Intervista con Giordana Faggiano, da “Citadel: Diana” su Prime Video a “Cose che so essere vere” a teatro: “Ho capito che in questo mestiere è importante anche fallire, poiché non si ferma tutto a un progetto non riuscito, ma è un percorso in divenire”

“Sara è la parte più umana e sentimentale dell’intera storia, ha un rapporto viscerale con sua sorella Diana (Matilda De Angelis) e rappresenta anche il suo punto debole”. Giordana Faggiano è una delle giovani attrici più brillanti del panorama italiano ed è tra i protagonisti, nel ruolo di Sara Cavalieri, della serie “Citadel: Diana”, diretta da Arnaldo Catinari, prodotta da Cattleya e Amazon MGM Studios, con la produzione esecutiva di AGBO dei Fratelli Russo, che debutterà in esclusiva su Prime Video in tutto il mondo il 10 ottobre.

Siamo a Milano nel 2030: otto anni fa l’agenzia indipendente di spionaggio Citadel è stata distrutta da una potente organizzazione rivale, Manticore. Da allora, Diana Cavalieri, spia di Citadel sotto copertura, è rimasta sola, intrappolata tra le linee nemiche come infiltrata in Manticore. Quando finalmente le si presenta l’occasione di uscirne e sparire per sempre, l’unico modo per farlo è fidarsi del più inaspettato degli alleati, Edo Zani (Lorenzo Cervasio), l’erede di Manticore Italia e figlio del capo dell’organizzazione, Ettore Zani (Maurizio Lombardi), in lotta per la supremazia contro le altre famiglie europee.

Giordana Faggiano debutterà invece in prima nazionale il 7 ottobre al Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale con il nuovo spettacolo “Cose che so essere vere” di Andrew Bovell con la regia di Valerio Binasco, nel quale interpreta Rosie. La pièce è ambientata in una villetta nella periferia meridionale di Adelaide, in Australia, dove vivono Bob (Valerio Binasco) e Fran Price (Giuliana De Sio). Quando Rosie, la più giovane dei loro quattro figli, torna rocambolescamente a casa dopo un breve viaggio in giro per l’Europa è certa di far parte di una famiglia solida e inossidabile: ma all’arrivo della ragazza le crepe che silenziosamente si sono insinuate nei rapporti tra i familiari ribaltano ogni certezza.

Giordana Faggiano in “Citadel: Diana” – credit foto Marco Ghidelli

Giordana, sei tra i protagonisti della serie internazionale “Citadel: Diana” che debutterà su Prime Video il 10 ottobre. Cosa ci puoi raccontare riguardo a Sara, il tuo personaggio?

“Sara è la parte più umana e sentimentale dell’intera storia. Noi vediamo Diana, interpretata da Matilda De Angelis, agire in tante scene di action, ma c’è un punto debole che è rappresentato da sua sorella. Quindi il nucleo familiare viene raccontato attraverso il mio personaggio. La storia parte da un incidente che accade ai loro genitori, e Sara è anche la persona con cui Diana condivide questa avventura, che poi la porterà ad entrare in Citadel. E’ l’unico famigliare che le è rimasto, con lei ha un rapporto viscerale ma anche un grande istinto protettivo, infatti cerca di proteggerla e non le rivela che fa l’agente segreto. Sara, durante l’intera serie, cerca di capire che lavoro faccia Diana, la segue, la pedina. Manticore, la potente organizzazione rivale, nonché i cattivi della serie, punta proprio sul far preoccupare Diana rispetto alla sorella”.

Possiamo dire che Sara rappresenta la “normalità” della realtà in contrasto con il mondo di Citadel…

“Io indosso dei costumi molto diversi da quelli che hanno gli altri personaggi, all’inizio Sara comunica a Diana che vivere in Italia non è più possibile per lei, perché è diventata un posto pericoloso, dove avvengono sparatorie, omicidi, ed è il personaggio che riporta la realtà. Poi Diana vive in una sorta di mondo surreale, dove è tutto telecomandato, ci sono i video, hanno delle microscopie nelle orecchie, hanno le lenti che vedono altre cose, che danno informazioni, mentre invece Sara rappresenta la “normalità”. Quando abbiamo fatto le prove a tavolino, ci siamo resi conto di quanto fosse importante raccontare chi è Diana attraverso il rapporto con la sorella”.

Insieme a Matilda De Angelis, come avete lavorato per creare questo rapporto di sorellanza sul set?

“All’inizio, durante la prima prova a tavolino, abbiamo aggiunto addirittura delle scene, perché Matilda voleva raccontare di più di questo rapporto tra sorelle, per far emergere un’altra vita, il fatto che Diana non sia un’eroina per Sara ma una sorella. E’ un aspetto su cui abbiamo voluto puntare tantissimo. Con Matilda mi sono trovata benissimo, siamo molto amiche, ed è stato semplice riuscire a sentirci sorelle anche nello sviluppo di questi personaggi e di questi legami. All’interno della serie poi ci sono dei flashback, quindi abbiamo diverse età e si vedono Sara e Diana che litigano quando sono più piccole, ma che si ritrovano in seguito, purtroppo, alla perdita dei genitori, un evento che paradossalmente le fa unire ancora di più”.

Giordana Faggiano con Matilda De Angelis in “Citadel: Diana” – credit foto Marco Ghidelli

Che cosa ha aggiunto al tuo percorso lavorare in questa serie con un cast internazionale?

“È stato bellissimo. Gina Gardini, la produttrice esecutiva, è stata fantastica, era presente a tutte le prove, era sul set anche la notte o alle cinque del mattino, sempre al monitor, con il copione in mano, a dare consigli rispetto alla storia. Mi sono ritrovata, ed è un sogno per gli attori, a interagire con un’equipe di addetti ai lavori che puntano a raccontare veramente qualcosa. Anche con il regista Arnaldo Catinari abbiamo lavorato benissimo. Ho incontrato Gina pochi giorni fa a pranzo, e parlando insieme mi ha detto che sono passati cinque anni da quando è nato il progetto e che non vede l’ora di consegnarlo al pubblico. Anch’io attendo che gli spettatori vedano la serie e spero possano veramente percepire l’amore che c’è dietro, da parte di tutti. Anche con gli altri colleghi con cui non ho nemmeno girato, come Maurizio Lombardi, Filippo Nigro, c’è stata un’unione di intenti e un grandissimo entusiasmo rispetto a questa storia”.

Passando al teatro, debutterai il 7 ottobre in prima nazionale al Teatro Carignano di Torino con lo spettacolo “Cose che so essere vere (Things I Know to Be True)” di Andrew Bovell, nella traduzione di Micol Jalla, per la regia di Valerio Binasco…

“Debuttiamo a Torino il 7 ottobre e saremo in tournée fino a febbraio con uno spettacolo contemporaneo di un autore australiano che si chiama Andrew Bovell. La protagonista è Giuliana De Sio, io interpreto Rosie, una delle figlie. E’ un testo molto bello, che parla di famiglia. Diciamo che negli ultimi due anni la tematica della famiglia è tornata spesso nel mio percorso artistico. Anche ne La ragazza sul divano, sempre prodotto dal Teatro Stabile di Torino, con Isabella Ferrari, interpretavo una figlia e sorella. Mi sembra quasi una sorta di destino dover raccontare delle vicende familiari soprattutto tra fratelli e tra sorelle. A febbraio invece riprenderemo “Sei personaggi in cerca d’autore” che abbiamo già portato in scena due anni fa. Saremo al Teatro d’Argentina per due settimane, poi al Piccolo Teatro di Milano. E’ un testo a cui tengo particolarmente, anche perché ho vinto il premio Le Maschere con quel ruolo. Sarà tosto riportarlo in scena e capire se le intenzioni che un tempo erano a fuoco lo sono ancora, o magari devo trovarne altre”.

In “Cose che so essere vere” sarai in scena con Valerio Binasco, con cui hai già avuto modo di lavorare, e con Giuliana De Sio…

“Lo spettacolo di Bovell è difficilissimo, perché è un continuo botta e risposta. Il palco è girevole, quindi dobbiamo stare attenti per rimanere in piedi e capire dove andare per non impallare certe cose tecniche. E’ una grande palestra. Lavoro con Valerio Binasco da tanti anni, è sempre un onore e un piacere stare in scena insieme ed essere diretta da lui. Giuliana De Sio è fantastica, per quanto sia agitatissima (sorride). Ricordo che ad agosto mi ha scritto un messaggio dicendo “ciao, io sarò la tua nuova madre, ti va se facciamo una videochiamata per conoscerci, perché abbiamo pochi giorni di prove”. E così è stato. Cerchiamo di passare del tempo insieme per trovare il cuore di questa famiglia”.

I quattro fratelli protagonisti dello spettacolo lottano per definire se stessi, al di là dell’amore e delle aspettative dei genitori…

“Il personaggio di Rosie, ovvero il mio, è l’unico che non è chiaramente definito da Bovell rispetto agli altri fratelli. Di lei l’autore scrive che non sa ancora chi vuole essere e dove vuole andare. Questa cosa mi ha spiazzato. Tra l’altro Rosie parla pochissimo, ha un grande monologo di tre pagine all’inizio dello spettacolo e due alla fine, e poi è l’osservatrice di tutte queste vicende, perché è l’unica che vive con i suoi genitori. Nel primo monologo è a Berlino, ad un certo punto dice che ha deciso di tornare a casa, perché sente che è la cosa migliore per lei e vuole stare con i suoi cari, sentirli litigare, discutere, prenderla in giro. Una volta rientrata succede la qualunque, il fratello decide di diventare donna, la sorella lascia il marito e va a vivere dall’amante a Vancouver, l’altro fratello ha fatto la cresta e ha un debito di 250 mila euro, e lei osserva, non prende mai una posizione, quindi è un ruolo molto difficile perché è fatto di differenti piani di ascolto”.

Quanto nel tuo percorso artistico è stato importante rimanere te stessa senza farti condizionare dai giudizi e dalle aspettative altrui?

“Tantissimo. Quando ho iniziato a fare teatro ad alti livelli avevo l’ansia da prestazione che mi ha portato ad avere degli attacchi di panico in scena, dietro le quinte, che mi facevano veramente pensare che forse non fosse il lavoro giusto per me. Poi ad un certo punto quando vai in analisi capisci che è un’ansia legata a quello che gli altri pensano di te, anche a quello che i nostri genitori pensano di noi, e questo è un tema tra l’altro che è presente in Bovell. La figlia ad un certo punto rimprovera la madre e le dice “potresti lasciarmi esprimere per come voglio io senza giudicare?”. Mia madre non mi ha mai giudicato però ho iniziato a recitare da piccola, quando avevo tre anni, quindi in casa sono sempre stata un po’ considerata l’enfant prodige, ad un certo punto quando ho iniziato a stare male, anche facendo il mio lavoro, ho capito che non mi interessava nulla di essere vista come un fenomeno, ma che volevo fallire, percepire la frustrazione di un fallimento, con la leggerezza di una persona che sa che non si ferma tutto a quel progetto non riuscito, ma che è un percorso in divenire e mi auguro possa essere lunghissimo”.

C’è un ruolo dei sogni, un personaggio così che ti piacerebbe interpretare in futuro?

“Mi piacerebbe tantissimo interpretare Hedda Gabler, mentre l’altro ruolo dei sogni, quello della figliastra di Sei personaggi in cerca d’autore, è diventato realtà e tra l’altro l’ho impersonato anche nel film “La stranezza” di Roberto Andò. Alcuni miei desideri si sono già esauditi. Ad oggi sono contenta e soddisfatta di quello che ho”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Paola Spinetti

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