“Il mio personaggio, Susan Hudson, è una donna fragile, ha una relazione con il suo psichiatra Roy, è molto manipolabile, ma al contempo è solare ed entusiasta della vita”. Samuela Sardo è protagonista, insieme a Gianluca Ramazzotti, Pietro Bontempo, Sara Ricci e Nini Salerno, dello spettacolo “Tenente Colombo, analisi di un omicidio (Prescription: Murder)”, con la regia di Marcello Cotugno, in scena sabato 4 e domenica 5 novembre al Teatro Ciak di Roma.
Un giallo emozionante, scritto dagli autori originali della serie TV, Richard Levison & William Link, in cui lo spettatore è da subito testimone dell’omicidio, e prodotto da Oliver & Friends e JL Rodomonte Production.
Il dottor Fleming è un brillante psichiatra di New York, che non riesce più a tollerare il matrimonio con la moglie, una donna possessiva che ha sposato solo perché ricca. Assieme alla sua giovane amante Susan, un’attrice di soap, architetta il piano perfetto per uccidere la moglie. Ma sulla sua strada troverà il tenente Colombo. Dalla prima scena in poi, il racconto si dipana non sulla traccia del “chi è stato” come accade in Agatha Christie, ma sul filo del “come fare a prendere il colpevole”, con il modesto ma acuto Colombo che lavora ostinatamente per smascherare l’alibi “perfetto” dell’assassino.

Samuela, è tra i protagonisti dello spettacolo “Tenente Colombo, analisi di un omicidio” per la prima volta rappresentato in Italia, nel quale interpreta Susan Hudson. Come si è approcciata a questo personaggio?
“Faccio una premessa: non tutti sanno che la storica serie televisiva Il Tenente Colombo è stata in realtà tratta da uno spettacolo teatrale che ha avuto molto successo. Il mio personaggio, Susan Hudson, mi ha colpito perchè è una donna fragile, ha una relazione con il suo psichiatra Roy, interpretato da Pietro Bontempo, ed è molto manipolabile, infatti questo uomo forte ha una sorta di potere sulla propria paziente in quanto deve indirizzarla sulla strada giusta. In questo caso sceglie Susan come sua complice nell’omicidio della moglie (Sara Ricci). Roy, oltre ad essere uno psichiatra, è un narcisista, si sente quasi superiore a Susan, e riesce ad uccidere la moglie proprio grazie a lei in quanto gli fornisce l’alibi per la sera dell’omicidio. E’ un’attrice di soap, innamorata del suo lavoro ed entra in scena quasi euforica perchè vede il suo amore che incontra una volta alla settimana nello studio medico in occasione della seduta ma anche perchè le hanno aggiunto due scene nella serie in cui recita. Così capiamo che non è una grandissima attrice, però è una ragazza solare, entusiasta della vita, che viene subito riportata da Roy in questa sorta di tunnel. Infatti le dice di non pensare alla soap perchè hanno un piano più importante il giorno dopo da portare a termine. Susan tenta di condurre la sua vita, i suoi interessi ed è focalizzata su questo grande amore, mentre per lo psichiatra lei è solamente la complice che deve spronare, risvegliare da questi suoi sogni un po’ infantili e mantenerla concentrata sull’unico scopo di questa relazione, cioè aiutarlo nell’omicidio della moglie. Le promette un futuro insieme ma una volta ottenuto quello che vuole perde interesse nei suoi confronti”.
Una dinamica, quella dell’inganno, dell’illusione, della manipolazione dell’altra persona per tenerla legata a sé che è sempre attuale e presente nelle relazioni amorose…
“E’ sicuramente attuale. Ci sono situazioni simili nella realtà, senza che l’uomo sia necessariamente uno psichiatra, con donne che si fanno soggiogare e vengono spinte, con l’illusione del vero amore, a fare cose che non avrebbero mai nemmeno pensato di fare. Susan ad esempio fino all’ultimo spera che si possa trovare una soluzione alternativa all’omicidio che però non c’è. Queste dinamiche nelle relazioni sono sempre state presenti ma non se ne parlava come fortunatamente accade invece oggi. Anche le situazioni che poi finiscono purtroppo in tragedia nascono quando nella coppia c’è una personalità forte e un’altra che è vittima, soccombe, viene ingannata, illusa, uccisa”.

Foto credit Luigi Cerati
“Tenente Colombo, analisi di un omicidio” dopo il Teatro Ciak di Roma proseguirà la sua tournée a Trieste (dal 9 al 12 novembre al Teatro stabile La contrada) per concludersi il 23 novembre a Stradella. Verrà poi ripreso nella prossima stagione?
“Questa è una tournée breve che terminerà a Stradella il 23 novembre, in attesa di riprendere lo spettacolo nella prossima stagione, arrivando anche nei teatri delle grandi città italiane”.
Quali pensa possano essere i punti di forza di questo spettacolo?
“Innanzitutto Marcello Cutugno ha fatto una regia bellissima, chi viene a vedere “Tenente Colombo, analisi di un omicidio” è spinto dalla serie televisiva con Peter Falk e dall’immagine che ha di questo personaggio. Gianluca Ramazzotti lo interpreta perfettamente, non copiandolo ma facendo sue alcune movenze, inserendo anche la sua personalità e le sue capacità attoriali. Quindi gli spettatori avranno di fronte quel Tenente Colombo che amano, buffo, divertente, che sembra essere sempre fuori strada nella risoluzione dei casi e invece coglie ogni piccolo particolare e incastra i colpevoli, ma assisteranno anche ad uno spettacolo completo, che unisce il giallo, il noir e le scene drammatiche, con scenografie bellissime. Questa atmosfera creata dal regista dà un ulteriore spessore alla pièce”.

Samuela Sardo con Pietro Bontempo e Gianluca Ramazzotti – Foto credit Luigi Cerati
Lei ha esordito nel 1982 a soli cinque anni nello spettacolo “Casa di bambola” di Ibsen. Che ricordi conserva?
“Casa di bambola non era su un palcoscenico ma in uno studio perchè all’epoca, nel 1982, in Rai si faceva il teatro in tv in quanto avevano l’obiettivo, giusto e sacrosanto, di avvicinare tutti a questa arte. In quegli anni infatti non c’era ancora quella cultura teatrale che ora sta crescendo anche grazie alle scuole, inoltre non era accessibile a tutti e quindi riprendevano gli spettacoli e li trasmettevano in tv per farli conoscere ad un pubblico più vasto possibile. E’ stato il mio debutto in assoluto, ho iniziato per caso in quanto alcuni produttori hanno visto una mia foto che mia mamma che lavorava in banca aveva sulla scrivania e stavano cercando una bambina per questo spettacolo. Così le chiesero se poteva portarmi sul set per vedere la mia reazione. Quando sono arrivata in questo studio c’era la neve finta e ai miei occhi di bambina di cinque anni è sembrato tutto magico, come se fossi in una favola. Non solo mi sono trovata bene ma non volevo più andarmene, tanto che mia mamma mi chiedeva di recarci al bar per prendere qualcosa da mangiare e io volevo restare avendo paura che iniziassero le scene senza di me”.
E da quel giorno si sono susseguiti tanti altri progetti in tv, al cinema e a teatro…
“Mi sono innamorata subito di questo lavoro. All’epoca era un gioco, ma poi ho capito che mi piaceva l’idea di vivere altre vite, interpretando i personaggi per quel lasso di tempo. Da lì ho iniziato ad avere battute e impersonare ruoli più importanti”.
Tra i personaggi che ha interpretato sicuramente uno che è rimasto nel cuore degli spettatori è Anna Boschi di “Un Posto al sole”…
“Io sono uscita tanto tempo fa dalla soap che ha festeggiato ad ottobre 27 anni, eppure la gente ancora mi riconosce per quel personaggio, mi ferma per strada, mi chiede di tornare perché letteralmente è ancora vivo, in quanto è stato fatto partire per la Nuova Zelanda. Poi ho interpretato altri ruoli prestigiosi nelle lunghe serialità, tra cui Giulia Donati in “Incantesimo”, ma Anna Boschi, forse per la sceneggiatura e le storie scritte bene, o per il fatto che “Un Posto al sole” fosse un prodotto nuovo che fortunatamente continua ad avere successo, è rimasta nel cuore e nella mente delle persone. Questo mi inorgoglisce, mi stupisce e sarò sempre grata per tutto questo affetto. “Un Posto al sole” è stata una bellissima esperienza, anche di vita. All’epoca avevo 17 anni e mi sono trasferita a Napoli. Era la prima volta che lasciavo la casa dei miei genitori per vivere da sola. Poi quando non ero impegnata con le riprese tornavo da mamma e papà a Roma”.
Dopo venti anni Luigi Di Fiore è tornato a recitare in “Un Posto al sole”, a lei piacerebbe vestire di nuovo i panni di Anna?
“Mi piacerebbe tornare ad interpretare Anna, ma dovrei comunque mettere in conto il fatto che, oltre ad avere 27 anni in più, sono una mamma e ci sarebbe il problema di lavorare durante la settimana a Napoli e avere una figlia piccola che vive a Roma e che non posso far spostare. Sarebbe complicato dal punto di vista logistico”.

Samuela Sardo in “Il nastro rosso”
Ha preso parte recentemente al corto “Il nastro rosso” di Andrea Marrari, tratto dall’omonimo libro in cento parole di Edda Valentini, che racconta la storia di una madre che mette in atto un piano per salvare sua figlia dalla furia nazista, prima di consegnarsi alle SS e venire deportata. Una storia ambientata nel 1943 ma che per certi aspetti, se guardiamo a quanto sta accadendo oggi nel mondo, in particolare in Ucraina e nel Medio Oriente, non è poi così distante…
“Mentre mi stavo preparando sul set ho pensato che questo cortometraggio era ambientato nel 1943 ma nonostante fossero passati ottant’anni è come se l’umanità, o almeno una parte, non avesse imparato nulla dalla storia e dagli errori commessi. E lo vediamo ancora di più in questo ultimo periodo. Purtroppo temo che si possa arrivare alla terza guerra mondiale, perché i conflitti in atto coinvolgono in qualche modo tutti i Paesi, direttamente o di riflesso. Quando abbiamo girato “Il nastro rosso” non ci aspettavamo di trattare un argomento che fosse purtroppo ancora così attuale”.
Nel film interpreta Marisa, che incarna l’amore materno, così forte e speciale, e con grande coraggio trova un modo per salvare la propria figlia Rita pur sapendo che non la rivedrà più…
“Marisa è un personaggio bellissimo ma anche difficile perchè in pochi frame devi trasmettere l’amore materno ma anche il fatto che sacrifica la sua vita. Infatti nasconde la figlia Rita sapendo che non la rivedrà più. L’unica consolazione è averla salvata. Essere mamma mi ha aiutato ad entrare nei suoi panni. E’ una donna che ha la morte dentro ma non deve trasparire nulla dalla sua voce. E’ come se non avesse più paura per la sua vita ma fosse quasi sollevata. Marisa vorrebbe dire tante cose a Rita ma in quei pochi minuti che ha a disposizione pensa solo ad assicurarsi che la bambina abbia capito il piano, così cerca di organizzare questo nascondiglio come se fosse un gioco. Un po’ come accade in La vita è bella di Roberto Benigni, un film che mi piace molto. E’ stata una bella esperienza. Questo corto ha vinto diversi premi e c’è anche il progetto di realizzare un lungometraggio”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Elisabetta Castiglioni
