“Superstones: Gioielli dal cuore della Terra”. È questo il titolo dell’ensemble di trenta gioielli realizzati con minerali e pietre luminose da Giovanni Raspini, in esposizione nello storico Palazzo Biscari, a Catania, dal 28 al 30 giugno scorsi.
L’ammaliante contesto dell’edificio nobiliare catanese, iniziato a costruire sul finire del 1600, ha fatto da cornice illustre alla terza tappa, dopo quelle milanese e romana, del nuovo progetto creativo del designer Giovanni Raspini, contraddistinto dall’uso di minerali naturali di ogni tipologia, genere e colore, utilizzati al posto delle più tradizionali gemme. La collezione si compone di grandi collane, anelli, bracciali e una splendente tiara, in un contesto di relazione continua tra materia, forma e funzione, ornamento, scultura e fusione a cera persa.

Raspini, illustrando la mostra, ha affermato: “In un mondo di prodotti omologati, il vero lusso sta nell’unicità che solo il lavoro artigianale può creare. Pensavo a Superstones da molto tempo, con l’idea eccentrica di sostituire, nelle mie creazioni di pezzi unici, minerali e pietre alle consuete gemme: utilizzare cristalli lucenti, minerali dai colori, dalle dimensioni e forme fantasmagoriche, pietre rare, materiali sconosciuti ai più, ma anche coralli e perle barocche. Superstones è una sfida importante, poiché il decoro e la struttura stessa del gioiello tiene conto ed è in perfetta sintonia stilistica con le pietre utilizzate, che divengono dei veri e propri frammenti narrativi. Con grande passione abbiamo cercato minerali da ogni parte del mondo, che fossero bellissimi, rari ed affascinanti”.

Il designer ha, inoltre, risposto, con grande disponibilità ad alcune domande che gli ho sottoposto sulla sua vita e sulla sua arte.
Come mai un architetto decide di diventare gioielliere?
Mi sono laureato in architettura a Firenze con Gamberini, Spadolini, Savioli: esattamente fra due mesi, sono 50 anni dal conseguimento di quel titolo accademico. Al contempo, sono sempre stato circondato dalla passione per l’argenteria antica, essendo mio papà, mio fratello e la mia compagna antiquari.
Detestavo la burocrazia che c’era e c’è dietro al lavoro dell’architetto. E allora colsi l’occasione che mi si presentò quando seppi di una piccola azienda di argenteria, nata nel 1972, che stava chiudendo: di lì a un mese sarebbe nata una delle mie due figlie, Costanza, che è qui con me presente all’evento, L’altra si chiama Giannina ed entrambe, da un po’,sono attive in azienda. Tornando alla genesi della mia azienda, era il febbraio del 1985. Non ci pensai su tanto: chiusi lo studio di architetto e mi misi a fare l’argentiere.
In pratica iniziai dalla sera alla mattina. Questo significò prendere le valigie e andare in giro per l’Italia suonando tanti campanelli per vendere quello che avevo concepito e realizzato, ma non solo.
Non mi occupavo, infatti, unicamente di progettazioni. Però c’era un’abitudine al progetto. Progettare significa non solo disegnare, ma proiettarsi nel futuro, pensando alle cose per come saranno e per la forma che assumeranno. Da quei momenti sono passati quasi 40 anni, contraddistinti dalla stessa voglia e passione, nel corso dei quali ho creato 25 boutique, tra Italia ed Europa, sbarcando anche a Montecarlo e Londra.
La scintilla creativa da cui sono generati i tuoi manufatti è frutto della tua vocazione all’architettura o anche di altro?
Come accennavo prima, anche e soprattutto è legata all’antiquariato, alla passione per l’argenteria antica e, in generale, per la gioielleria antica. Io, ad esempio, disegnavo sempre alla madre di Costanza dei gioielli, manifestando questa mia propensione.
C’è qualcuno a cui ti sei ispirato nella realizzazione delle tue creazioni?
Si tratta di una persona che non ha fatto parte di nessuno dei due ambiti, ossia Fornasetti. Pietro Fornasetti era un artista, designer e imprenditore di Milano, dallo stile inconfondibile, noto per la sua stamperia d’arte e le lavorazioni artistiche di maiolica, ceramica, arredamento e complementi d’arredo. Morto circa trentacinque anni fa, aveva dato vita ad una piccola azienda, che tutt’ora procede con successo, ricca del suo grande Ingegno creativo, lasciando, con le sue opere, una traccia indelebile nella storia dell’arte.
Un’altra figura, anche di altri ambiti, che ha stimolato la tua creatività?
La dico grossa: Peter Carl Fabergé. Io sono stato a San Pietroburgo, nel suo negozio di gioielleria e oreficeria, che, era quando l’ho visitato, ancora lo stesso, con il medesimo arredamento.
La storia personale di questo creativo russo, conosciuto per le famose Uova di Pasqua, ma non solo, ha avuto una cesura netta a partire dal 1918 perché, dopo la Rivoluzione d’ottobre, fu costretto ad andare a Parigi, e, rimasto scioccato da quegli eventi non creò più, morendo di lì a poco, nel 1920. Oggi, l’azienda Fabergé non c’entra nulla con quello che era il progetto iniziale del suo fondatore, anche perché Fabergé era un genio unico, probabilmente irripetibile e una fonte di ispirazione costante.
Se dovessi pensare a un gioiello che rappresenta la Sicilia, in modo particolare Catania? E quale forma daresti?
Io penso sicuramente al corallo. C’è una collana che ho fatto per una mostra in Sicilia, che si chiama Nautilus, costituito da tanti coralli, un “volume” di coralli e oro. I due colori, corallo rosso e oro messi insieme, rendono appieno la mia idea di Sicilia e anche di Catania.
Il materiale prezioso preferito per creare gioielli?
Necessariamente l’argento, per le sue possibilità chiaroscurali che non sono legate a nessuna possibilità cromatica, perché l’argento è tutta luce e tutta ombra.
Con l’argento c’è una gamma infinita di grigi che permette di riprodurre un basso rilievo con una ricchezza di effetti chiaroscurali che, per esempio, riscontriamo, in natura, nella pelle del coccodrillo, nelle squame del serpente, nelle conchiglie e che nelle creazioni di gioielli vengono esaltati solo da questo materiale.
Un materiale che non usi generalmente ma che vorresti trattare, manipolare, dandogli una forma secondo la tua visione?
Il sogno proibito di tutti gli argentieri è l’oro. Però l’oro non offre nessuna possibilità chiaroscurale, che invece è la caratteristica, come ho accennato prima, che consente all’argento di vivere “da solo”. L’oro vive unicamente on , perlomeno, in maniera più completa, con le gemme, con le pietre. Con l’oro si cambia completamente prospettiva artistica e creativa. In teoria, con l’argento si possono usare gli smalti, ma alla fine gli smalti lo impoveriscono, quando invece è un materiale prezioso che esprime una molteplicità creativa di sfumature unica nella sua essenza pura.
Tra i gioielli in mostra, si segnalano:
la Collana Tutankhamon, realizzata con la meravigliosa pietra il Vetro del deserto, un minerale rarissimo di un colore paglierino che si è formata all’incirca 29 milioni di anni fa e che si trova incastonato anche nelle opere funebri del più celebre dei faraoni.
Il Bracciale Rane, realizzato con un raro esemplare di Uvarovite, proveniente dalla Russia, caratterizzato da un verde brillante che dà l’effetto di innumerevoli piccoli e lucentissimi cristalli verdi. Il presupposto perfetto per dissimulare una parete rocciosa ricoperta di muschio e nascosta in qualche foresta ombrosa.
La Collana Stone Reef in cui si incastona un campione di Vanadinite con un colore, una lucentezza e una trasparenza degna dei migliori esemplari di questa specie. Proprio anche grazie al fascino suscitato della cromia della pietra è diventata una delle protagoniste del progetto creativo; la Collana Pappagalli, con gli uccelli svolazzanti coperti di smalti colorati, le immense foglie tropicali in bronzo dorato e la grande malachite, un minerale di un verde intensissimo che ricorda, per forma e colore, il cuore pulsante e profondo della selva amazzonica; l’anello Profondo Blu, abbellito da un’intensa azzurrite, sulla quale delicati delfini in argento dorato saltano e si rincorrono; il Bracciale Drago, la cui ispirazione fantasy si confronta con la forza materica del metallo e gli artigli sembrano quasi avvolgere e dominare il polso umano, mentre un frammento di quarzo color arancio-ruggine rimane incastonato dietro la testa del mostro; la Collana Bollicine in un calcedonio color violetto, con le bolle sferiche realizzate in bronzo bianco ed alcune luminose perle barocche.
Come per le altre mostre del brand Raspini, anche Superstones è una grande opera collettiva con diversi collaboratori di alto livello che hanno portato il proprio contributo concettuale ed artistico. Per Superstones, Giovanni Raspini ha coinvolto interlocutori professionali ed esperti del settore.
di Gianmaria Tesei
