Intervista con Davide Marengo, regista della serie “Brennero”: “Attraverso questa storia raccontiamo come sia possibile superare i pregiudizi e abbandonarsi alla conoscenza del diverso”

“Uno dei motivi per cui ho accettato di realizzare questo progetto è l’originalità della location, sia a livello paesaggistico che per la caratteristica di avere una certa vicinanza con l’Austria e con il mondo tedesco, nonchè una doppia madrelingua, una italiana e una tedesca, che convivono”. Davide Marengo cura la regia, insieme a Giuseppe Bonito, di “Brennero”, la nuova serie tv in quattro puntate, in onda in prima serata da lunedì 16 settembre su Rai 1 e in box set in esclusiva su RaiPlay, coprodotta da Rai Fiction e Cross Productions con il sostegno di IDM-Film Commission Südtirol, con protagonisti Elena Radonicich, Matteo Martari, Richard Sammel, Lavinia Longhi, Luka Zunic, Sinead Thornhill, Paolo Briguglia.

Eva Kofler (Elena Radonicich), una PM originaria di una facoltosa famiglia di lingua tedesca e Paolo Costa (Matteo Martari), un ispettore di lingua e cultura italiana con un passato difficile, sono costretti a lavorare insieme al caso di un serial killer. Superando le reciproche diffidenze e facendo squadra, i due protagonisti daranno la caccia allo spietato assassino, tornato a colpire dopo anni, riaprendo le ferite e le tensioni culturali che hanno segnato per decenni la città di Bolzano. 

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credit foto Cross Production

Davide, come ha lavorato, insieme a Giuseppe Bonito, alla regia della serie “Brennero”?

“Io firmo i primi quattro episodi, Giuseppe i restanti quattro e abbiamo lavorato molto bene insieme, condividendo tutte le scelte. Uno dei motivi per cui ho accettato di realizzare questa serie è l’originalità della location, sia a livello paesaggistico che per la caratteristica di avere una certa vicinanza con l’Austria e con il mondo tedesco, nonchè una doppia madrelingua, una italiana e una tedesca, che convivono. La storia che raccontiamo è incentrata proprio su questa convivenza che può creare a volte delle tensioni, come accade ai nostri protagonisti, per motivi di pregiudizio e di storie passate e molto lontane che ritornano alla luce con questo evento del mostro di Bolzano che è tornato a colpire, proprio per riaccendere certe tensioni che sembravano sopite. La convivenza di questi due personaggi molto diversi consente anche di raccontare come sia possibile superare dei pregiudizi attraverso la condivisione e il lavoro di squadra”.

È interessante il fatto che nella serie vengano toccate molte tematiche importanti, dal bilinguismo all’Alzheimer, al rapporto genitoriale…

“È vero, sono d’accordo, a me e a Bonito ha affascinato questa complessità di eventi, perché nella serie sono presenti la famiglia, il passato, le differenze sociali, e ci sono molte tematiche che confluiscono in questa storia e che ci hanno coinvolto”.

Da cosa siete partiti nella scelta del cast?

“La coppia protagonista si è formata quasi subito, tra Elena Radonicich che interpreta Eva e Matteo Martari che veste i panni di Paolo si è creata una bellissima chimica fin dal primo incontro sia nella loro apparente diversità, perché sono molto diversi come aspetto, come approccio al lavoro, sia a livello umano, che ha fatto sbocciare i personaggi come si è visto durante le prove. Questo è fondamentale per ogni lavoro e credo traspaia guardando la serie”.

Poco fa diceva che il superamento dei pregiudizi, della paura dell’altro, sono tematiche purtroppo sempre attuali, anche nella nostra società, quindi le chiedo quanto una serie, un film, l’arte in generale, possano costituire un mezzo per abbattere questi preconcetti?

“Io credo che ogni serie, ogni film sia in qualche modo lo specchio di determinati aspetti della società, in base alle tematiche che vengono toccate. In questo caso quella di lasciarsi andare, abbandonarsi alla conoscenza del diverso, qualcosa che manca sempre di più nella nostra società e bisogna stare attenti perché invece è fondante. Siamo esseri umani bellissimi quando riusciamo a convivere. Quando si creano tensioni nate da pregiudizi o follie, anche da parte di una sola persona, si sviluppano in un gruppo armonico disagio e disarmonia, invece bisogna lavorare fin da bambini per far capire che siamo tutti uguali”.

Un altro concetto che esce dalla serie è l’importanza del fare squadra, perché i due protagonisti sono molto diversi tra di loro, ma in realtà si completano…

“E’ proprio questo il senso della serie, cioè che persone, realtà, visioni, tensioni del passato possono in qualche modo sciogliersi se ci si libera e ci si abbandona alla possibilità di superare problematiche che uno tende poi a sottolineare in modo eccessivo”.

In quanto tempo è stata realizzata la serie e quali sono state le difficoltà che avete incontrato?

“In realtà le tempistiche erano abbastanza canoniche come per ogni serialità televisiva, quindi si va di corsa (sorride), però abbiamo avuto il tempo di lavorare con Bonito e con tutti i capi reparto che erano veramente motivati, bravi. Li abbiamo scelti insieme e ognuno ha dato il proprio contributo per regalare un senso di internazionalità a questa serie. I paesaggi sono nuovi, i luoghi anche, così come lo stile. Senza disturbare troppo lo spettatore della tv generalista, senza impaurirlo con qualcosa di particolarmente diverso dal solito, abbiamo cercato di trovare una diversità estetica nell’approccio internazionale e cinematografico”.

di Francesca Monti

Si ringraziano Pamela Menichelli e Nicoletta Strazzeri – Ni.Co Srls

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