Al Teatro Filarmonico di Verona trionfo per “Amleto”

Al Teatro Filarmonico di Verona, “l’altro volto dell’Arena”, va in scena la sera di venerdì 27 ottobre la terza di quattro recite di “Amleto”, Tragedia lirica in quattro atti del compositore e direttore d’orchestra veronese Franco Faccio, su libretto di Arrigo Boito, ispirata all’omonima tragedia di William Shakespeare.

Un evento irrinunciabile per gli appassionati d’Opera, se si tiene conto che la storia di  “Amleto” è stata parecchio sfortunata.

Rappresentata per la prima volta con successo al Teatro Carlo Felice di Genova nel lontano 1865, fu messa temporaneamente da parte per rimaneggiamenti e riproposta al Teatro alla Scala di Milano nel 1871.

Le critiche che piovvero sulla composizione spinsero inaspettatamente Faccio a ritirare il suo lavoro opponendosi a tutte le richieste di esibizione.

Da allora un lungo oblio ha avvolto la tragedia lirica, ripresa solamente nel 2014 ad Albuquerque.

In Italia, a Verona dopo quindi 152 anni (in realtà il debutto di “Amleto” era stato fissato alla primavera del 2020, e rimandato causa pandemia) è ritornata con una nuova produzione a cura della Fondazione Arena di Verona, affidata alla regia di Paolo Valerio. Maestro Concertatore Giuseppe Grazioli.

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Amleto è un’Opera interessante da varie prospettive.

L’orchestrazione è ricca, densa e sonora, a tratti pomposa. Faccio e Boito trovano l’intesa: al racconto dello svolgersi dei momenti più impressionanti della vicenda corrisponde una musica che davvero ben rimarca quanto sta accadendo sul palcoscenico.

Il cast è formato da diversi artisti, ma i principali sono fondamentalmente due: Amleto e Ofelia. Gli fanno da contorno il Re Claudio e Geltrude, e poi Polonio e Laerte con Orazio e Marcello. Infine lo spettro che compare due volte: è il padre di Amleto, assassinato dal fratello Claudio che gli ha usurpato trono e moglie.

Il tenore Samuele Simoncini è un Amleto dalla voce furente, espressiva, ben calibrata e dalla personalità complessa. Amleto non è un pazzo: è rimasto scioccato dalla morte del padre e specialmente dalle circostanze che l’hanno determinata. Sin da quando entra in scena Amleto parla di suicidio: la vita è dannazione, la terra un luogo immondo. Se non ci fosse Dio a punire chi compie l’insano gesto…

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credit foto Ennevi

A inizio secondo atto, al momento di cantare “Essere o non essere”, il lugubre pensiero ritorna (“Ah se bastasse il rapido vibrar d’uno stiletto), mentre approfittando di una corda calata dall’alto (espressione del suo stato mentale e del desiderio consapevole che egli ha di farla finita), Amleto lascia che essa gli circondi il collo ma non la stringe anzi, all’arrivo dell’amata Ofelia il giovane sembra rallegrarsi salvo poi suggerire alla ragazza di optare per la vita religiosa facendosi monaca. Durante il duetto, infine, Amleto trova il tempo di rinchiudersi per pochi istanti in una bara.

Ofelia è interpretata dal soprano Eleonora Bellocci. Buona prestazione la sua, nel canto eccede un po’ nel vibrato, discreta la presenza scenica. Brava nell’aria della follia “La bara involta d’un drappo nero”, dove inizia il brano muovendosi sul palco vagando da una parte e dall’altra senza meta, occhi strabuzzati, prima di inscenare il suo suicidio.

Bene Geltrude, il soprano Marta Torbidoni, che si mette in evidenza vocalmente nel terzo atto con l’aria “Ah che alfine all’empio scherno”, a conclusione di un lungo e interessante (sul piano pure musicale) confronto col figlio Amleto.

Il baritono Damiano Salerno (Re Claudio), si segnala per il canto della preghiera del Padre Nostro in apertura del terzo atto. Una preghiera recitata a pezzi perché ad ogni verso corrisponde una riflessione del protagonista che rimembra il delitto commesso. Egli sembra affranto dai sensi di colpa, ma in realtà non lo è e non vuole prestarsi a caderne vittima.

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credit foto Ennevi

Passiamo alle note di regia.

All’inizio e alla fine di ogni atto e di ogni parte di esso vengono proiettate sul palcoscenico le riproduzioni delle corrispondenti pagine originali della partitura, firmate da Faccio e riportanti indicazioni segnate dallo stesso.

Nel primo atto una lunga tendina trasparente separa il Re, la Regina e i cortigiani, che sono in fondo, da Amleto che è posizionato al di là di essa, davanti agli spettatori.

É un modo per mostrare l’esistenza di due mondi contrapposti e contrastanti: quello delle feste e dei sontuosi banchetti e quello dell’angoscia, di una tristezza che fa a pezzi, di un dolore inconsolabile.

Più semplicemente il male che si contrappone al bene.

Carina la rappresentazione della “Trappola”, lo spettacolo organizzato per smascherare le nefandezze del Re Claudio, dove attore e attrice che rivestono i panni del Re di Gonzaga e della Regina (Francesco Pittari e Marianna Mappa), recitano con parti del corpo legate a dei fili, agendo e muovendosi da marionette.

Un altro momento da ricordare è il lamento funebre alla morte di Ofelia. Il coro rappresenta i figuranti in lutto, la giovane è distesa esanime, circondata da fiori.

La musica è imponente e celebra il dramma.

Nella disperazione generale contrasta l’atteggiamento dei due inquietanti becchini, abituati a scene del genere.

Essi non si lasciano vincere dalla commozione ma, stringendo un fiasco di vino che si scambiano regolarmente, esortano ad avviare le pratiche di sepoltura (Cacciamola giù! Mors tua, vita mea).

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credit foto Ennevi

La tragedia si conclude con la morte di Laerte, del Re Claudio e di Geltrude. Amleto, colpito in precedenza da Laerte, con cui aveva ingaggiato un duello di spade, e ferito in maniera irreparabile può finalmente abbracciare la morte che aspetta con serenità: ha ucciso il Re vendicando il padre.

Sorride felice, Amleto. È un trionfo, accompagnato dagli ultimi fastosi passaggi strumentali di una partitura che davvero meritava di essere riscoperta e riesposta.

di Pasquale Ruotolo

credit foto copertina Ennevi

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