Intervista con Anna Mazzamauro, in scena all’Off/Off Theatre di Roma con “Com’è ancora umano lei, caro Fantozzi”: “All’inizio la signorina Silvani è stata un tormento, ma le sono grata perchè le devo la popolarità”

“Se potesse vedere questo spettacolo mi direbbe “grazie” per aver passato venti anni insieme, per l’afflato e il rispetto nei suoi confronti”. Attrice straordinaria, di grande intelligenza e ironia, Anna Mazzamauro è in scena da venerdì 12 a domenica 14 gennaio per la prima volta all’OFF/OFF Theatre di Roma con “Com’è ancora umano lei, caro Fantozzi”, da lei scritto e interpretato, prodotto dalla GoodMood di Nicola Canonico. Sul palco è affiancata dal musicista Sasà Calabrese, alla chitarra e al pianoforte.

In questo lavoro tenero e comico, omaggio all’iconico personaggio impersonato per tanti anni da Paolo Villaggio, i suoi racconti si uniscono a quelli di Anna Mazzamauro in un rimbalzo di emozioni dalle infinite sfumature che fanno la storia degli incontri dietro le quinte, della signorina Silvani, della piccola mostruosa Mariangela al concorso per bimbi belli, del ricordo di Visconti e Filini, l’odiato e invidiato collega. Non un semplice monologo, ma uno spettacolo completo.

In questa piacevole chiacchierata Anna Mazzamauro ci ha parlato di com’è nata l’idea di “Com’è ancora umano lei, caro Fantozzi”, dell’amore per il teatro, della sua atipicità, tra interessanti ricordi e progetti futuri.

LOCANDINA Anna Mazzamauro DEF

Anna, ci racconta com’è nata l’idea dello spettacolo da lei scritto e interpretato “Com’è ancora umano lei, caro Fantozzi”, omaggio a Paolo Villaggio?

“Ogni anno un attore è vittima di se stesso, nel senso che deve scegliere un argomento, un testo da proporre al pubblico. Ho così deciso di autofesteggiarmi e di omaggiare Paolo Villaggio. Curiosamente sembra che sia l’anno di Fantozzi e che ci siamo dati appuntamento per ricordarlo, perchè è stata realizzata anche la serie “Come è umano lei”, diretta da Luca Manfredi. Ho scritto un testo che non ne esaltasse soltanto i meriti ma che mi desse la possibilità partendo da Fantozzi, di arrivare, attraverso dei tentacoli, ad altri argomenti. Ad esempio quando parlo di Mariangela, la sua orrenda figlia, che lui porta ad un concorso di bellezza, credo che nello scrivere quel capitolo abbia pensato anche al film Bellissima di Visconti, e io racconto il monologo di una madre che parla con la figlia, quindi prendo spunto da varie cose. Oppure quando la Silvani, con l’ansia di nuovi incontri, conosce un gay e dice “ho incontrato un uomo diverso”, lui risponde “non sono io che sono diverso ma sono gli altri che sono troppo uguali”. Quindi affronto anche la tematica della diversità vista in accezione positiva attraverso una canzone bellissima”.

Nella sua carriera ha interpretato donne diverse, ma indubbiamente il personaggio che è rimasto maggiormente nell’immaginario del pubblico è la signorina Silvani. Essere identificata con lei le fa piacere o magari le dà un po’ fastidio?

“Per me che aspiravo ad interpretare Medea, inizialmente la signorina Silvani è stata un tormento, la cornice meravigliosa al cui interno ci sono io incavolata nei suoi confronti perchè mi impedisce di fare fino in fondo quello che avrei voluto. Però secondo me tante colleghe vorrebbero questa incazzatura pur di ottenere la riconoscibilità che ho avuto. Sono quindi grata alla signorina Silvani, devo a lei la popolarità, il fatto che la gente mi riconosca, mi chieda la foto o l’autografo. Medea la farò quando rinascerò (ride)”.

Originariamente lei era stata chiamata per il ruolo di Pina, come venne poi scelta invece per impersonare la signorina Silvani?

“Ero stata chiamata da Luciano Salce con il quale avevo già lavorato a teatro in quanto cercava un’attrice bruttarella ma bravina per la parte di Pina, la moglie di Fantozzi. Allora mi sono acconciata in modo strepitoso, con i capelli cotonati, ho indossato un vestitino stretto, le calze a rete, ho messo le scarpe con i tacchi a spillo e sono andata al provino. Quando ho aperto la porta Salce in imbarazzo mi ha detto “perdonami Anna, ti ricordavo più brutta”, ma Paolo Villaggio, dopo avermi guardata, ha affermato “è brutta pure lei, è piena di difetti ma li porta sui tacchi e quindi c’è una parte molto più importante, quella della donna dei sogni di Fantozzi e lui non può sognare che una così”. E’ da lì è iniziata l’avventura nei panni della signorina Silvani”.

Anna Mazzamauro_Com'è umano lei caro fantozzi ph Luigi Cerati

Qual era il pregio più grande di Paolo Villaggio?

“L’intelligenza ed è un pregio non comune. Noi attori siamo abituati a tentare di soddisfare il pubblico o i giornalisti mostrandoci simpatici, spiritosi, compiacenti, ma la simpatia a volte preclude l’intelligenza, intesa come far subire ai propri pensieri anche delle deviazioni antipatiche”.

Facendo un piccolo passo indietro fino agli inizi della sua carriera, alla fine degli anni sessanta aveva aperto a Roma un piccolo teatro per spettacoli di prosa, Il Carlino, diventando impresaria di se stessa…

“Si chiamava Il Carlino perchè mio padre mi aveva dato i soldi per aprirlo. Era situato in via XX settembre a Roma. E’ stata un’esperienza bellissima, ho scritturato per iniziare Elio Pandolfi, i Vianella, Bruno Lauzi, ma poi purtroppo il teatro è stato bruciato”.

Tra gli spettacoli che ha portato in scena vorrei soffermarmi in particolare su Cyrano de Bergerac, in cui ha interpretato Cyrano, unica donna nel mondo ad oggi a rivestire questo ruolo, e Raccontare Nannarella, un monologo di Mario Moretti dedicato ad Anna Magnani. Che ricordi conserva? 

“Sono i due spettacoli più belli della mia vita. Quando scelgo i personaggi ripongo grande attenzione innanzitutto alle creature che si celano dietro essi e Cyrano poteva essere una donna che ha sofferto per amore, che combatte. Così ho iniziato questa avventura meravigliosa. Vestire i suoi panni non era solo indossarne i costumi ma entrare nella contemporaneità della battaglia contro la stupidità, l’ingiustizia. E’ un po’ la sorte di noi attori, perchè sembra tutto bello ma dietro alle nostre spalle ci sono lotte senza quartiere, devi combattere ad esempio contro chi ti ritiene non bella e ti concede poco spazio. Lottare dà un senso alla vita, ne vale sempre la pena. Allo stesso modo Cyrano aveva la spada in mano per combattere le ingiustizie. E io sono Cyrano.

In “Raccontare Nannarella” con la regia di Aldo Trionfo invece non ho tentato nessuna imitazione della Magnani ma è stato un percorso tra due Anna, per cui a volte diventavo lei e viceversa, avendo lo stesso nome. Anche la Magnani era un Cyrano di quegli anni, sempre in lotta professionalmente, sentimentalmente, umanamente, e mi sembrava quindi inevitabile trasportare quel personaggio in entrambe”.

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Quanto è stato ed è importante per lei avere la libertà di essere se stessa?

“La mia atipicità ha cominciato e continua tuttora a mostrare l’aspetto bruciacchiato della medaglia nel senso che la bellezza vince sempre. Quando mi dicono che sono bella dentro rispondo “che fatica stare sempre con la bocca aperta per far vedere quanto sono bella dentro”. E’ faticoso non essere belli perchè la contemporaneità esige l’annullamento della ruga, il rinforzo delle labbra, ma a me fanno paura le operazioni. Non è vero che è facile essere atipiche, bisogna lottare ancora di più, e ogni tanto penso anche che mi sarebbe piaciuto essere bella. Mi sono dovuta adattare simpaticamente e forse intelligentemente ad una condizione che non favorisce le attrici. Anche andare verso la Magnani significava rispettare la sua atipicità grazie alla quale ha avuto successo”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnata?

“Sto scrivendo il prossimo spettacolo che si chiamerà “Brava bravissima anche di meno”  e spero che venga bene. All’inizio ho la sindrome della pagina bianca, poi quando la guardo con amore le parole nascono con maggiore facilità. E’ un omaggio non a me, ma al pubblico che amo infinitamente. Regalare e ricevere emozioni è la condizione più bella. L’applauso è per me una sorta di infusione di sangue. Durante la giornata possono succedere cose belle o brutte ma quando sei in scena dimentichi tutto. Ho fatto uno spettacolo persino con la febbre a 40°, e l’estate scorsa nonostante il caldo pazzesco sono arrivata alla fine della tournée”.

Cosa rappresenta per lei il teatro?

“Il teatro è la magia di quando eri bambino, quando mettevi un cappelletto diverso dalla quotidianità e ti trasformavi in un altro personaggio. L’amore per il teatro è nel mio dna, non so fare altro, dà un senso alla mia vita. Certo, ho una figlia meravigliosa, ma quello è un reparto umano. Quando sono sul palco mi sento intelligentissima, bellissima, fascinosa”.

Se Paolo Villaggio potesse vedere “Com’è ancora umano lei, caro Fantozzi” cosa pensa le direbbe?

“Mi direbbe “grazie” non di devozione, ma di simpatia, per aver passato venti anni insieme, per l’afflato che c’è in questo spettacolo nei suoi confronti, il rispetto col quale contraccambio quello che lui mi ha dato e l’opportunità meravigliosa che mi ha offerto di essere riconosciuta. Durante “Com’è ancora umano lei, caro Fantozzi” utilizzo i suoi scritti, i suoi racconti come raccordo tra un momento e l’altro e attraverso le sue parole sto scoprendo Paolo. Non eravamo amici, ma ottimi colleghi, lui era straordinario, non ho ritrovato in nessun altro la sua stessa intelligenza, lo stesso riguardo che aveva per gli attori che sono altro da sè”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Carla Fabi

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