“La tecnologia è una cosa straordinaria, però bisogna anche considerare l’utilizzo male educato, nel senso di cattiva educazione che noi abbiamo, rispetto ad uno strumento che è molto complesso”. Mercoledì 30 ottobre alle ore 21 Tiziana Sensi porta in scena al Teatro Marconi di Roma “Daimon 4.0 – Identità in Download”, da lei diretto e scritto con Maria Grazia Aurilio.
Se Platone fosse vivo avrebbe un profilo sui social media? Ma ci seguirebbe davvero o sarebbe troppo occupato a cercare il suo Daimon tra algoritmi e feed delle notifiche? Platone parlava del Daimon come di una guida interiore, un GPS emotivo che ci spinge a scoprire e vivere la nostra vera essenza. Ma in un mondo dove siamo costantemente distratti dalle connessioni digitali, siamo ancora capaci di sentirlo?
L’edonismo è engagement. ‘Seguo dunque sono’. Per creare dipendenza, i social devono stimolare gelosia, invidia e insoddisfazione. La dopamina scorre come acqua, rendendoci sempre più attratti da uno schermo che promette connessione, ma in realtà allontana la nostra vera identità. Il Daimon, per quanto saggio, non sa come rilassarsi con una maratona su Netflix.
La sfida, la vera challenge, è scoprire chi siamo davvero al di là delle apparenze digitali. Chi si nasconde dietro una chat? L’immagine che vediamo è autentica o generata dall’A.I.? Quante volte tocchiamo il cellulare in un giorno? 100, 200… forse 1000? Siamo iperconnessi, con lo sguardo fisso su uno schermo, ma quanto spazio lasciamo al nostro Daimon?
Con il coinvolgimento del pubblico, questo monologo, divertente e provocatorio, esplora come la rivoluzione digitale stia trasformando il nostro modo di vivere, pensare e, soprattutto, di essere. E alla fine, la domanda cruciale rimane: la Rivoluzione Digitale è un problema tecnologico o educativo?

credit foto Daniele Pedone
Tiziana, il 30 ottobre al Teatro Marconi porta in scena “Diamond 4.0 – Identità in download”, di cui cura anche la regia, com’è nata l’idea di questo spettacolo?
“L’idea di questo spettacolo nasce attorno al 2018, da Maria Grazia Aurilio, una psicologa e psicoterapeuta, che si documenta sugli studi della neuroscienza ed è venuta da me con questo progetto che aveva scritto, che era legato a una parte della sua storia, ma in cui spiegava tutti i meccanismi della nostra mente, ad esempio quelli che creano dipendenza. L’ho trovato estremamente interessante, l’ho adattato e abbiamo fatto due o tre repliche prima della pandemia, portandolo in scena con Maria Grazia. Poi tutto si è fermato con il covid e un giorno ho pensato che sarebbe stato bello riportare a teatro quel testo, l’ho riscritto mantenendo tutta la parte scientifica ed è nato “Diamond 4.0 – Identità in download”, che ha quindi origini pre-pandemiche, quando ancora si parlava poco dei danni che può creare un uso esponenziale di alcuni prodotti esistenti nel mondo digitale. La tecnologia è una cosa straordinaria e su questo non si discute, però bisogna anche considerare l’utilizzo male educato, nel senso di cattiva educazione che noi abbiamo, rispetto ad uno strumento che è molto complesso”.
In una società che ci vuole tutti uguali e omologati, dove non si capisce più che cosa sia apparenza e cosa realtà, trovo molto interessante portare uno spettacolo che tratta questa tematica a teatro…
“Hai colto il tema centrale, cioè questo spettacolo è una riflessione sul mondo reale tra esseri umani che si incontrano dal vivo. E’ il grande potere del teatro, dove riflettiamo insieme su che cosa abbiamo perso come esseri umani e anche sul concetto di perfezione, perché la perfezione non esiste. L’unico elemento di seduzione che ha sedotto tutto il mondo indistintamente è proprio lo smartphone e su questo dobbiamo farci delle domande. Nemmeno i jeans erano riusciti in una tale impresa. C’è poi il tema dell’empatia, un valore che è difficile trovare in questo momento. E’ uno spettacolo pensato principalmente per il mondo dei giovani, per le famiglie e per gli insegnanti. Mi piacerebbe avere tra il pubblico genitori e figli, studenti e professori e che una volta finito lo spettacolo andassero a mangiare insieme una pizza, spegnessero il cellulare e iniziassero a parlare di loro”.

credit foto Azzurra Primavera
Tornando al discorso della rivoluzione digitale che sta trasformando il nostro modo di vivere, pensando anche ai giovani quale potrebbe essere un modo per cambiare questo trend?
“Io non ho una soluzione, sono un’attrice, una regista che ha fatto uno spettacolo insieme a una psicologa per poter riflettere insieme su alcune tematiche, però per esempio nel testo faccio riferimento a Mark Prensky, che nel 2001 coniò il termine “nativi digitali”. Lui disse che non basta essere nativi digitali per essere saggi, ci vuole buon senso digitale, quindi forse ci manca un po’ di buon senso. Il teatro è un luogo in cui ci poniamo delle domande, però le risposte devono essere trovate dagli altri”.
Giustamente il teatro ha questa funzione di far riflettere, di far pensare la gente che viene a vedere lo spettacolo, su tematiche che, come in questo caso, ci riguardano da vicino…
“Il teatro è un luogo che da sempre racconta storie che riguardano la società, ma soprattutto l’umano. Se pensiamo ad esempio a Tradimenti di Pinter negli anni ’70 affrontava un argomento rivoluzionario per quel periodo”.
Ha fatto anche un percorso teatrale sulla disabilità visiva, portando in scena degli spettacoli con dei ragazzi ipovedenti e non vedenti. Come si è avvicinata a questo mondo?
“Ho lavorato per tantissimi anni prevalentemente in televisione, poi ho fatto anche cinema, teatro, pubblicità, ho spaziato in ogni ambito dello spettacolo e proprio mentre stavo girando Incantesimo 4, la sorella di una mia amica, che era una psichiatra, mi chiese se volessi andare a fare un corso di teatro al Sant’Alessio a Roma, dove c’erano ragazzi non vedenti. Io avevo una trentina d’anni e risposi che non sapevo proprio da dove iniziare, e lei mi disse: tu inizia. E quindi tra un set e l’altro, perché in quel periodo giravo Incantesimo e L’Impero per Canale 5, andavo da questi ragazzi al Sant’Alessio e lì ho conosciuto una persona che poi ha voluto iniziare a fare delle lezioni individuali di teatro per lavorare sul corpo. Chi è cieco dalla nascita non ha uno specchio di assorbimento visivo sul linguaggio non verbale e ha una gestualità che è rigida, non si muove bene, quindi abbiamo avviato questo percorso e poi tanti ragazzi non vedenti hanno preso parte a questo laboratorio, che per me era essenzialmente di ricerca sperimentale per capire cosa si potesse fare. Abbiamo portato in scena spettacoli, vinto premi, mi è stata attribuita anche la l’Alta Medaglia dal Presidente della Repubblica per “Condominio Occidentale”. Alla fine questi ragazzi andavano in scena e si muovevano come chi vedeva, perché il mio corpo era diventato uno specchio per loro e quindi avevano una buona mobilità sulla scena, e si sentivano liberi di muoversi nello spazio”.
Quanto questo percorso l’ha arricchita a livello umano e professionale?
“Mi ha fatto anche capire dove volevo stare, cioè che il teatro era la mia casa, che non avevo l’esigenza di farmi vedere costantemente, ma avevo la necessità di stare in mezzo alle persone, di scoprire gli uomini, le donne, capire i problemi. Da lì in poi sono nati i laboratori, la scuola del teatro Marconi… La didattica teatrale è una delle cose che amo in assoluto di più. E poi ho capito che bisogna sempre provare, anche quando pensi di non essere capace di fare qualcosa”.

credit foto Azzurra Primavera
In questi anni non le è mancato lavorare al cinema o nelle serie tv?
“Se me lo avessi chiesto qualche tempo fa ti avrei detto di sì, però oggi ti rispondo di no. Magari le persone non ti riconoscono, oppure qualcuno si ricorda ancora di te, o hai difficoltà a vendere uno spettacolo perché non ha mercato, però ho trovato un grande equilibrio dentro di me, sono una persona molto felice. Il lavoro per me è fondamentale. Amo far parte della scuola del teatro Marconi, lavorare sulla parola, dedicarmi agli altri, pensare a progetti che senti veramente dentro la tua anima e provare a realizzarli. Se mi capitasse un ruolo meraviglioso in una fiction per esempio lo farei, non tanto per l’occasione, ma perchè mi piace recitare o stare dietro le quinte. Se invece un personaggio non dovesse convincermi non avrei problemi a rifiutare. Non sento questa necessità di apparire come accadeva in passato”.
Tra i vari personaggi che ha interpretato nel corso della sua carriera ce n’è uno in particolare a cui è rimasta più legata o che le ha dato più soddisfazione?
“Ho amato tutti i ruoli che ho interpretato, perché quando vai a lavorare su un personaggio a volte scopri o viene evidenziata una parte di te. Nel mio lavoro ho cercato sempre di dare il massimo in tutto quello che ho fatto. La vita di ognuno di noi è plasmata anche da tutti gli incontri che facciamo e che ci permettono di migliorare. Gli attori poi hanno la grande fortuna di poter incontrare anche i personaggi che sono pura fantasia e quindi è come se venissero a contatto con il doppio, il triplo delle persone ed è bellissimo”.
Quali sono i prossimi progetti in cui sarà impegnata?
“A breve inizierò a lavorare sull’Antigone fuori scena che debutterà ad aprile al Teatro Marconi con Anania Amoroso e Alice Corti che sono due giovani attori bravissimi, la partecipazione straordinaria di Felice Della Corte, e con venti giovani allievi che provengono da scuole e accademie. E’ un’Antigone pop, è una commedia che racconta la tragedia, è un’opera che fonde la tragedia con il metateatro, con un linguaggio pensato per avvicinare le nuove generazioni a una drammaturgia potente e senza tempo”.
di Francesca Monti
credit foto copertina Azzurra Primavera
Si ringrazia Elisa Fantinel
