SMS News quotidiano ha incontrato la cantautrice e poetessa Marta De Lluvia, che ha recentemente pubblicato l’album “La festa che non c’era”.
Ne è nata una chiacchierata tra musica e poesia (la sua raccolta poetica “In sé maggiore”, pubblicata nel 2013, è diventata un reading di musica e poesia basato sull’interplay e sulla improvvisazione insieme al pianista Alessandro Menichelli), esigenza di “fare rete” e di creare spazi nuovi dove esprimersi e farsi attori di un cambiamento esistenziale e sociale.
La critica definisce spesso i testi dei suoi album musicali “poetici”. Da poetessa (ha all’attivo anche una raccolta di poesie, “In sé maggiore”, N.d.R.) che spiegazione si dà di questa notazione?
Mi lusinga moltissimo, leggerlo. Sono “poetici” perché c’è una certa ricerca della parola, e questo mi contraddistingue da sempre, qualunque cosa scriva. Tuttavia, è un peso e un onore troppo grande essere chiamata “poetessa”. Capisco che abbiamo bisogno di definizioni, di appellativi, anche per intenderci su quello che facciamo, ma più leggo, più ascolto, più conosco e più attenta divento, appunto, con le parole.

“Le 12 tracce sono fortemente autobiografiche. Tuttavia, le esperienze e gli stati d’animo vengono condivisi con la speranza di incontrare ed abbracciare quelle di altri. Nel disco ci sono sentimenti forti: la nostalgia, la passione, la rabbia, il rimpianto, la tristezza, la felicità assoluta, la gratitudine più profonda”- ha dichiarato. Per lei la musica è essenzialmente condivisione, senza nessuno spirito agonistico?
L’agonismo c’è perché tutti sentiamo di partecipare a una gara per l’auto-affermazione. Ma è un sentire falso e indotto dal modo di vivere e dalle condizioni poverissime in cui versa il mondo musicale. C’è sempre qualcosa che tutti noi teniamo per noi stessi, contatti, possibilità, idee. Lo faccio anche io, a volte, e me ne rammarico perché la verità è che la musica, quella dei cantautori, ha già perso, è già stata schiacciata. Più che lottare per quei pochi (e illusori?) posti in alto, o oltre a lottare per quelli (perché lo capisco), noi dobbiamo unirci e CREARE i nostri luoghi, i nostri spazi. Non è più il tempo, specialmente per le donne artiste, di chiedere permesso, approvazione da altri. È tempo di essere, e di essere insieme. Non so bene come farlo ma alcune lo fanno, per fortuna. Come Marian Trapassi con la sua rassegna Because The Night, come Cristina Nico e Sabrina Napoleone con il Lilith Festival ed etichetta, come Chiara Raggi con la sua etichetta Musica di Seta, come il gruppo di Dinamica Festival (fondato tre artiste Sue, Laura B e Vea) e altre che certamente non conosco. Quindi sì, la musica è condivisione, dovrebbe poterlo rimanere.
Com’è stato rapportarsi, nella lavorazione dell’album, con Edoardo Petretti e Federico Ferrandina?
Putroppo abbiamo lavorato per lo più a distanza, vivevo ancora in Belgio al tempo della pre-produzione dell’album. Edoardo Petretti e Federico Ferrandina sono due persone buone, molto competenti, precise e generose. Dire “buone” sembra sminuire tutto il resto e invece secondo me lo potenzia fortemente. E sembra che uno tessa sempre per forza le lodi di quelli con cui lavora. Beh, sì, perché intuitivamente, senza conoscerli, li ho scelti: sentivo ascolto, empatia, dedizione, rispetto enorme per la musica, mondi e anime grandi. E tutto questo si è dimostrato vero nel risultato dell’album. Loro mi hanno portata dove io non avrei saputo mai andare, da sola. E sono grata che esistano uomini e musicisti, professionisti come loro.

Ho voluto lavorare al video con due “sorelle d’anima”, la regista Lucia Porfiri e Julja Voronina, l’altra protagonista del video, a testimonianza del fatto che il senso di “famiglia” e appartenenza si allarga e si approfondisce diventando grandi- ha dichiarato a proposito del videoclip de “La festa che non c’era”. Il concetto di appartenenza sembra ritornare con forza nell’album…
È uno dei nodi della mia vita (e forse della vita di tutti?). Sapere, capire, accettare da dove si viene (il posto, la famiglia, l’estrazione sociale, il ruolo e molte altre cose), già questo può richiedere metà della vita. Poi ci sono le appartenenze che scegliamo, che creiamo noi, e entrambe, quelle da cui veniamo e quelle verso cui andiamo diventano, alla fine, la mappa del nostro “destino” interiore e affettivo. Non è cosa da poco, insomma. L’appartenenza ha il potere di dare o togliere significato/i all’esistenza intera.
Il suo esordio discografico, “Grano”, è stato finalista alla Targa Tenco nella sezione Miglior Opera Prima. Quale sarebbe per lei il miglior riconoscimento del suo ultimo lavoro, invece?
Costruire una stima, un pubblico, una rete in Italia che mi permetta di realizzare i prossimi lavori, di scrivere, di poter guadagnare qualcosa con la musica e la scrittura, poterle portare avanti con costanza. Un grande paradosso della vita: non abbiamo bisogno di nessuno per essere quel che siamo, ma abbiamo bisogno di molti per diventarlo.
Abbiamo sbirciato nel suo profilo Ig, nel quale spesso propone (oltre a brani del suo repertorio) delle riletture di brani famosi. Ha mai pensato ad un disco di sole cover? Può elencarcene almeno tre che sarebbero irrinunciabili?
Ad ora, non credo che saprei aggiungere valore a canzoni di altri. Le canto perché sono nella mia pelle, perché mi danno parole che spesso non ho. Tre irrinunciabili canzoni da cantare sono, ad esempio: “Both sides now” di Joni Mitchell, “E ti vengo a cercare” di Battiato, “Solo le pido a Dios” (interpretata da Mercedes Sosa) ma tante altre… Quello che invece vorrei fare è portare la poesia “vera” nella mia musica. Un album a cui penso da tanto tempo ma che non vedo ancora con chiarezza.
di Lia Rossini
