Sulla scia della nomina in scena al titolo di Etoile per Nicoletta Manni nel ruolo di Tat’jana accanto a Roberto Bolle, maturo “Onegin”, proseguono le rappresentazioni, presso il teatro alla Scala di Milano, del capolavoro del coreografo sudafricano John Cranko, uno dei balletti più toccanti e drammatici del ‘900, trasformato, nel 1965, in “dramma in danza”, dai versi dell’omonimo romanzo di Puskin, per il Balletto di Stoccarda e riveduto, quattro anni dopo per New York.
Il dramma puskiniano rimane un esempio di costruzione narrativa ad “anello” o a nodo, nel quale, le attrazioni asincroniche dei due amanti protagonisti s’incontrano per poi ravvedersi e nuovamente allontanarsi, in uno spazio tempo nel quale viene giustificata anche una morte a duello, in nome dell’amore, specchio di crude realtà anche nel tempo attuale.
Lo stile inconfondibile di Cranko, apparentemente semplice nella composizione strutturale coreografica, si avvale di rotondità e legazioni scivolate del movimento, che rendono calzanti i dialoghi dei personaggi, attraverso l’interpretazione viscerale degli interpreti. Oltre il tecnicismo mero e puro della danza.

Alla pomeridiana, in un teatro gremito di pubblico e generoso di applausi, nei ruoli principali di Onegin e Tat’jana, Marco Agostino e Vittoria Valerio, si calano con maturità e passione nel carattere dei personaggi, nel contraltare ben riuscito delle parti affidate a Claudio Coviello (Lenskij) e Agnese Di Clemente (Ol’ga).
Così come i ruoli del Principe Gremin, Gioacchino Starace, con misurata presenza scenica, si completa con un elegante, leggero e virtuoso Corpo di Ballo, nell’evidente danza maschile nel primo atto e nel gran ballo nel terzo atto, insieme alla puntuale bravura del ruolo di carattere della nutrice – Licia Ferrigato e della vedova Larina – Luana Saullo.

credit foto Brescia e Amisano

credit foto Brescia e Amisano

Al teatro alla Scala il titolo debuttò solo nel 1993 in un’edizione nella quale i ruoli di Tat’jana e Onegin, erano interpretati da Carla Fracci e Rex Harrington. Da allora, l’opera di Cranko è tornata più volte al Piermarini, segnando nel 2010 l’esordio di un giovane Bolle, impegnato a prepararsi a Stoccarda, per entrare nel ruolo sofferto e gelido del protagonista.
2010-12, sono gli anni nei quali Bolle danza con Maria Eichwald e Alessandra Ferri, arrivando poi a formare una partnership naturale con Marianela Nunez, argentina, étoile del teatro Colon e Principal Dancer del Royal Ballet di Londra, insieme per la prima volta, nelle precedenti edizioni scaligere.
Sulle note delle musiche di Cajkowskij gli arrangiamenti di Kurt Heinz Stolze, la direzione impeccabile del maestro Simon Hewett, alla guida dell’orchestra del teatro alla Scala. Il Corpo di Ballo e i suoi solisti diretti da Manuel Legris, si calano perfettamente nelle dinamiche dei personaggi del romanzo di Puskin, esaltandone caratteristiche e note di colore dei personaggi.
Squisito gusto romantico, austero ed imperiale quanto basta, lo stile delle ambientazioni scenografiche a cura di Pier Luigi Samaritani, così come i costumi, coadiuvati da Roberta Guidi Di Bagno, e le luci dai tagli prospettici melanconici di Steen Bjarke cucite addosso alle sfumature dei sentimenti dei personaggi, in un avvolgente tableau vivant.
Onegin, balletto narrativo, in tre atti e sei quadri, richiede spessore e carattere nei ruoli, così anche per il personaggio di Lenskij, di cui ricordiamo nel 1993 l’interpretazione di Massimo Murru, come pure si sono esibiti, nei ruoli principali di questa edizione scaligera, anche Timofej Andrijashenko, Martina Arduino, Gabriele Corrado e Alice Mariani, riscuotendo consenso di pubblico e critica.
Una chiave poetica e narrativa moderna quella del coreografo Cranko creata ed ispirata al poema russo di Puskin, ambientata nell’800 imperiale di San Pietroburgo, tanto perfetta da non essere ancor oggi riusciti a rimaneggiare o ricrearne altri inediti.
In scena fino al 25 novembre: http://www.teatroallascala.org
di Emanuela Cassola
