“E’ molto affascinante il ruolo di Mathilde in quanto è controverso, ha varie fasi, sembra che abbia oltrepassato da un certo punto di vista il mondo dei vivi, probabilmente ha fatto questo salto per potersi vedere meglio, invece di vivere la sua vita come se copiasse quella degli altri”. Attrice di grande spessore, versatile, intensa, Maria Letizia Gorga ha portato in scena, insieme a Maximilian Nisi, al Teatro Lo Spazio di Roma lo spettacolo “Mathilde, cronaca di uno scandalo” di Véronique Olmi, prodotto dal Centro Mediterraneo delle Arti.
Al centro della storia ci sono due contendenti, Pierre e Mathilde, segnati da un recente tragico evento che ha minato alle fondamenta il loro matrimonio. Marito e moglie sono impegnati in un lento processo di separazione e di indissolubile intreccio dove le loro tesi si sovrappongono, si annientano e si alimentano facendoli procedere arrancando con l’acqua alla gola. E’ difficile definire vincitori e vinti, la corrente che li separa è la stessa uguale e contraria che li vuole uniti. Forse approderanno ad una riva sicura o forse saranno condannati ad una perpetua deriva avvinghiati in una sorta di equilibrio fatale.

Maria Letizia, in “Mathilde, cronaca di uno scandalo” interpreta la protagonista femminile Mathilde. Com’è entrata in questo personaggio?
“E’ un personaggio molto sfaccettato, di difficile interpretazione perché bisogna trovare la misura con la quale restituire questa donna che parte in un modo e si rivela in un altro in questo racconto di sé che fa attraverso le parole di Véronique Olmi, autrice e attrice francese. Noi abbiamo preso la traduzione di Alessandra Serra che è molto pertinente. E’ la storia di questa scrittrice che finisce in carcere in quanto è stata denunciata dai genitori di un ragazzo di 14 anni con cui ha avuto una storia. La vicenda parte dall’istante in cui fa ritorno a casa e trova il marito, un oncologo di nome Pierre, che non è mai andato a trovarla, immerso tra gli scatoloni in cui ha messo tutte le sue cose come se fosse una sorta di impalcatura della loro vita, dove poter frugare per averla accanto quando lei non c’era. E’ la natura controversa di questa relazione, di questi due individui che stanno insieme da 23 anni e hanno condiviso tutto fino a quando lei ha deciso di non renderlo partecipe di questa parte di sé. Ed è quello forse che Pierre le rimprovera, non tanto il tradimento e lo scandalo, ma il fatto di averlo estromesso, di non averlo contemplato in questa complicità che ha rivelato un’altra Mathilde, che ha preso contatto con una parte di sè più forte, intima, vera e anche più scorretta, rompendo questo velo di borghesia, di perbenismo, per arrivare a confessare il sentimento di appartenere tutti alla stessa specie, quella dei sopravvissuti. L’esperienza in carcere, il contatto con le altre detenute l’ha portata in una dimensione altra rispetto a quella protetta di una vita in asse come moglie di un medico e scrittrice per piacere. E’ un’urgenza di raccontarsi e di vedersi in maniera più profonda, attraverso una cosa estrema, cioè il contatto con un ragazzo che veniva a trovarla e che faceva il corso di scrittura, che fa sì che tutto si rompa, forse per incontrarsi in maniera diversa”.
Una donna controversa, ricca di sfaccettature al centro di una storia dove tutte le prospettive saltano e devono essere ridefinite…
“E’ un’ora e quindici minuti di duello tra questi due personaggi, senza esclusione di colpi, in cui Pierre pensa di riportarla a sé attraverso la scrittura, infatti dice a Mathilde “se tu scrivi e racconti la tua storia forse te ne puoi liberare”, e lei risponde che non vuole assolutamente scriverla, “perché io non voglio liberarmi di niente e sarei pronta a rifarlo”. E’ molto affascinante il ruolo di Mathilde in quanto è controverso, ha varie fasi, sembra che abbia oltrepassato da un certo punto di vista il mondo dei vivi, probabilmente ha fatto questo salto per potersi vedere meglio, invece di vivere la sua vita come se copiasse quella degli altri. Quindi probabilmente l’amore insegna ad accettare che l’altro si riveli anche negli aspetti più in ombra”.

E’ un testo che ha una forte connessione con l’attualità, in particolare se pensiamo all’immersione nelle paure e all’uscita dai cliché in cui viene incasellata la figura della donna…
“Assolutamente sì e anche dai cliché legati all’uomo che ne esce in maniera più monolitica, non riesce a capire ma è lì, quindi cerca di entrare nel gioco e riportare Mathilde in qualche modo in un asse che non sappiamo se potrà mai andare da qualche parte. Infatti il finale è volutamente lasciato aperto dall’autrice, con l’interrogativo “è questo l’amore?”. Non sappiamo se torneranno insieme, se cercheranno una nuova strada o se si separeranno per sempre, ognuno trova la propria risposta. Credo che questo testo faccia da specchio ad una serie di problematiche di relazioni di coppie di lungo corso e anche di un certo stato sociale che ripete cerimonie quotidiane, rituali che rischiano di incrinarsi non appena entra qualcosa che rompe questo gioco delle apparenze. Mathilde ad un certo punto dice: “sorridevamo molto ma a chi, agli altri o agli specchi?”. Ci sono delle frasi lapidarie e la cosa che ci ha fatto piacere è che gli spettatori ci hanno chiesto il testo e ci hanno riferito che lo spettacolo ha lavorato dentro di loro nei giorni successivi. Come diceva Brecht quando questo accade vuol dire che ha creato uno scuotimento, qualcosa che fa pensare, riflettere, emozionare. Se siamo riusciti a smuovere qualcosa nelle persone ne siamo felici. Io e Maximilian Nisi abbiamo scelto insieme questo testo e abbiamo affidato la regia a Daniele Falleri che ha raccolto l’invito con grande slancio e creatività, affiancato da una bellissima squadra che si è messa subito al lavoro, con le musiche originali di Stefano De Meo e i movimenti scenici di Valentina Calandriello. Il regista ha avuto un’idea molto interessante, ha diviso l’opera in tanti quadri e ognuno si interrompe con un frame che è un’azione mimata di tutto quello che noi pensiamo e non abbiamo il coraggio di fare”.
Qual è la frase di questo testo che l’ha fatta più riflettere?
“Ad un certo punto Pierre domanda a Mathilde: “ti rendi conto che hai fatto male a tutti noi?” e lei risponde “io vi ho fatto molto bene invece, ho fatto bene a te, ai nostri genitori, ai nostri amici perchè almeno adesso avete un capro espiatorio che sono io, è colpa mia, adesso potete dare un nome al vostro male”, e conclude dicendo “tutti lo sanno che le famiglie stanno molto meglio quando c’è di mezzo un bambino malato”. Trovo fantastico il fatto che dobbiamo riconoscere di avere una profonda sofferenza ma spesso diamo la colpa agli altri di questo nostro malessere e ci si allea, si trova un capro espiatorio, invece di riconoscere che ognuno ha la sua zona d’ombra e tutti possono esserne colpiti. L’accettazione di questa parte intima, controversa, anche nera penso sia il più grande sforzo di compassione, del patire insieme”.

C’è un lato di lei che ha scoperto interpretando questo personaggio?
“Cerco sempre di interpretare i personaggi, di prestare delle cose che mi appartengono mentre loro mi regalano degli aspetti che non ho esplorato. Mi ha fatto piacere tornare a recitare un testo contemporaneo, nudo e crudo, con un taglio cinematografico moderno, ritmato, come quello che ha dato il regista Falleri. Credo che questo personaggio mi abbia messo alla prova, nel senso che mi è costato molta fatica, è stato come immergersi senza riemergere fino alla fine dello spettacolo, tentando di trovare una chiave senza retorica e compiacimenti. E’ stata una sorta di seduta psicanalitica, e questo credo sia arrivato anche al pubblico”.
In quali progetti sarà prossimamente impegnata?
“Vorremmo portare “Mathilde, cronaca di uno scandalo” in giro per l’Italia e speriamo di darvi presto un aggiornamento sulle eventuali date. Intanto sarò in scena il 21 e 22 ottobre a Roma al Teatro di Villa Lazzaroni con lo spettacolo “Contadini del Sud” che interpreto da 25 anni, scritto e diretto da Ulderico Pesce e tratto dall’opera di Rocco Scotellaro e Amelia Rosselli, che racconta una storia d’amore e di impegno sociale. Ho anche preso parte al film “Eravamo bambini” di Marco Martani, che ha una sceneggiatura bellissima e sarà presentato alla Festa del Cinema di Roma 2023, nella sezione Alice nella città, e alla terza stagione della serie Màkari”.
di Francesca Monti
