un onore”.
In quali progetti sarà prossimamente impegnato?
“A breve uscirà un film molto bello che ho girato lo scorso anno che si chiama I viaggiatori, opera seconda di Ludovico Di Martino, un amico e un regista bravissimo, con cui è stato un piacere lavorare, e poi ho preso parte ad una pellicola internazionale, Summit Fever di Julian Gilbey, che arriverà nelle sale italiane a fine anno”.

Nella precedente intervista ci aveva raccontato che entro i 30 anni desiderava mettere in scena un’opera di Shakespeare. A che punto è?
“Siamo in fase di progettazione. C’è però un piccolo problema, in quanto il teatro è in una situazione estremamente drammatica, per cui mettere in scena produzioni piccole, come è la nostra compagnia con più di quattro-cinque attori, diventa parecchio complicato. Stiamo lavorando su un testo di drammaturgia e su Shakespeare, vediamo cosa riusciremo a portare per prima sul palco il prossimo anno”.
C’è un personaggio o un genere con cui ancora non si è confrontato e che le piacerebbe fare in futuro?
“Non voglio precludermi niente. Voglio solo fare progetti per la tv, il cinema o il teatro, dalle commedie al drama o ai film di fantascienza, che sposo in pieno con il cuore, e in cui credo davvero”.
di Francesca Monti
Grazie ad Alessandra Paoli – Ufficio Stampa MTM – Teatro Leonardo
credit foto copertina Volver Consulenze Artistiche
Ufficio stampa Andreas Mercante
