Intervista con Maria Iovine, regista del film documentario “Corpo a Corpo”: “Veronica Yoko Plebani mi ha colpito per la sua estrema semplicità e franchezza e per il modo di confrontarsi con gli altri”

“Quando ci siamo viste per la prima volta abbiamo capito che entrambe volevamo raccontare qualcosa che andasse oltre l’atleta, il sudore, la fatica, le imprese sportive, cioè la storia di una ragazza nella sua totalità. Credo che in questo momento sia importante sottolineare la libertà di essere se stesse, di scegliere chi vuoi essere, e liberarsi dai modelli di bellezza che ci vengono proposti”. Sarà in tour al cinema dal 20 giugno distribuito da Luce-Cinecittà “Corpo a Corpo”, un film documentario di Maria Iovine, con protagonista Veronica Yoko Plebani, atleta della nazionale paralimpica di Triathlon, che a 25 anni ha nel cuore un sogno: le Olimpiadi di Tokyo 2020. Ne aveva solo 15 quando una meningite batterica l’ha trascinata per mesi in una lotta fra la vita e la morte e che le ha restituito un corpo segnato per sempre. Laureanda in scienze politiche con una tesi sui diritti delle atlete, ambasciatrice di accettazione indiscussa del corpo con migliaia di followers da Instagram alle copertine dei giornali, posa anche nuda per fotografi di fama internazionale frantumando ogni canone di bellezza.

“Corpo a Corpo” è il ritratto vero, appassionato, emozionante e al contempo delicato di un’atleta, ma soprattutto di una giovane donna che non si è fermata di fronte ai suoi limiti. È l’emancipazione inconsapevole della femminilità che esclude il giudizio, che non conosce normalità o diversità.

Maria Iovine è da sempre impegnata nelle tematiche relative all’universo femminile. Nel 2015 crea Original Sin, un progetto audiovisivo sulle questioni di genere per il quale è stata riconosciuta tra i 100 creativi della Regione Lazio. Nel 2017 una giuria presieduta da Costanza Quatriglio le conferisce il Premio Zavattini per il soggetto del cortometraggio In Her Shoes, uscito a febbraio 2019 e selezionato in festival nazionali e internazionali, ricevendo numerosi premi e menzioni speciali.
Nel 2021 realizza il suo primo lungometraggio, Corpo a Corpo, che viene selezionato ad Alice nella Città, vince il Premio Millennial Visionaria 2022 e il Premio Donne Per il Cinema ‐ La settima
Arte e viene candidato ai Nastri D’Argento per il Premio Valentina Pedicini.

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Maria, ci racconta com’è nato il film documentario “Corpo a Corpo”?

“E’ nato da un incontro con i produttori che sono venuti a conoscenza della storia di Veronica Yoko Plebani e mi hanno proposto di realizzare questo documentario insieme. Sono una montatrice diventata regista in quanto appassionata delle vicende delle donne, sono attivista, femminista, per cui ho iniziato a lavorare su questi temi e ho fatto un corto, “In her shoes”, che è stato selezionato in vari festival. All’inizio ero un po’ spaventata dovendo affrontare per la prima volta un lungometraggio e avevo bisogno di conoscere Veronica per capire chi fosse come persona. Ci siamo incontrate, abbiamo parlato tantissimo e abbiamo capito entrambe che volevamo raccontare qualcosa che andasse oltre l’atleta, il sudore, la fatica, le imprese sportive, cioè la storia di una ragazza nella sua totalità”.

In quanto tempo è stato girato il film documentario?

“Abbiamo iniziato a girare il giorno in cui ho raggiunto Veronica nel ritiro della Nazionale prima dei Mondiali di Losanna, in Svizzera, ad agosto 2019. Dovevamo concludere le riprese ad agosto 2020, con i Giochi di Tokyo, che però a causa della pandemia sono stati rimandati al 2021. Così siamo andati avanti a girare per un altro anno, anche con grande fatica perchè è stata dura per Veronica prepararsi per l’evento a cinque cerchi e poi vederne lo slittamento a pochi mesi dal via”.

Cosa l’ha colpita di Veronica Yoko Plebani quando vi siete incontrate per la prima volta e poi lavorandoci insieme?

“E’ stato un sentimento abbastanza strano. Quando ci siamo viste per la prima volta è stato un incontro tra ragazze, in cui ci siamo raccontate, e da quel momento è nato un rapporto di profonda complicità. Mi ha colpito la sua estrema semplicità e franchezza. Girare un documentario su una persona, entrare nella sua vita, è una scommessa, invece nel corso delle riprese ci siamo avvicinate sempre di più. La cosa straordinaria è il modo in cui Veronica si confronta con gli altri e con il mondo, con grande normalità. Io non vedevo amputazioni, cicatrici, o la grande atleta che è ma semplicemente una ragazza e questo traspare durante il documentario. Pur con le difficoltà che fisicamente ha riesce a fare cose meravigliose e anche a scherzarci sopra”.

Guardando il documentario traspaiono l’approccio positivo alla vita di Veronica, il non voler nascondere le imperfezioni mentre nella società odierna si tende a ricercare la perfezione estetica, e il fatto che non esista una normalità o una diversità ma una propria femminilità. Quale messaggio vorrebbe arrivasse agli spettatori? 

“Attraverso questo documentario vorrei arrivasse un messaggio universale, in quanto soprattutto noi donne siamo bombardate da una serie di input, di condizionamenti che provengono dall’esterno e ci vengono propinati dei canoni irraggiungibili, riguardo il nostro corpo. Veronica, dalla sua posizione diversa riferendomi al fatto che è un’atleta paralimpica che ha vinto un bronzo olimpico a Tokyo 2020 e un oro agli Europei 2022, quindi è una donna eccezionale, parla però a tutti noi, ci incanta quando vediamo quello che riesce a fare con il suo corpo, e credo che in questo momento sia importante sottolineare la libertà di essere se stesse, di scegliere chi vuoi essere, di liberarsi dai modelli di bellezza che troviamo solo sui giornali. Possiamo vivere le nostre giornate, i nostri corpi, le nostre vite sentendoci all’altezza e senza lasciarci influenzare dagli altri”.

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E’ autrice con Silvestro Maccariello della graphic novel “La città di Cap” (Becco Giallo) che affronta una tematica attuale, la storia di un’eroina nera che combatte lo sfruttamento del lavoro nel mondo moderno…

“La città di Cap è una storia che ancora una volta parte da una vita eccezionale, quella di Jean Pierre Yvan Sagnet, un ragazzo camerunense arrivato in Italia per studiare al Politecnico di Torino che per mantenersi agli studi si è trovato a lavorare nei campi per raccogliere i pomodori in Puglia. E’ stata la prima persona a fare una rivolta contro il caporalato. Roberto Saviano ha detto “è arrivato un ragazzo dell’Africa per dare a noi bianchi, occidentali, italiani, evoluti i diritti che ci spettano”. La rivolta di Ivan ha lasciato un segno profondo nella nostra società perchè a partire da quel momento il caporalato è stato riconosciuto come un reato dall’ordinamento giuridico. Io e Silvestro Maccariello abbiamo scritto la storia, con i disegni di Erica Grillo e Irene Carbone. Siamo partiti dalla sua storia per immaginare un mondo ambientato nel 2053 in cui questa progressiva erosione dei diritti nel mondo del lavoro porterà a non riconoscere più quali siano la nostra vita e la nostra professione. E’ stata un’esperienza fantastica. E’ la prima volta che scrivo una graphic novel di cui sono una grande lettrice. E’ una forma narrativa che è molto vicina al cinema, ha una sceneggiatura a tutti gli effetti dove puoi liberare la tua fantasia, la tua creatività. Ne vorrei fare altre in futuro”.

A quali progetti sta lavorando?

“Sto scrivendo ma non posso ancora svelare nulla, perchè prima che una scrittura prenda vita ci vuole tempo. Vorrei fare un film”.

di Francesca Monti

Grazie a Viviana Ronzitti

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