Domenica 13 novembre, alle 8.45 su Canale 5, quarto appuntamento con “Il discorso della montagna – Storie di beatitudini”

Domenica 13 novembre, alle 8.45 su Canale 5, quarto appuntamento con “Il discorso della montagna – Storie di beatitudini”, la nuova docu-serie condotta da don Marco Pozza.

9 puntate, ognuna delle quali racconta la storia di donne e uomini che hanno sofferto ma non si sono rassegnati, hanno combattuto e hanno trovato il modo per risollevarsi. I protagonisti hanno intravisto un senso nella loro vita, spesso grazie a incontri con persone che li hanno accolti senza pregiudizi, per aiutarli a diventare quello che sono oggi. Essere “beati”, infatti, non significa essere sconfitti, implica cercare la forza interiore che spinge verso il momento del riscatto.
Un testo di Giovanni Verga, letto dall’attrice Giulia Fiume, è l’ispirazione per la scoperta della Sicilia, cornice di tutte le storie, mentre don Marco Pozza guida il racconto dei nove “beati”.

Al centro della quarta puntata Franchina – Francesca Grasso, 63 anni. Buona parte della sua esistenza è legata a un luogo che per lei ha sempre rappresentato “casa”: San Berillo. Un quartiere a luci rosse da molti riconosciuto come uno dei più importanti del Mediterraneo, dove esercitava la professione. Nata uomo, divenuta donna in età adulta, non ha mai considerato il suo lavoro come qualcosa di peccaminoso. La prostituzione era il suo modo di cercare il Signore, perché nel privilegio di essere scelta, nella consolazione di poter offrire conforto a uomini soli, è riuscita a dare un senso alla sua esistenza. Questo almeno fino ai primi anni del 2000, quando un intervento massiccio delle forze dell’ordine ha cambiato la faccia del quartiere. Franchina, senza potersi relazionare coi suoi clienti, è caduta in una forte depressione. Ha iniziato a scrivere delle sue precedenti esperienze, quasi come si trattasse di un percorso terapeutico, e poi ha scelto di riprendere in mano la sua esistenza, cercando di dare nuova vita al quartiere che ama.  Lo ha fatto offrendo soccorso ai ragazzi Gambiani finiti lì dopo la chiusura del Cara di Mineo, rivitalizzandolo con iniziative sociali come il cineforum – di cui si occupa in prima persona. La sua oggi è una quotidianità che trova una ragione nel senso di appartenenza al quartiere, con un unico piccolo rammarico: dopo aver dato tanto amore, non aver un affetto con cui condividere l’ultimo capitolo della sua vita.

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