Al Teatro Strehler di Milano, dal 7 al 24 marzo, L’albergo dei poveri di e con Massimo Popolizio: “Sono sedici i personaggi in scena attraverso i quali vengono affrontati temi come la potenza dell’immaginazione e la verità”

Arriva a Milano, al Teatro Strehler, dal 7 al 24 marzo L’albergo dei poveri, uno spettacolo di Massimo Popolizio, che è anche protagonista in scena con Sandra Toffolatti, Raffaele Esposito, Michele Nani, Giovanni Battaglia, Aldo Ottobrino, Giampiero Cicciò, Francesco Giordano, Martin Chishimba, Silvia Pietta, Gabriele Brunelli, Diamara Ferrero, Marco Mavaracchio, Luca Carbone, Carolina Ellero, Zoe Zolferino.

Conosciuto anche come I bassifondi, o Nel fondo, o ancora Il dormitorio, l’opera di Maksim Gor’kij fu rappresentata per la prima volta a Mosca nel 1902 con la regia di Stanislavskij e poi ribattezzata L’albergo dei poveri da Giorgio Strehler, in occasione della regia che inaugurò il Piccolo Teatro di Milano il 14 maggio del 1947. In scena era lo stesso Strehler, nei panni di Aleška (oggi interpretato da un ex allievo della Scuola del Piccolo, Gabriele Brunelli), affiancato da attori del calibro di Lilla Brignone, Marcello Moretti, Salvo Randone, Gianni Santuccio.

Dopo 77 anni da quella prima, storica, rappresentazione italiana, Massimo Popolizio ripropone al pubblico il titolo voluto da Strehler, in virtù del suo valore emblematico e poetico, oltre che storico.

L’albergo dei poveri è un grande dramma corale che si potrebbe definire shakespeariano nel suo sapiente dosaggio di pathos, denuncia sociale, amara comicità, riflessione filosofica e morale sul destino umano. In scena una compagnia di 16 attori, che impone alla regia la ricerca di un ritmo adeguato al continuo mutare delle situazioni e dei punti di vista. Un crescendo di tensione reso ancora più evidente dall’angustia dello spazio evocato: un rifugio di derelitti e alcolizzati dove i personaggi trascorrono i loro giorni tentando di non soccombere alla disperazione e all’inerzia della sconfitta.

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Si tratta di una sfida che, dopo Stanislavskij e Strehler, è stata raccolta anche da grandi maestri della regia cinematografica, tra gli altri, Renoir e Kurosawa. Lo stile di regia di Popolizio, la sua maniera di dirigere gli attori e il meccanismo teatrale nel suo complesso, sembra particolarmente adeguato a scrivere un nuovo capitolo di questa storia di interpretazioni. Il nostro non è il mondo del 1902, e nemmeno quello del 1947: è mutato anche il concetto stesso di «povertà», ma l’energia drammatica, la forza visionaria, la disperata lucidità dei personaggi di Gor’kij è ancora intatta, grazie anche alla nuova scrittura drammatica di Emanuele Trevi.

“L’albergo dei poveri di Maksim Gor’kij è un vorticoso teatro esistenziale dove risuonano fulminanti interrogazioni sul fato, sui flutti del tempo, sulla vita, sulla morale, sulle pieghe del dolore, sull’ineluttabilità del male, non ultimo sul nucleo ignoto della presenza di Dio. A partire dall’adattamento di Emanuele Trevi, Massimo Popolizio, sotto l’egida del Teatro di Roma e del Piccolo Teatro di Milano, ha scelto di scandagliare questo luogo di laceri incontri e conflitti, in senso letterale patetici, non per scioglierne i nodi quanto per attraversarne, in maniera rapsodica e obliqua, il fondo oscuro e misurarsi così con il mistero indecifrabile della condizione umana”, ha dichiarato Claudio Longhi, Direttore del Piccolo Teatro di Milano.

“Quella con Massimo Popolizio è una collaborazione che insegna molto, che mi mette nella condizione di non avere io l’ultima parola, ma di poter inserire frammenti del mio mondo interiore. Quando si arriva a consegnare un materiale bisogna aspettarsi che nel periodo di prove quel materiale cambi. È un lavoro inizialmente solitario e poi ci si vede e si parla tanto: sono riunioni bellissime perché si entra con una postura e si esce con un’altra; nel frattempo registri delle variazioni sul file. Ma c’è un momento in cui lo spettacolo va in prova e certi orientamenti anche molto decisi a tavolino devono operare una vera e propria retromarcia e tornare in un’ambiguità, altrimenti si nega a un artista ciò che ha di più prezioso, la libertà”, ha spiegato Emanuele Trevi.

“Sono sedici i personaggi che abitano l’albergo dei poveri e attraverso di loro vengono affrontati temi diversi, tra cui la potenza dell’immaginazione: il mondo è migliore se ce lo si inventa, oppure se lo si vive per quel che realmente è? Luka, da me interpretato, è un pellegrino. Molte analisi critiche del testo dicono che non lo è davvero, ma semplicemente ha assunto l’aspetto del pellegrino. C’è anche un personaggio del dormitorio, Nastja, una ragazzina, che vive immersa nel racconto di un libro, Amore fatale, che le dà la forza di sopravvivere in quel mondo. Al tema dell’immaginazione si collega quello della verità. Luka forse è un santo, ma anche un peccatore, un cialtrone, esprime concetti filosofici in modo mai retorico, tra un bicchiere e l’altro, ha il terrore della morte e non sa come fronteggiarla. Credo sia un testo che non dà soluzioni ma scatta una fotografia del mondo”, ha dichiarato Massimo Popolizio.

L’attore ha poi raccontato la genesi dello spettacolo: “Il processo per arrivare in scena è stato complesso, è stato un viaggio di presa di coscienza di quelle parole. Teatralmente parlando questo testo ha a che fare con la vita, con quello che può riguardare il tuo passato, i tuoi ricordi. I sedici personaggi all’interno di questo albergo non sono dei rassegnati ma sono estremamente vitali. È un testo russo con una scrittura in cui passi dall’euforia alla depressione nell’arco di tre secondi e la psicologia non c’entra nulla”.

I protagonisti dello spettacolo vivono nel sottomondo dei “perduti”, tutti accomunati dalla miseria e dalla disperazione: “In questo mondo di sotto accadono in modo esasperato le stesse cose di quello di sopra, dove ci sono utopia, sesso, lotte ma la differenza è che questi disgraziati detengono qualcosa che il mondo di sopra non ha più, cioè la capacità di leggere o possedere la profondità, avendo sofferto molto più sono depositari di un amore, di una sofferenza che ha fatto vedere loro cose che gli altri non vedono. Questo non viene esplicitato dallo spettacolo ma può comunque trasparire, perchè “L’albergo dei poveri” è un po’ come una lasagna, si può leggere il primo piano ma anche diversi altri piani”, ha concluso Popolizio.

di Francesca Monti

credit foto Claudia Pajewski

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