“E’ stata un’occasione grandissima, per la prima volta ho avuto sulle spalle un ruolo così grande, da una parte mi ha spaventata e dall’altra mi ha reso felice perché era qualcosa che speravo da tempo che potesse succedere”. Elena Radonicich è la protagonista di “Brennero”, la nuova serie tv in quattro puntate, con la regia di Davide Marengo e Giuseppe Bonito, in onda in prima serata da lunedì 16 settembre su Rai 1 e in box set in esclusiva su RaiPlay, coprodotta da Rai Fiction e Cross Productions con il sostegno di IDM-Film Commission Südtirol.
L’attrice veste i panni della PM Eva Kofler, restituendone con grande bravura e profondità tutte le innumerevoli sfumature.
Eva è la figlia di Gerhard Kofler (Richard Sammel), ex procuratore capo di Bolzano, da cui ha ereditato la professione, vive nella casa di suo marito Andreas, prefetto, considerato un ottimo partito, ma ha sempre sofferto quel padre all’ombra del quale è cresciuta, e il suo affetto soffocante ha assunto spesso le sfumature del controllo, del giudizio, rendendola insicura, specialmente sul lavoro. Il ritrovamento di un cadavere costringe Eva a lavorare fianco a fianco con Paolo Costa, un ispettore di origini italiane che ha il volto di Matteo Martari. Entrambi sembrano inizialmente rappresentare lo stereotipo della propria cultura: austera, fredda e razionale lei; affascinante, spaccone e avventato lui. Superando le reciproche diffidenze e facendo squadra, daranno la caccia al mostro di Bolzano, tornato a colpire dopo anni, riaprendo le ferite e le tensioni culturali che hanno segnato per decenni la città.
Elena, il 16 settembre su Rai1 prende il via la serie “Brennero” in cui interpreta Eva Kofler, una PM integerrima, algida, professionale all’apparenza ma che in realtà nasconde anche delle fragilità…
“Eva Kofler è un sostituto procuratore con una vita apparentemente semplice, anzi quasi invidiabile, ha un ottimo lavoro, è figlia dell’ex procuratore capo, sposata con il prefetto, un uomo in vista diciamo, è originaria di una famiglia perbene, di lingua tedesca, ha però qualcosa che le impedisce di essere felice, ovvero il fatto di essere cresciuta pensando di dover in qualche modo esaudire i desideri degli altri che non sono i suoi e di dover aderire ad un’idea, quella del padre e della società”.
Sul lavoro Eva deve fare i conti con il pregiudizio e anche con il confronto continuo con il padre …
“Eva viene vista come una persona dalla quale non ci si può aspettare molto, che non genera problemi, che non è pericolosa né per se stessa né per gli altri, ordinata, capace. Invece le viene affidato immediatamente, all’inizio della serie, un caso molto importante, che peraltro è quello che il padre, che lei stima moltissimo, quando era in carica come procuratore capo non aveva risolto, legato a un serial killer, il mostro di Bolzano, che è uno dei tanti pretesti narrativi per raccontare la realtà di questo territorio, l’Alto Adige, che ha una storia alle spalle fatta di integrazione e di lotte, di attentati e di difficoltà dovuti all’annessione all’Italia. Eva Kofler deve risolvere il caso per dare vita, suo malgrado e in maniera piuttosto istintiva, ad una rivoluzione interiore, chiedendo immediatamente l’aiuto di Paolo Costa, questo ispettore totalmente diverso da lei, che ha una storia alle spalle anche complessa con Gerhard, il padre di Eva, e che non rappresenta minimamente quello che ci si aspetterebbe da lei, da cui però è attratta istintivamente, sia per il suo talento che per la sua diversità”.
Eva e Paolo sono appunto due personaggi molto diversi tra loro per indole, cultura, ma al contempo lavorando insieme scoprono di non essere poi così distanti, riuscendo a superare il pregiudizio e la paura dell’altro…
“Tra loro si crea un rapporto fatto di tentativi di fidarsi dell’altro, anche di delusioni, di mancanza di fiducia, di conoscenza. Quel processo lungo e complicato che è conoscere l’altro partendo da un’idea preconcetta, e questo vale sia per Eva che per Paolo. Questa serie, tra le altre cose, racconta anche quanto siamo vittime di preconcetti e quanto ne siamo responsabili, quanto stiamo effettivamente mettendo in gioco di noi stessi, quanto stiamo dicendo di essere, per esempio, razzisti, quanto siamo onesti. E’ uno degli aspetti più interessanti di questi personaggi. Eva cerca di distruggere il pregiudizio cambiando completamente e continuamente il punto di vista, rimpallandolo e quindi evidenziando che in questo modo la prospettiva e gli orizzonti sono totalmente diversi. E poi prova a usare l’arma dell’empatia, che è lo strumento essenziale che ci permette di accorciare le distanze e di non innescare processi violenti. Paolo ed Eva condividono da subito qualcosa, ma a legarli è l’ossessione che è anche passione, perché ciò che è ossessione ci appassiona. Hanno ragioni diverse per ossessionarsi a questo caso, hanno storie differenti, però tutti e due riconoscono nell’altro questo fuoco facendo sì che si generi comunque una forma di rispetto dal quale, nonostante tutte le varie scivolate che faranno, si potrà raggiungere poi la fiducia”.

Elena Radonicich e Matteo Martari – credit foto ufficio stampa
E’ una serie in cui la storia parte da un focus cioè le indagini per trovare il mostro di Bolzano, ma che come una matrioska all’interno racchiude tanti altri temi, dal pregiudizio al rapporto padre-figlia, alla tematica dell’Alzheimer…
“E’ una serie che ha uno spettro ampio. Per esempio è interessante il rapporto tra Eva e suo padre, verso il quale lei prova un grande amore, mentre l’amore di Gerhard si è incanalato in strade che probabilmente non sono e non sono state quelle giuste per la figlia. Eva per emanciparsi da questo padre deve poter cominciare un percorso diverso senza però distruggere quel rapporto, deve riuscire ad evolversi senza la violenza. In un momento tra l’altro in cui Gerhard inizia a soffrire di Alzheimer e la perdita della memoria in questo contesto è anche un simbolo della storia dell’integrazione di questo territorio, ha a che vedere con il ricordo di ciò che è stato. Appena svanisce in un certo senso si perdono anche i motivi dell’odio, però contemporaneamente la memoria è lo strumento della conoscenza. E poi c’è questa idea della ciclicità, ad Eva viene affidato il caso più importante del padre esattamente nel momento in cui lui inizia piano piano a non ricordare le cose”.

Elena Radonicich e Richard Sammel – credit foto ufficio stampa
C’è anche un personaggio misterioso, quello di Matilde, che in qualche modo entrerà nella vita di Eva…
“Non posso anticiparvi assolutamente niente (sorride). Matilde è una pittrice, una ragazza da cui Eva è attratta per certi versi. Osserva il suo lavoro e la sua inquietudine, dalla quale fa molta fatica a mantenere la giusta distanza”.
Che cosa ha aggiunto questa serie al suo percorso artistico e umano?
“E’ stata un’occasione grandissima, per la prima volta ho avuto sulle spalle un ruolo così grande. Non mi era mai successo di fare la protagonista in una serie che avesse poi un impatto importante sul pubblico. Questo chiaramente da una parte mi ha spaventata e dall’altra mi ha molto eccitato, perché era qualcosa che attendevo e speravo che potesse succedere. L’idea di parlare comunque a molte persone è qualcosa a cui non avevo mai pensato come ad una possibilità. E’ una conseguenza inaspettata, bella e responsabilizzante, e mi ha lasciato la sensazione di voler fare ancora per tanto tempo l’attrice”.

In base a quali criteri sceglie un progetto in cui recitare?
“Scegliere bene le storie da raccontare è una responsabilità, una delle tante. Però io ho sempre ragionato su cosa mi appassionasse di un personaggio e che cosa io egoisticamente potessi trovare all’interno di un progetto, lavorando con un regista, con un attore, con uno sceneggiatore. Avere, come dire, un materiale artistico sul quale io potessi costruire il mio lavoro. Ho pensato più in questi termini che non al grande pubblico, anche un po’ per timore”.
di Francesca Monti
Si ringraziano Sara Castelli Gattinara – Other Srl e Pamela Menichelli – Ni.Co Srls
