Dal 17 al 20 ottobre al Teatro Arcobaleno di Roma va in scena IO, ETTORE PETROLINI di Giovanni Antonucci, con la regia di Antonello Avallone.
Lo spettacolo è un ritratto non solo teatrale, ma anche umano e di costume del grande autore-attore Ettore Petrolini, troppe volte rappresentato in un facile e fuorviante cliché di comico romanesco. Non fu certo un caso, infatti, che Petrolini mise in scena le sintesi futuriste e che Filippo Tommaso Marinetti lo proclamò “grande attore futurista”.
Io, Ettore Petrolini racconta il rapporto profondo di Petrolini con la città di Roma, dov’era nato in un vicolo vicino a Via Giulia, il suo orgoglio ma anche la sua malinconia, il suo sguardo lucido sulle debolezze umane, ma anche la sua fiducia nella dignità degli uomini.
La commedia, opera di Giovanni Antonucci, un autore e studioso di Petrolini, che ha curato l’edizione più completa e più fortunata delle sue opere, coniuga il ritratto artistico e umano dell’attore-autore con quello dell’irresistibile narratore di facezie, barzellette, “colmi”, come egli li chiamava.
Riso e malinconia, realtà e memoria, verità e finzione, si alternano nella pièce con l’obiettivo di far rivivere sulla scena, a esattamente 140 anni dalla sua nascita, una figura inimitabile che molti hanno cercato di emulare.
«Abbiamo voluto raccontare un Petrolini che, negli ultimi giorni della sua vita, entra in un teatro e, come per magia, rivede tutta la sua vita, dai suoi esordi nei teatri baracconi di Piazza Guglielmo Pepe, alle prime sue macchiette di successo, passando per i suoi trionfi alla Comédie-Française, fino alla esaltazione di alcune sue creazioni da parte del mondo nascente del futurismo che faceva capo a Marinetti. Si è scelta una chiave di lettura intimista che ci conduce nelle sfere più nascoste dell’uomo, attore di successo. Di fronte a noi compare un Petrolini malato, afflitto da quella che lui chiama “la Signora Embolia Flebite”, che ce lo mostra un po’ claudicante. Ne scaturisce un racconto malinconico, umano, eppure strepitoso, sorprendente nel momento in cui il ricordo del passato diventa vivo e, cancellando per un momento tutti i suoi malanni, lo riporta indietro come se il tempo non fosse mai passato e gli fa rivivere, insieme allo spettatore, le sue macchiette, le sue parodie più famose. Ed il tono è sempre sardonico, di una comicità dolente, pensosa, aspra e il linguaggio, mai greve, anche quando, allusivo, pratica il calembour e il non sense, con effetti di grande coinvolgimento del pubblico che di questa comicità surreale coglie la genialità», dichiara Antonello Avallone.
