Recensione dello spettacolo “Il fu Mattia Pascal”, in scena al Teatro San Babila di Milano

Il 4 e il 5 marzo al Teatro San Babila di Milano va in scena “Il fu Mattia Pascal”, spettacolo con Giorgio Marchesi, che firma anche la regia con Simonetta Solder, con le musiche originali eseguite dal vivo da Raffaele Toninelli, e la produzione del Teatro Ghione.

Scritto e pubblicato nel 1904, è considerato uno dei romanzi più importanti di Luigi Pirandello ed è stata la sua unica opera, prima dei successi teatrali, a godere di un grande riscontro commerciale. Partendo da un espediente narrativo, la morte simulata del protagonista e la sua rinascita con un nuovo nome, la narrazione propone una trama fitta di colpi di scena che raccontano l’angoscia esistenziale di un uomo che ha smarrito riferimenti e verità assolute.

Con una chiave moderna, vitale, dinamica e divertita Giorgio Marchesi ha traslato il testo trascinandolo lungo il ‘900 per assecondare la contemporaneità dei temi trattati nell’opera.

All’apertura del sipario, con una scenografia minimale, dove troviamo una sedia e un leggìo, si librano nell’aria le note del contrabbasso magnificamente suonato da Raffaele Toninelli e compare sul palco Giorgio Marchesi, alias Mattia Pascal, che indossa un frac bianco, un cilindro nero e gli anfibi. Inizia così il racconto della sua gioventù a Miragno, un piccolo paese (inventato) della Liguria, passando per la perdita del patrimonio di famiglia dopo la morte del padre, amministrato malamente da Batta Malagna, dal matrimonio con Romilda di cui non era innamorato e dalla quale ha avuto due gemelle, purtroppo scomparse appena nate, fino alla morte della madre e alla convivenza forzata con la moglie e con la suocera, la vedova Pescatrice. Quando il fratello Roberto gli dà 500 lire per le spese dei funerali della madre, Mattia fugge a Nizza e vince oltre 81mila lire al Casinò di Montecarlo. Mentre sta facendo ritorno a Miragno leggendo per caso un giornale sul treno scopre che viene dato per morto e che è stato identificato con il corpo trovato senza vita vicino al mulino del suo paese. Preso dalla rabbia decide di non tornare a casa ma di sfruttare questa possibilità per crearsi una nuova vita con il nome di Adriano Meis. Costruisce così un’altra identità, un’altra storia, arriva a Roma, e trova un posto in cui dormire dalla famiglia Paleari, conoscendo Adriana. Con il passare dei giorni però si rende conto che ha bisogno della sua vera identità perchè quella falsa gli preclude tante cose. Dopo aver addirittura pensato di compiere azioni inconsulte, fa ritorno a Miragno dove scopre che Romilda nel frattempo si è risposata con Pomino, suo amico di infanzia, con cui ha avuto una figlia. Mattia riprende così il lavoro di bibliotecario e decide di scrivere un memoriale.

Giorgio Marchesi dalla prima all’ultima battuta riesce a coinvolgere il pubblico, accompagnandolo all’interno della storia, attraverso monologhi e movenze, alternando un tono ironico e scanzonato ad alcuni momenti più riflessivi, recitando in prima e in terza persona, impersonando i vari personaggi, da Batta Malagna a Pomino, da Romilda a Oliva, alla vedova Pescatrice. La musica accompagna le varie fasi del racconto, passando all’elettronica quando Mattia assume l’identità di Adriano Meis, indossando un bomber arancio, e trasformando il palco in una sorta di discoteca, a simboleggiare la ritrovata libertà.

Uno spettacolo ben realizzato e recitato, che affronta con ironia, leggerezza ma al contempo poesia, contemporaneità e profondità temi sempre attuali come la ricerca della propria identità, l’indossare delle maschere per piacere agli altri, come accade oggi sui social, ma anche la rinascita e la voglia di lasciarsi sorprendere dalla vita.

di Francesca Monti

credit foto Tiziano Ionta

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